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Il genere. Una guida orientativa?

Il genere. Una guida orientativa?

di Anna Picciolini, per intersexioni

Chi si trova  a dover fronteggiare, nelle scuole ma non solo, l’offensiva reazionaria (che si potrebbe tranquillamente definire clerico-fascista) che si definisce lotta contro l’ideologia gender,  ha salutato con piacere qualche mese fa l’uscita di Il “genere”. Una guida orientativa.

La lettura del testo, presentato a Firenze il 30 gennaio scorso, per iniziativa dell’associazione fiorentina ireos, in collaborazione con RGR e il Coordinamento contro la violenza di genere e il sessismo, suscita però meno entusiasmo. A me fa venire in mente un proverbio, che traduco malamente dall’inglese e con cui mi sono sempre trovata in disaccordo: “Ciò che merita di essere fatto, lo sia anche a costo di essere malfatto”. Penso invece che una cosa che merita di essere fatta, dirò di più, che deve essere fatta, deve essere fatta bene, altrimenti peggiora la situazione, confonde le acque. Temo sia il caso di questa Guida, che più che orientativa mi sembra, per diversi aspetti, disorientante.

Esporrò qui di seguito alcuni argomenti a sostegno di questo giudizio negativo. Quelli da me esposti durante la presentazione citata hanno ottenuto risposte insoddisfacenti. Altri sono frutto di una riflessione successiva.

Si riferiscono in particolare a tre punti della Guida, a tre paragrafi, che indico con il loro titolo.

Che cosa sono gli studi di genere?

Ricostruendone la genesi, si afferma che gli studi di genere si collocano “dentro un contenitore molto più ampio, noto come studi culturali (cultural studies)”, indicando come esempio lo “studio delle condizioni di disabilità”. Si afferma poi che “tali studi sono stati condotti dai movimenti femministi o di persone omosessuali, nonché dalle minoranze etniche e linguistiche”. Gli studi di genere – si dice ancora – “hanno conosciuto molteplici versioni… intrecciandosi con ragioni politiche, culturali, emotive legate alle rispettive condizioni di minoranza” (pag. 12).

Se non è scorretta la definizione di “studi che abbracciano in modo trasversale tutte le discipline scientifiche e sociali”, è decisamente scorretta la ricostruzione della loro origine: le donne non hanno reagito a una condizione di minoranza, perché minoranza non sono, semmai a una condizione di oppressione, discriminazione, segregazione, ecc.

Questa obiezione è stata accolta con la frase: non è possibile che abbiamo scritto che le donne sono una minoranza! Ma così è. E la correzione promessa non si trova nel testo oggi scaricabile dal sito.

Chi sostiene e conduce questa campagna?

Nella Guida non si fa parola del primo atto di questa offensiva reazionaria, il Lexicon. Termini ambigui e discussi su famiglia vita e questioni etiche, uscito nel 2003 ad opera del Pontificio consiglio della famiglia, organo della gerarchia cattolica.

L’opera, concepita, secondo il teologo cattolico non reazionario Vito Mancuso, come “uno strumento rivolto agli educatori e docenti cattolici per contrastare l’avanzata delle libertà individuali e dei diritti civili nel mondo”, scatenò roventi polemiche dentro e fuori la Chiesa in molti Paesi, soprattutto per le posizioni di condanna dell’omosessualità. Ma nel nostro Paese, “a parte un’indignata reazione del movimento omosessuale… quasi nessun media italiano ne ha voluto parlare né dare voce al dissenso rispetto a una pubblicazione oscurantista”. Il senso di questa pubblicazione – afferma Mancuso – “condivisa da molti cardinali, tra cui Ratzinger allora a capo della Congregazione per la dottrina della fede (l’ex Sant’Uffizio), è l’estrema visione di avversione puntuale rispetto alla modernità e in particolare sulla morale sessuale”.

Joseph Ratzinger, ricordiamo non era allora papa, ma fu il teologo di riferimento di papa Wojtyla nel corso di tutto il pontificato di quest’ultimo.

Mentre di questo Lexicon la Guida non parla, Paolo Rigliano (uno degli autori) ne ha parlato diffusamente nel suo intervento di presentazione, rivendicando addirittura a sé il merito di aver individuato in anticipo questo pensiero che si stava affermando all’interno della Chiesa cattolica, in un suo libro di un paio di anni fa.

Non ho dubbi che questo sia vero, ma allora, ho chiesto, perché questo riferimento nella Guida non c’è? La risposta (“per rendere più semplice l’esposizione”) può essere accettabile per l’opuscoletto più divulgativo, non per la Guida vera e propria. Parlare di questo solo a un ristretto pubblico di persone più motivate esclude chi si limiterà a leggere la Guida dalla piena comprensione del fenomeno. Attribuire la responsabilità della campagna a gruppi minoritari esclude le gravissime responsabilità della Chiesa cattolica e questo, in particolare in Italia, non è accettabile.

A riprova che l’omissione non nasce dal bisogno di semplificare c’è poi una frase illuminante: “Ciò che sconcerta è che la Chiesa – solitamente cauta e non incline a lasciarsi condizionare dal primo predicatore di turno – si stia lentamente allineando con le posizioni più fondamentaliste sorte al suo interno” (pag.18). Ma il Lexicon allora chi l’ha scritto, chi l’ha voluto?

L’evoluzione culturale e storica del genere

E’ comunque nelle 4 pagine di questo paragrafo che si concentrano il maggior numero di osservazioni critiche da parte mia: nessuna esigenza di sintesi giustifica un tale livello di approssimazioni che falsificano una realtà complessa.

In questo paragrafo si pretende di ricostruire a grandi linee quanto le donne hanno detto e pensato, e le lotte che i loro movimenti hanno condotto, soprattutto negli ultimi due secoli.

Cominciamo dall’inizio: è tutta da dimostrare la “nuova centralità del ruolo femminile” presente nella “predicazione delle prime comunità cristiane” (pag.30), ruolo ridimensionato dai “successivi  interventi conservatori di san Paolo”. Visto che san Paolo è più o meno contemporaneo di san Pietro (la tradizione li fa morire entrambi nel corso della persecuzione neroniana) se c’è stata nel primo cristianesimo una fase innovativa sul ruolo delle donne, questa fase è durata lo spazio di un mattino.

E comunque il ruolo femminile è stato sempre saldamente basato sulla funzione materna (e questo dura fino alle dichiarazioni di Papa Bergoglio, altro innovatore!).

Ma passiamo direttamente al XIX secolo e alla “questione femminile” che “comincia ad essere oggetto di riflessione” (pag.31).

Parlare delle Suffragette come di un movimento “sociale” è semplicemente sbagliato. L’ho detto, e la risposta è stata che si è usato il termine sociale perché dire “politico” è riduttivo. Questo significa fare una confusione terminologica grave, equiparare “politico” a “istituzionale/partitico”.

Le Suffragette erano un movimento politico, perché politico era il loro obiettivo (il voto alle donne) e politica era la base dell’aggregazione. Non erano né una categoria, né un ceto, né una classe.

In questo è utile il recente film, che mette a fuoco la partecipazione al movimento, le cui leader erano donne borghesi e nobili, di una donna operaia. Ma al cuore del movimento non c’è la lotta sociale delle lavoratrici. Erano un movimento politico che lottava contro le istituzioni politiche, per nuove leggi. Quella elettorale in primo luogo.

Andiamo agli anni ’80. Attribuire al “pensiero della differenza” la rivendicazione delle pari opportunità è un’altra falsificazione, di cui nel corso della presentazione non ho parlato, perché per discuterne si sarebbe dovuto fare riferimento a pensieri e pratiche politiche femministe (dei diversi femminismi) e questo esulava dal tema dell’incontro. Ma l’affermazione resta sbagliata.

L’intrinseca debolezza di questo paragrafo, la superficialità con cui è svolto il tema, soprattutto nella parte dedicata alla contemporaneità, è stata giustificata – di fronte a una domanda diretta – con una motivazione in un certo senso diplomatica: non si poteva entrare con troppi dettagli nel merito delle posizioni del femminismo perché ci sono state e ci sono aree del femminismo italiano vicine a una visione essenzialista del “genere”, quelle che hanno plaudito al Ratzinger della lettera ai vescovi sul “genio femminile”, ecc.

Curioso modo di esporre un pensiero, quello di ignorarne la complessità per non parlare di ciò che in esso non si condivide. Strano concetto di opportunità!

Forse è stata una scelta di opportunità diplomatica anche quella di “velare” il ruolo della Chiesa cattolica in tutta questa vicenda?

IMG_7216_piccioliniAnna Picciolini Ha lavorato per quasi cinquant’anni tra Roma e Firenze, come insegnante, sociologa, giornalista pubblicista. Femminista e impegnata soprattutto nella politica delle donne, al centro del suo impegno sociale e politico misto ha posto la scommessa sulla possibilità di nuove forme della partecipazione politica e sulla costruzione di uno spazio pubblico dove diverse soggettività di donne e uomini (e non solo) possano incontrarsi e lavorare insieme per un cambiamento radicale dello stato di cose presente. Per ora questa scommessa non sembra destinata al successo.

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