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Mi chiamo Egon. Diario di un transessuale

Mi chiamo Egon

diario di un transessuale

a cura di Laura Rossi ed Egon Botteghi

foto Sara Cashna

foto Sara Cashna

Egon è un uomo transessuale, madre di due figl*, che ha scritto, nell’anno che lo ha portato all’inizio della TOS, la terapia ormonale sostitutiva, un diario in cui ha registrato le sue paure, le sue inquietudini, la sua esaltazione per essersi riconosciuto, l’emozione per la nascita sociale dell’uomo che viveva dentro di lui, l’incontro con le teorie queer, le difficoltà burocratiche del percorso, l’ostilità del mondo esterno ma anche, spesso, del mondo interiore.

Scrive in un passo di questo diario:

“Io sono un uomo transessuale.

E non sono un trans perché voglio rinnegare la donna che è in me, perché mi vergogno di lei, anzi scoprendomi trans ho capito che riuscirò a far splendere di puro orgoglio la mia parte femminile, che non è niente di tutto quello che si professa in giro sull’eterno femminino e sopratutto riuscirò a far splendere la persona che veramente sono. Ego-n.

Evviva la chimera Egon, perché sua è questa vita”.

Ed è per raccontare la vera storia di una transizione FtM che nasce questo spettacolo, basato sul diario di Egon, uno spettacolo nato da un incontro e dalla volontà di un’attrice cisgender di parlare di transessualità, di esplorare l’inesplorato.

Mi chiamo Egon è un monologo.

Il racconto della vita di Egon spazia da alcuni episodi della sua infanzia, fino al momento della prescrizione per l’assunzione di testosterone, attraverso ricordi, pagine del diario, diagnosi mediche e scoperta delle illuminanti teorie queer.

A fare da contraltare e fungere da spunto per universalizzare alcuni aspetti della tematica, verranno proiettati dei video di interviste in cui si chiede alle persone di parlare e definire alcuni aspetti della transessualità e consentire, così, di fornire informazioni necessarie e corrette.

La scena è spoglia, solo uno specchio, dei vestiti, un leggio, una sedia e un telo dove proiettare le interviste. Ognuno di questi luoghi è deputato a momenti specifici della narrazione in cui l’interprete spazia ed inizia un processo di mascolinizzazione.

La genesi dello spettacolo

Circa un anno fa ho iniziato ad interessarmi al tema transessualità.

Perché una donna cisgender, eterosessuale, che rientra perfettamente nei dettami stabiliti dalla società, decide di indagare questo argomento? Perché una persona, che ha da sempre concepito il binarismo di genere come unico pensiero, si interessa al transgenderismo?

Forse perché il mio corrispondere ai dettami sociali non è stato una scelta, forse perché la mia concezione binaria dei generi non ha mai avuto la possibilità di essere messa in discussione, forse perché tutt* noi, fin da piccol*, subiamo passivamente un’imposizione morale e sociale che introiettiamo inconsapevolmente e che esclude la possibilità di non riconoscersi, che prevede solo di adeguarsi.

Mettermi in discussione, ricercare aldilà delle regole prestabilite, scoprire cosa volesse dire non essere totalmente riconosciuti in tali norme sociali: ecco ciò che mi ha spinto ad indagare sulla transessualità.

Sapevo poco sull’argomento, solo qualche nozione appresa da alcune letture.

Ero consapevole, però, che molte delle teorie professate in giro fossero ridicole, banali, sbagliate.

E tutt’ora si continua ad ostentare ignoranza, spacciata, tuttavia, per verità.

In molt* continuano a credere che le persone transessuali siano nate intrappolate in un corpo sbagliato o che siano malate. Si assiste spesso ad episodi di incomprensione, discriminazione, di violenza. Altrettanto frequentemente, proprio in virtù dell’ignoranza, ci si rapporta alle persone transessuali con pietà e commiserazione.

Ecco, io ho voluto fare questo spettacolo come contributo ad una giusta, consapevole, esaustiva conoscenza della tematica.

Proprio perché non sapevo come poter affrontare l’argomento, avevo bisogno di conoscere qualcun* che rispondesse alle mille domande che cercavano risposta, qualcun* che mi permettesse di parlare di transessualità in un modo corretto, scevro dai luoghi comuni, dai viziati preconcetti.

E chi, meglio di una persona che ha vissuto sulla propria pelle e sul proprio corpo la transessualità, avrebbe potuto soddisfare la mia fame di verità?

È stato così che ho conosciuto Egon.

La prima volta che ci siamo incontrati è stato a casa sua. C’erano suo figlio e sua figlia in cucina, facevano i compiti. Avevo tante domande da porgli, ma temevo che la mia curiosità sfociasse in morbosità e maleducazione. È stato lui a darmi dei limiti, una sorta di bon ton, regole di comportamento educato nei confronti di una persona transessuale:

  • non chiedere il nome del sesso anagrafico
  • non chiedere se la persona ha subito l’operazione per il cambio di sesso
  • non rivolgersi alla persona usando aggettivi declinati al genere anagrafico

Col passare del tempo, man mano che le mie domande trovavano risposte, ho capito che sarebbe stato meglio affrontare il tema partendo da una storia: quella di Egon. Mi ha fatto leggere il suo diario, lungo un anno, e abbiamo, insieme, deciso di iniziare la storia proprio dai suoi scritti.

***

La prima recensione dopo il debutto teatrale a Pisa, su Lez Pop.

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