Un esempio di lotta, perché ogni lotta è un esempio
Un esempio di lotta, perché ogni lotta è un esempio
Norimberga agosto 2025
Da mercoledì 6 a venerdì 8 agosto sono stata al campeggio di protesta davanti allo zoo di Norimberga, a seguito dell’uccisione di 12 babbuini.
La mobilitazione era organizzata da Animal Rebellion Deutschland, anche se lз attivistз presenti nei giorni infrasettimanali in cui sono stata presente io afferivano prevalentemente ad altre realtà come Animal Rights Watch (ARIWA) o Animal Save, o si erano unite come singole individualità attive per i diritti animali in Germania.
Si è trattato di 6 giorni (dal 4 al 10 agosto) di campeggio perfettamente legale, all’interno del parcheggio dello zoo. Dalle 15 alle 18, ogni pomeriggio per tutta la settimana, si sono tenute manifestazioni di protesta, culminate in una più grande iniziativa la domenica mattina.
Quando il campo di protesta è stato reso noto per la prima volta sui social, i babbuini non erano ancora stati uccisi dallo zoo. Lo sterminio è avvenuto il giorno dopo l’annuncio della sua costituzione, il 29 luglio. Quel giorno lo zoo aveva chiuso al pubblico, lasciando intendere che qualcosa sarebbe successo. Dopo che i babbuini sono stati uccisi ho saputo che l’accampamento si sarebbe tenuto comunque e ho pensato istintivamente che avesse poco senso partecipare, dato che ormai la morte degli animali era un dato di fatto e non più, purtroppo, un’ipotesi.
Nonostante questo, qualcosa mi ha chiamato comunque verso quel campeggio, forse la consapevolezza che serve essere testimonianza attiva della possibilità di immaginare un mondo migliore, anche davanti all’orrore più totale e insensato. Proprio a Norimberga, città che richiama eventi storici non di poco conto, la Germania ha voluto darmi una grande lezione: non si lotta solo prima, non si lotta solo durante (attiviste sono entrate allo zoo il giorno dell’uccisione, provando a interporre i loro corpi tra carnefici e vittime), ma anche dopo, per quanto sembri inutile, per quanto risulti difficile anteporre un atteggiamento combattivo a uno di lutto e sofferenza, o mantenere entrambi in contemporanea.
La situazione nei giorni successivi all’uccisione era molto tranquilla per quanto riguarda i controlli di polizia. Essendo Animal Rebellion un movimento che pratica disobbedienza civile, quello che mi aspettavo era uno stato di allerta da parte delle forze dell’ordine, che invece sono state pressoché assenti. Durante la notte facevamo lunghe passeggiate nei dintorni dello zoo e intorno allo stesso edificio e, nella medesima situazione in Italia, avrei sicuramente visto innumerevoli pattuglie a proteggere il luogo dall’ipotesi incursioni. Così non è stato, e nemmeno durante i momenti di protesta “ufficiali” sono state effettuate identificazioni delle persone presenti, cosa che mi fa riflettere molto su quanto in Italia la repressione nei confronti delle persone antispeciste sia a un livello molto più elevato.
Durante la manifestazione pomeridiana a cui ho partecipato giovedì pomeriggio, cori e interventi sono stati prevalentemente in tedesco. Mi hanno colpito un paio di episodi che avrei potuto vivere tranquillamente in Italia e che erano perfettamente comprensibili anche da me nonostante la barriera linguistica: due persone, in particolare una giovane donna con una bambina, si sono avvicinate a noi con un atteggiamento chiaramente aggressivo, deducibile dalla postura del corpo, dal tono della voce, dall’espressione del volto. Durante la mattinata, con due compagne avevamo effettuato delle scritte con gessetti per le strade intorno allo zoo. Una donna si è fermata e ci ha detto qualcosa relativamente al numero di uccisioni di animali per scopi alimentari. Inutile dirle che eravamo tutte vegane: chi non sopporta la protesta è uguale in tutto il mondo, reputa sempre ci sia qualcos’altro di più urgente di cui occuparsi rispetto a quello che si sta facendo. Lo stesso è emerso dagli interventi aggressivi delle due persone a cui facevo riferimento. Pur non comprendendo a pieno il tedesco, mi sono stati chiari i riferimenti dell’uomo alla situazione in Ucraina e al genocidio a Gaza. Secondo lui, avremmo dovuto occuparci prima di quelle situazioni e poi, forse, degli animali. Durante i due giorni passati a Norimberga ho dialogato in particolare con una ragazza ventenne attiva nella sua zona per la Palestina.
Le ho spiegato che in Italia avevo deciso di concentrare le mie energie nell’antispecismo perché ritenevo ci fosse più bisogno di persone attive rispetto ad altre cause, lei mi ha detto lo stesso per quanto riguarda la causa palestinese in Germania. È stato commovente vedere che, nonostante ciò, quello era il suo posto, che non c’era un prima e un dopo, una scala di priorità, bensì un impegno totale e totalizzante ad essere dove serve il nostro corpo, dove serve unire la nostra voce a quella degli altri esseri viventi – umani o non umani che siano – per amplificarla.
Allo zoo, comunque, c’erano tantissimi visitatori. La notizia dell’uccisione dei babbuini ha assunto carattere internazionale e nonostante questo le persone continuavano a visitarlo a frotte come se niente fosse.
Questo mi ha messo tanta malinconia e un senso di impotenza.
Tuttavia, quando ci chiediamo che senso abbia quello che facciamo, credo che dobbiamo sempre ricordarci la potenza immensa del posizionarsi.
A che cosa serve il 25 aprile?
A che cosa il primo maggio?
A che cosa la Giornata della Memoria?
Servono a qualcosa?
Se potessi esprimere un desiderio relativo al mio futuro da militante per la liberazione animale, auspicherei di non perdere mai non dico l’entusiasmo, – perché c’è poco da essere entusiasti di fronte a quello che è accaduto a Norimberga, – ma la tenacia e la forza di essere una voce contro.
Posizioniamoci, sempre. Anche quando sembra non valerne la pena. Anche quando sembra troppo tardi. Portiamo la nostra idea di mondo nei luoghi in cui viene praticato l’opposto di ciò che auspichiamo. Siamoci. Esistiamo. Solidarizziamo con le vite animali.
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This powerful reflection deeply resonates. The author’s honesty about disillusionment yet unwavering commitment is inspiring. It’s a stark reminder of the importance of active resistance even amidst horror and apathy.