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Pietro e il lupo

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Pietro e il lupo

Traduzione di Xarhs Scocozza dall’originale di Stella Belià

Quella notte, nonostante il freddo, Pietro si svegliò tutto sudato: aveva avuto un tremendo incubo.

Passeggiava nel bosco con suo papà quando all’improvviso sbucò, da dietro ai cespugli, un enorme lupo grigio, che si parò davanti a loro, con gli occhi arrossati e i denti spaventosi.

Pietro sapeva che l’avrebbe potuto sbranare in un sol boccone dal momento che ringhiava ferocemente, proprio come il lupo della favole delle sette caprette, quello che le aveva ingoiate senza nemmeno masticarle.

Il papà si mise coraggiosamente fra suo figlio e il lupo, e Pietro si nascose dietro un cespuglio. Il lupo divorò il papà e poi si mise a dormire sazio sotto una quercia. Una mano lo toccò lievemente sulla schiena e Pietro si scosse cacciando un piccolo urlo per non svegliare il lupo.

Era la mamma con la scatola degli attrezzi da cucire, quella che di solito prendeva per rammendare le sue tute da ginnastica quando si stracciavano sulle ginocchia nel cortile della scuola. Aveva le forbici da cucina e un grande ago con cui la nonna Sofia cuciva i polli ripieni prima di infornarli. La mamma con movimenti decisi si avvicinò al lupo, gli aprì la pancia con le forbici per tirare fuori il papà, ma ciò che ne venne fuori non era più lui, era una signora che gli somigliava un po’, come se fosse una parente, diciamo la sorella. La mamma inserì nella pancia del lupo il vestito buono di papa, quello che aveva indossato al loro matrimonio, un po’ di pietre e rami secchi e ricucì la pancia con l’ago da cucina; solo allora il lupo si svegliò, e Pietro se la diede a gambe levate urlando spaventato… e così si svegliò anche lui.

Da un po’ di tempo sapeva che c’era qualcosa che non andava in famiglia, non se ne preoccupava molto però. Pensava che mamma e papà volessero divorziare. E con questo? Meglio per lui! Lo aveva visto con il suo amico Giasone, che da quando i suoi genitori si erano separati gli compravano tutti i giocattoli che desiderava e gli davano tutto ciò che voleva, facendo a gara per elemosinare un po’ di bene in più. E non era il solo, era la metà dei compagni di classe che aveva i genitori separati e gli sembrava che stessero tutti a meraviglia. Pietro pensava che avrebbe dovuto dirglielo che non gli dispiaceva se si fossero separati… sì, vabbè gli avrebbe detto:

“Mi dispiace perché vi voglio bene e vorrei avervi tutti e due vicini… ma mi basta che non litighiate e non urliate nelle mie orecchie.”

In seguito pensò che si trattasse di qualcos’altro, però non poteva capire cosa li preoccupasse così tanto: forse la mamma aveva di nuovo perso il lavoro, forse era questo… ma se il motivo era questo non sarebbe rimasta a casa invece di andare a lavorare? E poi li avrebbe visti stare a contare i soldi e le bollette fino alle tre di notte ed altre scene del genere.

Qualcosa aveva la mamma, questo era sicuro perché la sentiva piangere in bagno e poi usciva fuori con gli occhi gonfi.

Poi qualcosa doveva essere cambiato perché la mamma smise di piangere. Li vide per la prima volta dopo tanto tempo abbracciati sul divano a parlare sottovoce. Comunque l’atmosfera familiare era ugualmente strana. Lo lasciavano spesso a casa con la nonna e uscivano insieme più volte la settimana.

Un pomeriggio la mamma e il papà gli parlarono: il papà gli disse che in tutta la sua vita aveva desiderato tanto avere un figlio, che gli voleva molto bene e che gli dispiaceva molto di come stavano andando le cose.

All’inizio Pietro lo rassicurò:

“ok vi separate, succede, ma per piacere non fate così!”

Il papà continuò a parlare, gli disse che non avevano deciso di separarsi, al contrario avevano deciso di continuare a stare insieme. Parlava e diceva un sacco di cose incomprensibili, che il genere che gli avevano assegnato e trascritto sul certificato di nascita non era quello giusto… che avrebbero dovuto scrivere femminile invece di maschile.

Pietro non capiva di chi stesse parlando il papà e nemmeno che cosa dicesse: chi era la femmina e chi il maschio? Non ci capiva niente: come era possibile che suo padre fosse una femmina? Era suo padre non poteva essere donna. La mamma gli disse che invece poteva, che anche lei all’inizio non lo capiva, ma ora vedeva chiaramente che quando ami qualcuno non ha molta importanza il fatto che sia uomo o donna: importanza ha il desiderio di vederlo felice.

Pietro ammutolito si chiuse nella sua cameretta. Un vortice di pensieri si accavallavano nella sua testolina incapace di metterli in ordine: cioè ora aveva due madri? Proprio l’altro ieri aveva preso in giro a scuola Marilena perché non aveva il papà e cresceva con due mamme e adesso anche lui ne avrebbe avute due? Non era possibile!!!

“Sarebbe stato meglio che papà avesse avuto un incidente in moto, senza casco e fosse morto,” pensò, e immediatamente si riempì di sensi di colpa.

No, non sarebbe dovuto morire. Meglio sarebbe stato se nessuno avesse voluto cambiare nulla della loro vita, stavano bene così. Che cavolo gli era venuto in mente di mandare all’aria tutto?

Non lo avrebbe chiamato mai Anna, lo avrebbe chiamato sempre papà e Dimitri. Che sciocca era la mamma, come si era potuta arrendere così presto, aveva perso la guerra senza nemmeno iniziare a combatterla!

Pensava ed era tutto sudato, non riusciva a calmarsi e ad addormentarsi.

Il giorno dopo a scuola era stanco e indifferente, non aveva portato niente da casa e rifiutò l’invito dei compagni ad andare a giocare a calcio. Stava seduto su una panchina nel cortile sotto un esile alberello di arance selvatiche e con la penna ne torturava il tronco, inconsciamente aveva inciso la parola “Anna”.

Elia, di un’altra classe, lo vide e cominciò a prenderlo in giro:

“Pietro è innamorato di Anna! Pietro è innamorato di Anna! Gli è andata buca e sta a piangere perché l’amica non lo vuole più.”

Nel frattempo si erano radunati intorno a Pietro altri ragazzini che cantilenavano i versi modificati della filastrocca “la piccola Elena”, Elia ne scandiva il ritornello:

“Il piccolo Pietro sta seduto e piange perché l’amica sua Anna con lui non ci gioca più.”

Pietro in un caso simile si sarebbe alzato ed avrebbe mollato un pugno ad Elia spaccandogli almeno tre denti pur sapendo che non erano quelli da latte e non ne sarebbero spuntati dei nuovi.

Ma oggi no. Oggi si arrampica sull’alberello, ne strappa un’arancia e rivolgendosi minacciosamente contro Elia mira a buttargliela in faccia, e l’avrebbe fatto davvero se non fosse suonata la campanella: l’intervallo era finito e dovevano rientrare in classe.

All’uscita da scuola venne a prenderlo la nonna ma non le disse nulla. A casa si chiuse di nuovo nella sua stanza senza parlare con nessuno. Che cosa aveva fatto di male per meritarsi tutto ciò? Non aveva mai provocato, non era stato cattivo, né con le persone né con gli animali, studiava tutte le materie ed era sempre gentile con tutti. Perché stava succedendo proprio a lui?

Papà bussò alla porta con discrezione, entrò e si sedette sul bordo del letto.

“Se avessi potuto scegliere non avrei fatto mai qualcosa per dispiacerti così tanto, sono sempre tuo papà e niente e nessuno potrà cambiare questo dato di fatto e puoi chiamarmi come vuoi, non sei obbligato a chiamarmi Anna, puoi continuare a chiamarmi papà, Dimitri, come vuoi tu.”

“TI chiamerò stupido e demente perché dici che sei donna!!!”

Urlò, Pietro, e uscì di corsa dalla camera per andare a chiudersi in bagno.

Il giorno dopo non andò a scuola, disse che non si sentiva bene e rimase chiuso in camera, anche la mamma chiese un permesso al lavoro per fargli compagnia.

Parlarono molto tutto il giorno. Pietro piangeva e non capiva perché la mamma non si sentisse tradita e come poteva stare così tranquilla… Il pomeriggio andarono da una psicologa. Qualsiasi cosa gli dicesse, lui comunque aveva già deciso: aveva perso il padre ed ora era a lutto e non sapeva se avrebbe sofferto maggiormente se fosse davvero morto.

Nei giorni seguenti la situazione non era cambiata, Pietro non parlava e a volte diceva:

“Lasciatemi in pace, vi odio tutti e due.”

Papà era diventato come un robot che va al lavoro, torna a dormire, si sveglia e se ne va di nuovo. Non mangiava, non parlava, non rideva.

La mamma cercava di fare tutto come prima e la signora Aleka, la psicologa da cui Pietro andava tre volte la settimana, cercava di farlo stare meglio. Ma Pietro era a lutto.

Finché un giorno la signora Aleka gli propose di entrare a far parte di un gruppo di ragazzi con situazioni familiari simili alla sua. Gli occhi di Pietro si riempirono di lacrime mentre guardava sorpreso la psicologa. Fino ad allora aveva pensato che non ci fosse al mondo nessun altro bambino a cui fosse successa una cosa simile, che fosse l’unico e il solo. Accettò immediatamente.

Di sicuro lì avrebbe trovato altri compagni con i quali mettere a punto un piano di azione per riprogettare le famiglie e i genitori esattamente come li volevano loro. Nel gruppo simpatizzò con alcuni ragazzi in particolare. C’era Vangelis la cui madre, lui stesso raccontava:

“ok non assomigliava alle altre mamme, non è che si era svegliata una mattina e improvvisamente aveva cominciato a dire che era una persona transgender, era sempre stato così, ma…”

Ma quanto si era vergognato l’altro ieri quando erano andati loro tre, insieme alla sorellina a comprare le scarpe e la piccola, davanti ai clienti e alle commesse aveva detto:

“Mamma, ti piacciono queste?” E tutti si erano girati a cercare con lo sguardo dov’era la mamma come se fosse invisibile, vedendo soltanto un signore con due bambini!

Bel tipo,Vangelis, disperato anche lui quanto Pietro.

Poi fece la conoscenza di Despina, era la più grande e la più calma di tutti. Diceva a Vangelis che non doveva vergognarsi di niente, erano gli altri che dovevano vergognarsi della loro morbosa curiosità e indiscrezione.

Alla prima riunione Pietro ascoltava e non interveniva, si era solo presentato e niente di più e per fortuna nessuno lo invitò ad aggiungere altro. Poteva capire molto bene la vergogna e la rabbia di Vangelis. Ma Despina? Voleva tanto parlarle per capire che cosa la rendeva così rilassata.

Dopo diverse sedute le telefonò, solo per domandarle timidamente se sarebbe andata alla prossima riunione del giovedì e un po’ alla volta cominciò a telefonarle per sentirle raccontare la sua esperienza e sentirle raccontare che, ora che si era conclusa la transizione del suo papà, tutto andava per il meglio con la mamma e il suo nuovo compagno e con Katia, che prima tutti chiamavano Panagiotis ma che ora era Katia ed era felice e contenta e… non le sembrava per niente di aver perso un genitore anzi di averne trovata un’altra con la quale facevano tante cose e si godevano la vita così com’era.

Fu così che Pietro trovò in Despina una nuova compagna, non quell’alleata che cercava all’inizio, ma un’amica che gli mostrava come non soffrire e gli spiegava le cose in modo semplice da fargliele capire, lo aiutava a diventare più sereno e a ripensare di nuovo ad una famiglia nella quale tutti fossero felici.

Un giorno Despina alla riunione condivise con gli altri un documentario con una tipa di nove anni, Giosy Romero, che alla nascita fu battezzata Giosef e che quindi tutti chiamavano Gioy poiché dicevano che era nata maschio mentre lei dentro di sé sapeva di essere una ragazza1. Vide il papa’ di Giosy che diceva che da neonata piangeva sconsolata come se con il pianto cercasse di esprimersi chiedendo ai genitori di rimediare a qualcosa che non andava. Alla fine della storia i genitori la capirono e l’abbracciarono accettandola per quello che era e la loro vita proseguì in una famiglia amorevole e felice.

Poi Pietro riguardò da solo il video con più attenzione, ogni tanto fermava l’immagine con il mouse per leggere meglio i sottotitoli, andava in terza elementare non sapeva ancora leggere speditamente.

Fermava il video non solo perché non aveva fatto in tempo a leggere, ma per capire bene cosa c’era da capire. Vide all’inizio il padre che diceva che Gioy era suo figlio e gli voleva bene con tutto il cuore e come ogni genitore aveva grandi aspettative per lui e che Giosy lo aveva “disorganizzato/disorientato”.

Che voleva dire disorganizzato/disorientato? Doveva domandarlo a Despina, certamente lo sapeva.

Il papà di Giosy diceva che si sentiva in lutto per la perdita di Giosef e non sapeva come superarlo, quando ad un certo punto capì che i suoi sentimenti non potevano prevalere su quelli della figlia e si rese conto di quanto la rendevano infelice. Solo quando lui e la moglie l’accettarono per quello che realmente era la vide sorridere e in fondo, sì, aveva perso un figlio, ma aveva trovato una figlia.

E così Pietro cominciò a capire: era come se ci fosse stata una grande esplosione nel suo cervellino di nove anni e milioni di fuochi pirotecnici si erano accesi brillando multicolori.

“E se fosse successo a me?” pensò “Se io non mi fossi sentito maschio ma femmina? Se mamma e papa’ non si fossero comportati come i genitori di Giosy?”

Si era finalmente messo nei panni dell’altra, di un’altra che aveva vissuto in tenera età ciò che suo padre stava affrontando da adulto.

Chiamò Despina tutto accaldato:

“Telefona subito a casa e dì a papà, no alla mamma, di venirmi a prendere in moto e di portarmi anche il casco.”

Despina telefonò e dopo un po’ Pietro stava sulla moto: aveva chiesto di andare al mare a Capo Sunio. Si stava facendo sera, c’era già la luna, papà lo coprì con il suo giubbotto e rimase solo con una maglietta leggera. Era magro, trascurato, non si era nemmeno rasato.

“Non ne ho bisogno, mi basta il mio di giubbotto, debole come sei ti becchi l’influenza e te ne stai a letto per parecchio tempo!”

Si sentì un po’ strano a pensare che gli aveva detto: “ti becchi l’influenza!” Era quello che i grandi dicevano ai loro piccoli e non viceversa.

Poi gli domandò:

“Che cosa vuol dire mi hai disorganizzato/disorientato?”

Dimitri gli spiegò che significa quando qualcuno o qualcosa ci confonde le cose e non le troviamo più nell’ordine in cui le avremmo volute.

“Immagina che qualcuno ti ha mischiato i giocattoli e ti ha messo le costruzioni nelle scatole dei puzzle e le macchinine nel portacolori, creandoti una gran confusione mentre tu invece avevi ogni gioco al suo posto nella sua scatola.”

Allora Pietro gli disse:

“Vabbè all’inizio mi avevi disorganizzato/disorientato, però adesso posso capirti. Ti voglio bene e ciò non può cambiare, perciò non voglio più vederti infelice e disperato, voglio che tu sia sereno. In fondo sei mio padre e anche ciò non può cambiare, ma non voglio perderti e non voglio non vederti mai più.”

A quel punto Anna cominciò a piangere ed era la prima volta che Pietro la vedeva, tranne quella notte del sogno in cui la mamma l’aveva tirata fuori dalla pancia del lupo.

Era la prima volta che la riconosceva e l’abbracciava e sentiva il suo tepore e l’amore che lei nutriva per lui.

Gli disse che molti anni prima si aspettava di sentire queste parole da un altro Pietro, il nonno che invece, duro e inflessibile, la scacciò di casa e non le rivolse più la parola sino a quando nacque suo nipote… e non riparlarono mai più di quello che aveva sentito e detto sulla porta:

“Non mettere mai più piede in casa mia, per me sei morto.”

E Anna gli raccontò come conobbe la mamma e se ne innamorò: al suo fianco trovò comprensione e tenerezza e così pensò che tutto andasse bene… invece non era proprio così perché dentro di lei c’era sempre Anna e ciò non poteva cambiare.

Tornando verso Atene, Pietro e Anna ridevano e piangevano di gioia e sollievo mentre mangiucchiavano dei panini comprati in un chiosco.

Pietro era consapevole che d’ora in avanti tutto sarebbe stato diverso e i pensieri scorrevano nel suo cervello a velocità della luce.

Se il nonno Pietro non voleva vedere Anna non sarebbe dovuto venire più a casa loro, in fondo che se ne faceva di un nonno senza cuore?

E se Elia era così sciocco da volerlo prendere in giro, che continuasse… non gliene importava un fico secco.

E poi doveva ricordarsi domattina di chiedere scusa a Marilena, per averla presa in giro per le sue due mamme, anzi le doveva dire che era fortunata ad averne due che le volessero tanto bene.

E doveva ringraziare Despina che gli aveva aperto gli occhi e non lo aveva lasciato solo nella sua infelicità. Avrebbe chiesto alla mamma di andare a comprarle quel libro che tanto le piaceva e gliel’avrebbe regalato anche se non era ancora il suo compleanno.

E avrebbe provato a parlare a Vangelis, peccato che si tormenti così, le cose sono semplici basta che le capisca anche lui.

E la mamma… voleva abbracciarla e dirle quanto era buona e forte e quanto le voleva bene e che ora capiva che aveva ragione: non ha importanza che chi ami sia un uomo o una donna, basta l’amore e il desiderio di vederlo felice.

E voleva vedere la signora Aleka per dirle che finalmente si sentiva meglio.

E alla nonna Sofia voleva dire quanto gli dispiaceva che avesse trascorso tutta la vita con il nonno Pietro che l’aveva privata della sua creatura e voleva anche dirle di non permettergli più di farlo. Se il nonno avesse continuato a dire quello che diceva di Anna, lei sarebbe potuta venire a vivere a casa loro, c’entrava un altro letto nella sua cameretta.

Era una notte d’inverno fredda e luminosa ma tutto ora sembrava essere più giusto, umano e temperato.

Ah, devo anche ricordarmi di ringraziare il lupo che mi ha restituito Anna e insieme a lei tutta la mia famiglia, per fortuna ancora tutta d’un pezzo!!!

1 Il documentario a cui si riferisce il racconto fa parte di una serie Americana intitolata ”Sesso, bugie e gender” realizzato da David Elisco e Peter Coyote (2010) per il National Geografic. 

  

13282251_627292484089778_1724924212_nStella Belià è direttrice ed insegnante di scuola materna, ha conseguito la laurea presso la facoltà di Pedagogia con la specializzazione nel Teatro e Pubblica Istruzione presso l’Università di Atene. E’ presidentessa dell’associazione genitori LGBTQI Famiglie Arcobaleno e scrittrice di libri per ragazzi. Tra le sue pubblicazioni: “Le due piccole uova” (Atene 2014, illustrato da Smaragda Magou) e “Alice si guarda allo specchio” (Atene 2016, illustrato da Gianni Aleksiadis). Il racconto “Pietro e il lupo” è tratto dal libro “Piccole storie familiari” (Atene 2016).

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Xarhs Scocozza e’ un attivista trans italo-greco, componente dell’associazione Famiglie Arcobaleno italiana, dell’associazione Genitori LGBTQI greci, e dell’associazione di supporto Transgender (TSA).

Vive tra Egina ed Atene. Si occupa di traduzioni, diritti civili, transgenitorialità, immigrati e profughi LGBT.

Revisione: Egon Botteghi

Editing: Duccio Campriani e Michela Balocchi

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