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Cloud Atlas: l’antispecismo che sbarca sul grande schermo

di Michela Angelini in antispecismo.net 20 Gennaio 2013

Lana Wachowski, transessuale, famosa per aver firmato il film Matrix assieme al fratello Andy, torna nei cinema con Cloud Atlas. Tutto ha inizio con lo scambio dell’omonimo libro, scritto da David Mitchell, tra due vegane: Natalie Portman e Lana Wachowski, la quale decide di acquistare subito i diritti per la trasposizione cinematografica.

Cloud Atlas è un’opera che collega vite apparentemente slegate, lotte diverse, diritti negati e ingiustizie ripagate dal tempo: tutto è connesso. “Dalla culla alla tomba, le nostre vite non ci appartengono. Siamo legati ad altri, passati e presenti. Da ogni crimine o atto di bontà creiamo il nostro futuro”.

I registi (Lana e Andy Wachoski e Tom Tykwer) hanno chiaramente scelto di parlare di antispecismo ed oppressione animale attraverso le vicende umane narrate.

Autua, schiavo di colore, non è un buon schiavo. Ha visto troppe cose del mondo per esserlo. Mentre viene brutalmente frustato, legato ad un palo, il suo sguardo si incrocia a quello di Adam Ewing, avvocato bianco. Lo zoom sull’occhio della “bestia” Autua, pieno di paura e voglia di ribellione, l’ho interpretato come modo cinematografico di mostrare quell’anima che la società nega a chi ci sentiamo in dovere di sfruttare. Adam, come ipnotizzato, resta a guardare il trattamento riservato alla bestia, ma non riesce a condividere quell’oppressione imposta come naturale dal sistema.

I deboli sono carne e i forti devono mangiarli, afferma Henry Goose, dottore e “tigre che non può cambiare le sue strisce” mentre, fingendo di curarlo, avvelena il protagonista, per poi derubarlo. Adam, alla fine, diventerà un attivista per i diritti delle persone di colore, andando contro gli interessi del sistema, rappresentato dal suocero, che lo ammonisce dicendogli: “C’è un ordine naturale in questo mondo. Quelli che tentano di sovvertirlo hanno vita breve”.

“Mi chiedo perché commettiamo sempre gli stessi errori” si chiede la giornalista Luisa Rey, sfogliando la corrispondenza tra gli innamorati Frobisher a Sixmith. La “bestia pederasta” Frobisher, sarà ricattato da Vyvyan Ayrs, famoso compositore, che lo vorrebbe suo schiavo per firmare ogni suo componimento con il proprio nome. Morirà suicida, ma dopo aver composto l’opera Cloud Atlas, solo e senza essere sceso a compromessi. “Non sarò soggetto ad abusi criminali!”, afferma Timothy Cavendish, schiavo della casa di riposo, dove viene imprigionato con l’inganno dal fratello, perché diventato solo un inutile fastidio per lui e per la società. Scriverà un libro sulla sua fuga dalla casa di riposo che, citato in un film tratto dalla sua opera, diventerà messaggio di ribellione per i protagonisti dell’episodio successivo.

In “la preghiera di Sonmi-451”, ambientato nel 2144, è palese il parallelo tra l’oppressione dei lavoratori-schiavi e l’oppressione animale.

Nell’episodio viene rappresentato un mondo fatto di consumatori e servienti. I servienti non son altro che bestie – schiavo, tutte uguali, nelle vesti di identiche ragazze dai tratti orientali. Attraverso le parole di Sonmi si viene a sapere che i servienti dormono, si svegliano, vengono ripuliti e vestiti bene per poi passare la giornata a produrre panini e pulire tavoli, come macchine senza sentimenti, in un Mc Donald dall’aspetto futuristico. Tutto ciò si compie per 12 cicli, dove ogni giorno è identico al precedente. Trascorso tale periodo, durante una cerimonia simil-religiosa, la schiava liberata, vestita di bianco, lascia il gruppo e viene accompagnata da due persone, vestite di rosso, davanti una porta, che per le servienti ancora schiave rappresenta il passaggio verso la libertà. Qui, non si può fingere di non capire cosa stia per succedere: La serviente, sorridente e piena di speranza, attraversa la porta e gira a destra, poi a sinistra. Attraversa un passaggio fatto di fitte strisce verticali in plastica. Entra, palesemente, in un macello. Le viene applicato un casco, dicendole che serve per toglierle il collare, accessorio di cui tutte le servienti sono dotate ma che, in realtà, serve a stordirla/ucciderla. Immediatamente un gancio trapassa i suoi arti e la solleva, per portarla in uno stanzone che poco spazio lascia alla fantasia: corpi umani appesi, alcuni nudi altri già scuoiati. Questi cadaveri sono indispensabili per il sistema, che li sfrutta prima per produrre energia poi, saponificando gli scarti, come cibo per le stesse servienti ancora vive e in attività. Noto una particolarità. Il custode delle servienti, un consumatore, continua a mangiare sapone durante le notti di guardia. Ne è dipendente e muore abusandone. Azzardato il paragone sapone – derivato serviente con carne – derivato animale?

La serviente Somni-451, liberata da un esercito di ribelli, si mostrerà al mondo come saggio essere senziente, che manderà messaggi di pace mentre il sistema abortisce la ribellione in atto. Somni diventerà divinità per i protagonisti dell’episodio seguente, una società futura, in cui la cività è tornata al primitivismo. In questo episodio si contrappone una tribù di contadini e allevatori ad un esercito di uomini mascherati a cavallo, che si sentono di poter disporre come meglio credono degli umani non guerriero. Si assiste ad un episodio di cannibalismo, compiuto dal più forte sul più debole, e ad una jugulazione identica a quella che si farebbe ad un bovino prima della macellazione.

Tanti i punti cruenti di questa storia. Tanti i riferimenti all’oppressione di animali umani e non umani. Rappresentare l’uomo al pari dell’animale, sfruttato e macellato, mostrare in ogni episodio personaggi che esprimono i propri ideali di libertà fronteggiati da esponenti del sistema che si oppongono a qualsiasi tipo di cambiamento, dovrebbe essere sufficiente a far scattare indignazione e pensieri eversivi in chi è seduto a vedere il film. Non è così. Gli unici gridi di scandalo che si son sollevati dalla sala sono stati dei “NO! Ti prego non farlo” quando il compositore Robert Frobisher tenta di baciare l’anziano per cui lavora, dei “non posso guardare!” mentre lo stesso personaggio bacia il compagno Sixmith, dei “ma è un uomo!” quando la sapiente regia ha deciso di inserire personaggi evidentemente transgender in ruoli insignificanti per la narrazione, come per voler dire “siamo in mezzo a voi, viviamo vite normali, come le vostre”.

In Cloud Atlas passano, così, quasi 500 anni in poco meno di 3 ore di film. Ogni vita, interconnessa con le altre, è importante per attuare il cambiamento. I limiti che ci insegnano e ci impongono sono solo convenzioni. Ogni lotta, ogni ribellione passata e presente è indispensabile per raggiungere, un domani, quell’uguaglianza che tanti desiderano.

 

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