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Intersezionalità e lotta per la liberazione animale

L’intersezionalità può essere utile per la lotta di liberazione animale? Scopriamolo insieme.

 

“Non esiste una cosa come la lotta univoca, perché non viviamo vite univoche”

Audre Lorde

 

L’analisi intersezionale si può definire come l’analisi dell’azione contemporanea di diverse discriminazioni su una persona. Questo concetto è diventato uno dei temi caldi anche nel mondo animalista e in quello antispecista, e, a seconda dei posizionamenti, viene visto come un problema se non addirittura un ostacolo o al contrario come un’importante risorsa per la lotta di liberazione animale.

 

Inquadramento storico

Storicamente il concetto di intersezionalità nasce nel movimento femminista nero.

Una prima chiamata ad uno sguardo intersezionale si fa risalire al discorso “Ain’t I a woman tenuto da Sojourner Truth nel December 1851 alla Women’s Convention, Akron, Ohio.

Un altro momento storico importante per lo sviluppo del concetto di intersezionalità è stata la pubblicazione del Manifesto del Combahee River Collective, collettivo di femministe e lesbiche nere, nato negli Stati Uniti nei primi anni ’70, nel quale si evidenzia la necessità di una pratica politica che, per una corretta lettura delle oppressioni vissute (in questo caso) dalle donne di colore e lesbiche, tenesse in considerazione i vari sistemi di oppressione alle quali sono costrette: sessismo,  razzismo, lesbofobia, classismo, patriarcato.

Si delinea così la peculiarità dello sguardo intersezionale che trova la sua sistematizzazione più famosa nel testo di Kimberlé CrenshawDemarginalizing the Intersection of Race and Sex: A Black Feminist Critique of Antidiscrimination Doctrine, Feminist Theory and Antiracist Politics” del 1989.

L’autrice, in questo testo, evidenzia come sia impossibile comprendere la vera natura delle oppressioni se non si considera il fatto che razzismo, sessismo, classismo, non agiscono separatamente e in modo indipendente, ma sono piuttosto interconnesse e vanno a costituire un vero e proprio sistema di oppressione.

 

E gli animali?

Questo seppur breve e incompleto inquadramento storico è importante per  comprendere cosa si intende per intersezionalità nell’ambito dei diritti degli animali non umani.

L’animalismo vede nell’intersezionalità una sorta di chiamata alle armi secondo la quale oltre alla lotta per la liberazione animale, bisogna anche lottare contro il razzismo, il sessismo, il patriarcato, l’abilismo e contro tutte le forme di oppressione al vivente. 

Questa chiamata alle armi sarebbe per l’animalista un problema perché:

  1. da una parte andrebbe a interferire rispetto al focus principale dell’animalista (la lotta per la liberazione animale), consumando risorse ed energie;
  2. dall’altra non troverebbe un sostegno negli altri movimenti sociali di liberazione, ragion per cui ‘a ciascuno il suo’, io animalista mi occupo del benessere animale, tu antirazzista ti occupi del tuo problema e così via.

Questa lettura rivela la natura single-issue dell’animalismo, il cui unico focus è centrato sul benessere degli animali non umani, natura che ne caratterizza e condiziona la visione e l’approccio.

Errore di valutazione?

L’errore principale dell’animalismo, condizionato da una lettura, come abbiamo visto, single-issue, sta nel considerare l’intersezionalità come una richiesta di intervento attivo su più fronti, richiesta solitamente unidirezionale che cerca di coinvolgere gli animalisti senza che però vi sia un impegno in tal senso da parte delle altre lotte di liberazione.

E’ vero che spesso gli altri movimenti sociali non si sono interessati o non hanno compreso appieno l’importanza della lotta antispecista, ce lo ricorda anche Rachele Borghi quando afferma che “Malgrado praticassi un femminismo intersezionale, all’oppressione di specie non c’ero arrivata. Non per caso «il meno indagato dei privilegi è il privilegio di specie» . (1) (2)

Andando però a leggere senza pregiudizi o preconcetti quello che Crenshaw propone, vediamo che non è affatto la richiesta di un impegno ma piuttosto l’esposizione di un potente strumento di lettura della realtà attraverso la comprensione dell’azione delle oppressioni sul vivente (animale non umano compreso).

 

Teoria della complessità

Quella che viene proposta è una teoria della complessità, agli antipodi quindi di un approccio single-issue, che permetta di comprendere in maniera più sistematica la base multidimensionale delle ingiustizie e delle diseguaglianze.

Sicuramente la formulazione storica dell’intersezionalità è situata antropocentricamente, ma ciò non ci impedisce di utilizzare questo strumento per comprendere meglio e appieno quella che è l’oppressione specifica sugli animali non umani.

Se quindi partiamo dal presupposto che l’oppressione specista si caratterizza per la “Convinzione secondo cui gli esseri umani sono superiori per status e valore agli altri animali, e pertanto devono godere di maggiori diritti possiamo caratterizzare ulteriormente questa oppressione rivelando la natura sessista, razzista, abilista, coloniale e patriarcale di questa oppressione.

 

Sessismo specista

Si può quindi parlare di uno specismo sessista che assume particolari forme di oppressione e di relazione sul e con l’animale non umano. Si pensi in tale senso al famoso testo “La politica sessuale della carne” dell’attivista femminista e vegana Carol J. Adams, capace di rivelare i rapporti tra patriarcato e consumo di carne e il modo in cui influenza e guida le scelte alimentari umane, o al concetto di “proteine femminizzate” in cui l’oggettivazione del femminile trasforma l’animale non umano in un semplice oggetto destinato al consumo alimentare.

Ma penso anche ad un articolo uscito sulla rivista Liberazioni dal titolo “Rosita la balia: un lavoro da mammiferi” (3) nel quale Angela Balzano ci fa riflettere  sul processo di “delega del lavoro di riproduzione e di cura” transpecie estorto all’animale non umano ed evidenziato dalla creazione di Rosita, “una mucca/balia clonata per produrre latte contenente proteine umane destinato all’alimentazione di infanti umani”.

 

Razzismo specista

Come non vedere poi l’espressione di un razzismo specista, ad esempio, nella classica suddivisione tra ‘pet’ e ‘animali da allevamento’, per cui basandosi su una differenza di razza si decide per la sacrificabilità o meno di alcuni corpi? 

Allo stesso modo possiamo fare esempi che rivelano la natura abilista dello specismo, o la natura colonialista dello specismo, e così proseguendo.

 

Teoria o pratica?

Questa che potrebbe sembrare una discussione prettamente teorica ha invece delle importanti ricadute pratiche capaci di indirizzare, rafforzare e migliorare l’azione della liberazione animale.

La ricaduta principale è quella della necessità di un antispecismo che non sia solo critica all’attribuzione di un diverso valore e status morale al vivente in base alla sua specie di appartenenza, ma soprattutto necessità di riconoscere il valore di ogni essere vivente, necessità di rivedere le relazioni tra animali umani e non, critica ad ogni forma di dominio in quanto presupposto per le diseguaglianze e necessità di un radicale cambiamento della società.

In questo credo si possa collocare il senso politico dell’antispecismo, il suo desiderio di mettere in crisi le forme di potere che costituiscono la base per l’oppressione e lo sfruttamento del vivente umano e non. Ed è in questo obiettivo che possiamo trovare e rivelare la comunione di intenti tra le varie forme ed obiettivi dei movimenti di liberazione.

In questo senso non può esistere liberazione che non sia intersezionale, poiché lasciare indietro qualcun* è lasciare indietro tutt*.

 

Note

(1) Rachele Borghi – Guancia di maiale e gamba di sedano. Lettera aperta al femminismo specista.

(2) feminoska, “Intersezionalità. Di oppressioni e privilegi”, in Sarat Colling, Animali in Rivolta, Mimesis, Milano-Udine 2017.

(3) Liberazioni n°40 – Primavera 2020.

 

 

Andrea Baffa Scirocco

Psicologo Clinico e Psicoterapeuta Sistemico Relazionale 

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