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Intervista ad Egon Botteghi

Questo pezzo era stato scritto originalmente per la trasmissione radiofonica “Restiamo animali“, che aveva chiesto la collaborazione del collettivo Intersexioni per una serie di interventi intersezionali tra questione di genere e questione animale.
Sono passati due anni dalla sua stesura, ma riteniamo che renderlo pubblico possa essere un’operazione ancora valida
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Intervista ad Egon Botteghi a cura di Camilla Lattanzi per la trasmissione Restiamo Animali 

Mi chiamo Egon, ho quarantadue anni e sono uomo transessuale.

Ho iniziato il mio “viaggio”, il mio percorso di transizione che mi ha portato a poter vivere nel mio genere di elezione, quello maschile, pur essendo nato con un corpo biologicamente femminile, quando avevo ormai già trentanove anni.

Fino ad allora ho continuato a fissare, spaventato, contrariato, spesso con disprezzo, quella porta che stava nella mia anima e in cui io stesso avevo inciso a lettere cubitali “Non aprire”.

Varcare quella soglia rappresentava per me l’andare oltre, passare i confini dell’umano, consegnarmi ad un destino di disumanità, di “inimmaginabile”.

L’idea che mi ero fatto della condizione transessuale era quella che la mia stessa transfobia interiorizzata mi consegnava, nutrita dai pregiudizi e dallo stigma che la nostra società imprime su queste persone: ero convinto che l’essere transessuale equivalesse a morire da solo, nell’indigenza e nell’indifferenza più totale, lontano dalla protezione della specie di appartenenza, lontano dagli affetti più fondamentali, dalla famiglia, dalla società. Vedevo l’immagine di una persona che si consegnava da sola ad un destino di escluso, di impensabile, una persona che si dirigeva, di sua volontà, per la strada verso un ignoto terrifico di solitudine, di follia, che “sceglieva” di essere un reietto, per finire la sua misera parabola in mezzo ad una strada, come un randagio abbandonato.

Ero nato come donna bianca, possidente, sana, occidentale, quindi vicino alla perfezione che nella nostra società è rappresentato dall’uomo bianco, possidente, eterosessuale, e seguire il mio destino di persona transgender equivaleva a scendere di categoria, a prendere “un ascensore per l’inferno” e ad unirmi alle schiere dei dannati che sperimentano ogni sorta di oppressione nella nostra piramide sociale…voleva dire scendere parecchi piani, fino a trovarmi nella sfera dell’altro da umano, di animale, direi quasi di oggetto.

Come potevo essere talmente stupido ed ingrato per sputare sulla mia fortuna e consegnarmi a questo destino?

E infatti non saprò mai se ho veramente messo mano a quella maniglia e l’ho girata oppure se la porta si è spalancata da sola, sotto la pressione del mio disagio, e quello che ne è uscito, l’Egon per come lo conosco oggi, non ha voluto più tornare a vivere nascosto, rinchiuso, imprigionato.

La transizione da un genere all’altro, quell’avventura che è ancora molto particolare da vivere nella nostra società, l’ho sempre vista come un viaggio, un viaggio ai confini dell’universo del conosciuto, dell’esplorato ed ho sempre pensato che le persone transessuali fossero dei viaggiatori solitari, temerari, a volte avventati ed incredibilmente coraggiosi.

Ora capisco che di coraggioso c’è sicuramente la ricerca della propria realizzazione, della difesa della propria dignità e diritto all’esistenza contro i pregiudizi ed i limiti dati da una società, la forza di andare al di là dei recinti che le convenzioni ci hanno costruito intorno ed in cui ci vogliono costringere a vivere.

Però mi accorgo che non si è soli, perché la mia transizione la vivo anche come atto politico e nella politica non si è mai soli.

E’ vero, come dice Kafka (citato nel libro di Filippi e Trasatti “Crimini in tempo di pace”) “è pericoloso vivere tra i confini, i confini tra uomini e donne”, ma questa pericolosità è mitigata dal senso di fare qualcosa, qualcosa di rivoluzionario per la società in cui vivi, qualcosa che porti a superare gli stessi confini che opprimono i viventi.

La persona transgender è la dimostrazione che il confine, binario ed assoluto, che la nostra cultura riproduce tra uomo e donna, è fittizio, è labile, è popolato da una quantità di esseri che sfuggono a questa categorizzazione.

Questa lotta per la sopravvivenza e le rivendicazioni dei propri diritti non aiuta solo quelli che la categoria di “o uomo o donna” non riesce ad includere, e che verrebbero altrimenti spazzati via come privi di senso, ma anche quelli che si sentono rappresentati da queste categorie e che tuttavia vedrebbero ampliate le loro possibilità di realizzazione, fuori da ruoli di genere rigidamente precostituiti ed opprimenti.

In questo viaggio ho incontrato tanti compagni e compagne, sia in carne ed ossa sia sotto forma di libri e cultura, che hanno trasformato l’idea di me stesso da persona folle, malata e perversa in quanto transessuale, a portatore di valore per l’accrescimento della civiltà del posto in cui vivo, di persona al servizio del miglioramento di questo spazio.

Fin da piccolo ho sempre avuto l’impulso alla lotta al fianco dell’altro, del diverso, del marginalizzato ed ero, seguendo le definizioni che fa il filosofo Tom Regan, un “Vinciano”, una persona cioè in forte empatia con il diverso per antonomasia, l’animale altro da umano.

Per questo ho smesso di mangiarli, sono diventato vegano, ho scelto di vivere accanto a loro, passando da un loro sfruttamento (lavoravo nell’ambito degli sport equestri) alla lotta per la loro liberazione.

Da quando io stesso sono diventato, per il senso comune, un ibrido, un ibrido tra vivente ed oggetto, tra uomo e donna, tra sano e malato, tra umano ed animale, da quando il confine, creato dalla nostra società, che ha il potere di accettare o di escludere, passa proprio in mezzo al mio corpo vivente e reale, sono diventato anche un ponte, un ponte tra le varie lotte contro le oppressioni.

Nel mio caso cerco di gettare un ponte, un dialogo tra le lotte per la sopravvivenza delle persone lgbtqi e gli animali altro da umani.

Già due anni fa, in occasione del penultimo incontro di Liberazione animale, presentai un articolo ed uno workshop dal titolo “Categorizzare per opprimere: lo status sociale di chi non deve esistere”, dove mettevo a confronto la terribile somiglianza tra le norme che regolano la vita delle persone che in Italia affrontano la riassegnazione del sesso e le norme che regolano la vita degli animali da reddito nel nostro paese.

Quello che volevo far emergere è proprio il tentativo, da parte della “legge”, di sorvegliare i confini che devono essere rispettati, per salvaguardare i privilegi di un essere sull’altro, di pattugliare affinché non ci siano corpi che osino passare da uno status all’altro, da un categoria all’altra.

Così alle persone transessuali viene richiesto un “obolo” di sangue per passare i limiti del genere in cui si è nati, mentre gli animali non umani che si trovano a nascere nelle specie che noi abbiano definito “da reddito”, pagano con il prezzo della loro stessa vita il tentativo di uscire dalla condizione di “animali da reddito”, completamente assoggettati all’utilizzo umano. Solo la morte li libererà dalla loro schiavitù.

Interessante è anche notare come tutta questa classificazione sia puramente culturale: diversi sono le declinazioni di “uomo” e “donna” a secondo delle civiltà, come anche il trattamento assegnato alle persone transessuali, così come diversi sono i raggruppamenti delle razze di animali da reddito e quelle di affezione o protette (quello che da noi è un animale da reddito, e quindi destinato ad essere trucidato in un macello, in un altro paese può essere un “amato” animale da compagnia, se non addirittura sacro, così come viceversa).

E culturali ,e quindi molto diverse tra loro, sono anche le norme nei diversi paesi, dove ci può essere una assai maggiore elasticità nel cambiare lo status di genere alle persone (con il riconoscimento dell’autodeterminazione) e di passaggio degli animali “da reddito” ad “animali da vita”, fino alla negazione più totale ed alla pena do morte.

Da allora, pur nei momenti difficili dovuti anche al fatto che la transfobia esiste anche in un ambiente come quello del “movimento” italiano antispecista, che pur tende a presentare se stesso come la massima espressione della lotta per la liberazione di ogni essere vivente, ho cercato di partecipare e mettere in piedi progetti in cui le rivendicazioni per gli animali non umani si intersecano con quelli delle donne, delle persone lgbtqi (dove tutte le sigle siano veramente rappresentate), di quelli che non vogliamo “ a casa nostra”, e, da ibrido, ho cercato di ibridare gli ambienti, gli eventi.

Sentire che la lotta ti appartiene, che ne va della propria vita, passare da una posizione di privilegio ad una di svantaggio, vedere nel mondo persone trucidate perché sono come anche tu sei, condividere a volte con quelli per cui lottavi anche prima, come ad esempio gli animali altro da umani, lo stesso posizionamento “dal basso” mi ha reso ancora più attento a leggere la complessità della realtà, ad essere “resistente”, a non cadere in banalizzazioni ed in giudizi, che credendo di fare del bene, creano altre categorizzazione di sfruttamento ed inutile stigma.

Il mondo è un posto complesso e non tenerne di conto porta a perdersi, e per un viaggiatore come quello che io ho scoperto di essere, potrebbe essere un bel problema.

About The Author

Egon Botteghi

Attivista antispecista e per i diritti GLBTIQ. Fondatore della Fattoria per la Pace Ippoasi (2008-2012). Laureato in filosofia, fa parte del collettivo anarcoqueer femminista antispecista Anguane e della redazione di antispecismo.net; cofondatore di intersexioni, è referente toscano di Rete Genitori Rainbow e referente nazionale per la genitorialità trans. Ha ideato il primo convegno nazionale “Liberazione GENERale. Tavola rotonda sulle correlazioni tra antispecismo, antisessismo, intersessualità e omotransfobia” (Osteria Nuova, Firenze, 2013) volto a mettere in evidenza le interconnessioni tra antispecismo e lotta per le minoranze (per sesso/genere, etnia, identità di genere, orientamenti sessuali).

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