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Lo zaino è una trincea

di Miriam Abu Eideh

su Sedicigiugno di Foligno (Novembre 2019)

mi guarda di sottecchi, cuffiette alle orecchie e zaino posizionato a mo’ di trincea sul banco.

Dietro quella trincea P. passa tutta la mattina, apparentemente impermeabile a lusinghe e minacce deз variз docenti che si susseguono e cercano di avere con lui un minimo dialogo.

Anche stamattina il copione si ripete e lui spera che lo lasci nel suo isolamento, che non mi sia accorta di niente. Non ha ancora capito che dopo 15 anni di insegnamento sono allenata ad accorgermi di tutto: del broncio di Elisa, dei bigliettini di Xhon, dell’impazienza di Samir che ha scritto un nuovo pezzo trap e vuole farmelo assolutamente sentire.

Mentre cancello la lavagna guardo a mia volta P. E’ coperto dallo zaino, sta con la testa incassata, e non ha ascoltato una parola di quel che ho detto su faraoni e piramidi. D’altra parte, se anche volesse farlo non capirebbe nulla.

Arriva da un villaggio scritto in cirillico, posizionato in un Paese freddo famoso solo per via delle scaramucce tra il suo presidente e Vladimir Putin.

P. è stato inserito in prima superiore ma non parla una parola d’italiano.

Cerco di mettermi nei suoi panni. Anch’io, probabilmente, se dovessi trascorrere ore e ore in un posto in cui tutti si esprimono in una lingua sconosciuta, tenderei, dopo poco, a isolarmi, ad ascoltare la musica, a giocare col telefono, per sfuggire alla noia e al senso di inadeguatezza che di certo proverei.

Ci sono migliaia di P. nelle scuole italiane, che aspettano un cenno di riconoscimento, che sperano di essere strappatз ai loro cellulari e di essere accoltз, migliaia di alunne e alunni che rischiano l’insuccesso e l’abbandono scolastico.

Perché non prevedere, prima dell’inserimento a scuola, che le studentesse e gli studenti in arrivo dai Paesi stranieri possano frequentare delle classi di transizione nelle quali venga fatta esclusivamente alfabetizzazione per sei ore al giorno, tutti i giorni, per due o tre mesi almeno? Ha senso l’inserimento selvaggio di ragazzз in difficoltà nelle classi, senza che questo inserimento sia accompagnato da fattive forme di inclusione, che dovrebbero essere previste dal sistema di istruzione e non demandate alle singole scuole e alla loro “buona volontà”? Ha senso parlare di diritto all’istruzione, se poi non si mettono tuttз in grado di godere appieno di questo diritto?

 

 

 

 

 

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