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intersex e nuove politiche di genere: per un movimento lgbtiq

intersessualità e nuove politiche di genere: per un movimento lgbtiq (2010)

di Renato Busarello

in Atti del Convegno L’intersessualità nella società italiana, a cura di Michela Balocchi (2015)

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Il mio intervento parte da una prospettiva di attivista, quindi raccolgo l’istanza che già Lorenzo [Bernini, ndr.], presenta e parlerò sostanzialmente della mia esperienza, in qualche modo, di attivista gay e queer, che appunto provenendo da una storia delle soggettività collocate in un campo medico-patologico delle perversioni, inversioni, aberrazioni sessuali, di cui abbiamo già parlato oggi, insomma, e della loro lotta per prendere parola, per ribaltare il discorso medico-scientifico, etico, che ci ha prodotti e ci ha prodotte, il ‘dispositivo di sessualità’, come lo definiva prima Lorenzo, quindi a partire da una soggettività che si pone in discussione davanti all’emergere della soggettività intersessuale e si pone la domanda e pone la domanda radicale di una trasformazione del movimento lesbico, gay, transgender, intersex, queer per fare in modo che la lettera I non sia l’ennesima minoranza nominata, aggiunta, diciamo e… giustapposta alle altre, ma l’occasione di una ridefinizione, di un potenziamento delle nostre lotte.

Effettivamente, la mia esperienza, rispetto all’esperienza intersex, parte dall’aver incontrato nel 2007 a Roma, al Forte Prenestino, Lollette che è stata per me la prima attivista intersex che rivendicava pubblicamente il proprio orgoglio intersex e la propria soggettività prendendo parola pubblica in un contesto di una rete intertrans in cui si parlava, soprattutto, di movimento transessuale e transgender, e raccontando di sé appunto. Ovviamente conoscevo già l’uso teorico, discorsivo che la teoria queer fa del corpo intersessuale, della sua centralità per scardinare il dispositivo di sessualità che in questo momento vorrei però centrare come dispositivo di eterosessualità normativa, e ovviamente del binarismo di sesso, genere e della costruzione oppositiva e complementare tra omosessualità ed eterosessualità; ovviamente tutte queste cose sono intrecciate e l’intersessualità ha il potenziale evidentemente teorico, e molto spesso frutto di una proiezione rivoluzionaria che noi facciamo sui corpi intersessuati, di scardinare tutto questo.

Ovviamente il contesto bio-politico Italiano è molto arretrato, e quindi, in quel momento, quando io ho sentito parlare Lollette, l’intersex era una roba che… una specie di avanguardia lontana, che aveva attraversato l’oceano e mi trovavo davanti, e pensavo, come quasi tutte le persone, che, qui da noi, non esistessero le persone intersessuali perché appunto non sono visibili, non parlano, eccetera.

Ho iniziato allora questo lavoro di sensibilizzazione e di ricerca, che ha portato, da una parte il collettivo Antagonismo Gay a fare una prima iniziativa nel 2008 nell’ambito del Pride bolognese, l’“Intersex Pride”, che era appunto un primo momento, diciamo, non istituzionale, non accademico, in cui proprio le stesse persone, più o meno, che hanno parlato qui, Beatrice, Lorenzo, altri e altre che non ci sono, Daniela, eccetera, forse per la prima volta o comunque insomma, per una volta, e con Lollette si è parlato della questione intersex.

Dopodiché ho conosciuto Michela [Balocchi, ndr.], che mi ha rintracciato per la sua ricerca, abbiamo creato questa rete, abbiamo messo in rete i contatti, tutto questo per dire una cosa fondamentale: la politica, appunto, è una questione di incontri, di incontrarsi, di possibilità di intrecci e quindi, sostanzialmente, abbiamo bisogno di politiche dell’incontro tra soggettività e su questo vorrei ritornare dopo.

Sul piano politico, e qui rispondo in parte anche all’imbarazzo di Lorenzo che, ovviamente, è l’imbarazzo di tutti, la questione e la consapevolezza da cui partiamo è che dobbiamo allo stesso tempo creare i contesti per fare emergere la presa di parola intersessuale senza parlare di o occupare il posto delle persone intersessuali – quindi assumendo il dato fondamentale che solo le soggettività intersessuali potranno, se vorranno, prendere parola, parlare di sé, aprire delle lotte, dei conflitti che noi non possiamo predeterminare e che saranno anche diversi, in contrasto tra di loro e con le nostre lotte -, aprire questa molteplicità, se vorranno acquisire una maggiore visibilità.

Tuttavia, proprio perché siamo attivisti queer, trans, gay, femministe e quant’altro, abbiamo questa responsabilità etica di porci in ascolto di queste soggettività, di creare i contesti perché questa presa di parola sia possibile e di cominciare a interrogarci sulle nostre stesse pratiche e micro politiche sociali e sessuali per chiederci se esse stesse implichino la possibilità di una presa di parola intersessuale, oppure non aggiungano alla negazione violenta di cui parlava prima Lorenzo, che è prodotta dal dispositivo di sessualità, che è un dispositivo fatto di tecnologie, di bio-politiche egemoni, se in qualche modo, aggiungiamo a questa negazione del dispositivo anche quella che operiamo noi, come soggettività eccentriche o subalterne. Infatti, il discorso medico è stato già detto, le tecnologie mediche, nello specifico chirurgiche, sono l’ambito di maggior intensificazione del dispositivo sul corpo intersessuale, e quindi come il discorso medico e patologico è stato il discorso attraverso il quale sono stati disciplinati il corpo omosessuale, lesbico, transex, il corpo femminile come corpo riproduttivo…, tuttavia il discorso medico non è l’unico che può obliterare le soggettività intersex.

Queste condizioni, non possiamo nascondercelo, in questo momento può darsi si stiano creando, ma le condizioni per far emergere una soggettività intersex non si sono ancora create, e a questo è dovuto il fatto che siamo qui a parlare, noi persone non intersex, dell’intersessualismo; tuttavia corriamo dei rischi, cioè corriamo il rischio di includere delle soggettività che non stanno parlando in un discorso che può essere liberale, democratico, sovversivo, queer o quant’altro e tuttavia abbiamo anche la responsabilità etica e la necessità di aprire, di parlare, di interpellare le persone intersessuali, senza però poter prevedere se ci saranno risposte, se queste risposte le vorranno dare a noi o ad altri, cioè se vorranno entrare in questa relazione politica, quindi questo è un appello.

Ricordo anche che questo libro, sono d’accordo con quanto Lorenzo diceva prima, Elementi di critica trans1 per me è un evento ed è una presa di parola della soggettività trans, che avviene però dopo trent’anni di movimento transessuale e transgender. Trent’anni in cui sono stati fatti i consultori, in cui sono state fatte associazioni, la legge, una legge, che sì è quello che è, si potrebbe cambiare, si potrebbe non cambiare, non ci sono le condizioni politiche per cambiarla… è stato trasformato l’approccio medico e chirurgico alla questione e poi si arriva a porsi la domanda: ma la transessualità esisteva prima delle terapie mediche, ormonali, chirurgiche? Qual è stata la prima volta trans? E questo è il momento di soggettivazione, in cui la soggettività si disloca rispetto ai dispositivi di potere che la producono e prende parola in una maniera totalmente inedita, anarchica, o comunque non prevista e ne escono delle cose che appunto secondo me anche il libro istituisce, cioè la complessità, la molteplicità, l’irriducibilità di ogni esperienza rispetto ai dispositivi normativi.

Beatrice, stamattina, ha ricostruito il contesto statunitense, nel quale abbiamo assistito all’emergere del movimento intersessuale in un’alleanza con il movimento transessuale, transgender, sul tema di una contestazione della chirurgia obbligatoria, fondamentalmente, e in relazione con le lotte femministe e le teorie queer, e quindi abbiamo a disposizione altri esempi storici, abbiamo anche un’elaborazione teorica, una riflessione sulle varie dissonanze che si sono prodotte tra le varie soggettività nel corso di queste lotte e possiamo anche porci già l’obiettivo di come riposizionarci per provare ad agire di concerto e a includerci senza sovradeterminarci ognuno/a con le altre.

In parte, è già stato detto, l’approccio queer, ad esempio, contesta la desiderabilità sociale e politica di un sesso certo e definito e quindi, apparentemente, potrebbe essere potenzialmente in conflitto con un desiderio che, legittimamente, delle soggettività intersessuali hanno di acquisire una identità certa e definita nel momento in cui scelgono di averne una. Così come il transessualismo, in qualche modo chiede medicalizzazione, cioè chiede ormoni, chiede chirurgia, laddove il movimento intersex dice: «bene, ce ne avete già data tanta, senza che noi la chiedessimo», e quindi lotta contro la medicalizzazione e la chirurgia coatta.

Tutte queste dissonanze e queste posizioni differenti possono anche, però, in vari momenti, ma in momenti di costruzione del rapporto politico tra le soggettività, trovare delle sintesi, trovare dei momenti di alleanza, di compensazione, ad esempio mi riferisco al resoconto che ne fa Butler in Undoing Gender2 in cui, appunto, ricostruisce questo tipo di conflitti nel contesto americano. Ad esempio anche la depatologizzazione non necessariamente potrebbe essere l’unico terreno di incontro, perché la stessa soggettività trans è in un rapporto ambivalente con la depatologizzazione, perché il riconoscimento, comunque, magari contestando la disforia di genere come una forma di patologizzazione, però si sta discutendo in questo momento di chiamarla “malattia rara”, ma la questione vera è: se io depatologizzo completamente l’esperienza trans, non ho più accesso gratuito al percorso ormonale, curativo, eccetera, e quindi è per questo che anche l’ISNA e alcune associazioni di intersex, di familiari, eccetera, si sono appiattite sul punto di vista medico e stanno parlando di chiedere un’assistenza terapeutica, curativa, potenzialmente lungo l’arco di tutta la vita, perché, comunque hanno bisogno di accedere ad alcune terapie.

Ora, come possiamo ipotizzare di andare oltre o comunque di affrontare questi conflitti, o di prepararci a vivere questi conflitti che sicuramente si presenteranno? Con una serie di aggiustamenti che sono imprevedibili: potremmo proporre alle attiviste queer, in attesa di lottare contro ogni rivendicazione identitaria, di contestare, intanto insieme agli intersex, almeno l’identità normativa imposta dalla legge e dal potere medico, e poi magari, penseremo in un secondo momento a lottare contro ogni identità imposta.

Il movimento transessuale e intersex condividono comunque la contestazione di un binarismo di genere e che il binarismo di genere debba essere stabilito e mantenuto a tutti i costi. Entrambi accolgono il presupposto che il genere debba essere stabilito per assegnazione o per scelta, ma non coercitivamente, quanto meno, e così via. Possiamo, e in parte lo ha fatto anche Michela questa mattina, costruire una nuova agenda politica, cioè un’agenda di una nuova politica di genere o dei generi, come la chiama anche Butler, e questa agenda avrà sicuramente a che fare con la contestazione delle tecnologie e delle tecniche come sito di produzione e riproduzione dell’umano, di cui in qualche modo vanno limitati gli usi e gli abusi, con la contestazione del binarismo di genere e del fatto che l’anatomia e il sesso sono ovviamente prodotti entro schemi culturali, avrà a che fare anche con la ridefinizione di ciò che viene considerato umano, vivibile, socialmente accettabile, sostenibile (e fin qui Butler); io direi anche che avrà a che fare con la creazione di immaginari e di spazi concreti di piacere e di godimento dei nostri corpi, in forme che probabilmente ancora non conosciamo, o che probabilmente ancora non pensiamo come gradevoli e accettabili, partendo dal presupposto che parliamo di tutti i nostri corpi, come corpi, in qualche modo cyborg o “prodotto post-operatorio” del dispositivo di tecno-bio potere.

Riguardo a questo, visto che Lorenzo ha fatto poco il filosofo, allora tirerò fuori una filosofa che ci ha aiutato moltissimo, che è Beatriz Preciado3 e che appunto contesta direttamente il dottor Money e le sue teorie, e per farlo teorizza l’esistenza di una vera e propria tavola di assegnazione di sesso e genere che è una tavola operativa, che si trasforma molto facilmente in una tavola operatoria, sulla quale questi sessi e generi stabiliti vengono creati in base a criteri morfologici o estetici, perché questo è; non c’è solo il giudizio morale dentro questo, ma molto spesso una valutazione estetica: questo pene potrà essere un “pene socialmente accettabile”? Potrà produrre una performance per quella che noi pensiamo sia la performance del pene maschile, eterosessuale, o non potrà? E se non potrà cosa faremo di questo pene? Beh, nel dubbio facciamo la vagina e così abbiamo risolto. Ecco, perché questo è il piano su cui siamo adesso, estremizzando.

Ovviamente, rispetto al movimento LGBTQ, una abbastanza lunga storia di dissidenza al suo interno mi fa credere che il movimento abbia assunto la lettera I come un atto dovuto, politicamente corretto, ma che non si sia minimamente posto la questione di cosa significa e di cosa significherà l’emergere dell’intersex e di come ci costringerà a ripensare le nostre lotte. Per questo io propongo una prospettiva queer: non la propongo come una prospettiva normativa, ovvero non la propongo come la proposta a tutti e a tutte di rifiutare qualsiasi collocazione nel dispositivo di sessualità e di eterosessualità normativa, propongo però in qualche modo di riconoscere, di creare uno spazio di incontro fra le soggettività nel quale possiamo, insieme, quantomeno descrivere come funziona questo dispositivo e vedere come interagisce con ognuno e ognuna di noi.

In questo senso, il queer per me rappresenta uno spazio nel quale si può concretamente individuare dove avviene la produzione tecnologica dei corpi, delle discipline, dove si può interrompere questa catena, come potenzialità in qualche modo di mettere in relazione le varie soggettività emerse dall’esplosione di questa tavola di assegnazione dei sessi e dei generi, perché non c’è solo l’intersex, ormai allunghiamo la lista e potenzialmente tutti e tutte noi siamo eccedenti da qualche parte rispetto a una costruzione che è fin troppo restrittiva. L’asse è esploso, il problema è capire dove riusciamo a costituire nuove configurazioni multiple della sessualità…adesso ho pochissimo tempo per dirlo, però lo dirò molto velocemente.

Torno a due discorsi: uno il discorso dell’incontro, politica e poetica dell’incontro al quale con Liana Borghi4 si è dedicato un bellissimo seminario non molto tempo fa. Poetica e politica dell’incontro perché qui parliamo di narrazioni di fallimenti, sostanzialmente: dove il dispositivo ha avuto una falla? Dove questa cascata che dal gene porta o comunque dovrebbe produrre questo soggetto eterosessuale riproduttivo, dove si è fermata questa cascata? Nel mio caso a un certo punto si è creata una palude e io mi sono agevolmente adagiato in questa palude e ho deciso che il mio corpo funzionerà diversamente. In ognuno è avvenuto in un modo diverso, cioè, evidentemente parliamo di un piano che non è quello riproduttivo ma è il piano delle sessualità, così come delle pratiche sessuali sostanzialmente, visto che come abbiamo detto, e forse avremmo potuto dirlo meglio, esplicitare come tutto questo giochino della tavola di assegnazione di sesso e genere si regge sulla eterosessualità normativa, perché l’obiettivo e il modello da produrre è quello, perché il problema è che se i corpi non produrranno quella performance di eterosessualità normativa non vanno bene, io penso che non sto parlando per le persone intersessuali, ma sto parlando come gay e come queer, sto parlando di qualcosa che mi riguarda e che ci riguarda.

Incontrarsi vuol dire partire dal presupposto che mi dovrò anche liberare di alcuni dei miei feticci, del mio feticcio dell’intersessuale sul quale io magari proietto, lo vedo come una bomba pronta ad esplodere, a dare il colpo di grazia all’eterosessualità normativa; non sarà così, probabilmente, produrrà però delle microfratture, amplierà la disarticolazione dei dispositivi, e quindi aprirà delle possibilità inedite di vita, di godimento, di piacere, di sessualità e questo mi sembra comunque molto interessante, molto più interessante che pensarsi o proiettarsi in una specie di futurismo riproduttivo quando tra l’altro non sappiamo neanche quanti anni, secoli di vita abbia ancora questo pianeta e che comunque non ci porterebbe molto in là, o comunque ci obbligherebbe a farci carico di altri piani di sostenibilità che non sono tanto la riproduzione della specie.

Ciò non significa, in effetti, mettere in dubbio o disconoscere i desideri di normalizzazione delle singole persone, delle famiglie, delle persone intersessuali, nel senso che, come abbiamo visto benissimo, così come gli omosessuali hanno prodotto una rivoluzione ma anche no, hanno prodotto anche normalizzazione, quindi non necessariamente queste specificità sono sovversive, tuttavia potremmo iniziare ad avere degli obiettivi comuni per arrivare a un contesto di maggior informazione, di consapevolezza da parte anche delle famiglie, da parte delle persone intersessuali, avere un obiettivo di ampliare le possibilità concrete di autodeterminazione degli individui, avere come obiettivo quello di contrastare questa violenza sociale, culturale, simbolica, chirurgica, medica, che si abbatte comunque su tutti i corpi eccentrici, in forme diverse, e direi che quindi abbiamo già molto da fare con le persone intersex se ne sentiranno l’esigenza e il desiderio.

Io invito, però, a fare questo passaggio – che non è facile, perché la presa di parola non è facile, si produce in contesti, in condizioni, diverse per ognuno e ognuna di noi, – a farsi anche forza di coloro che hanno avuto il coraggio di farlo prima, nella nostra genealogia c’è il femminismo, nella nostra genealogia c’è il lesbo-femminismo, c’è il transgender, c’è il queer, ci sono le lotte frocie, ci sono le travestite, c’è la gente che ha avuto il coraggio di uscire da quella porta provando a dire al mondo «io sono questo corpo eccentrico e faccio di quello che è stato fatto e prodotto di me quello che voglio e decido di fare» e questo è un gesto, comunque rivoluzionario, che sta all’inizio della presa di parola di ogni soggettività e che a un certo punto potrebbe o dovrebbe accadere.

1 Arietti et al. (a cura di) (2010), Elementi di critica trans, Manifestolibri, Roma.

2 Butler J. (2004), Undoing Gender, Routledge, New York-London.

3 Preciado B. P. (2002), Manifesto contra-sessuale, Il Dito e la Luna, Milano.

4 Liana Borghi è, tra mille altre cose, con Clotilde Barbarulli, tra le animatrici di un laboratorio di intercultura di genere. Ci si riferisce qui all’edizione” Raccontar(si) 2008 Etica, Politica e Poetica dell’incontro”, i cui materiali si trovano qui.

il_referendum_busarello_sitoRenato Busarello è attivista gay/queer/autonomo. Dai primi anni Novanta ha partecipato ai movimenti sociali cercando una dimensione politico/affettiva intersezionale. Dal 1999 con il collettivo antagonismo gay si dedica ai percorsi autonomi del movimento glbtqi: dalla Rete GLTQ Gay, Lesbiche, Trans, Queer in Movimento a Queerforpeace, al coordinamento Facciamo Breccia; dal percorso Rigeneriamoci nella May Day 2010, fino alla nascita del Laboratorio Smaschieramenti, con cui approda a una politica transfemminista queer e al Sommovimento nazioAnale. Ha pubblicato: “Appunti per una storia dello spazio omosessuale a Bologna”, in Atlante dei movimenti culturali dell’Emilia Romagna. I. La Poesia; II. La Narrativa; III. Scritture, arti, controculture, (ed. Pieri-Cretella), CLUEB, Bologna, 2007; in Favolose narranti (ed. Marcasciano), ManifestoLibri 2008. Tra gli articoli: “Sul baratro: un PACS avanti”, in Towanda! n. 19, 2005; “Sciopero dai generi” in Il Grande vetro, n. 103, 2012; altri materiali sono reperibili on-line.

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