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La violenza normalizzata. Omofobie e transfobie negli scenari contemporanei

Riflessioni di Maya de Leo a partire da 

La violenza normalizzata. Omofobie e transfobie negli scenari contemporanei, a cura di Cirus Rinaldi, Kaplan, Torino 2013

Il titolo della raccolta sintetizza efficacemente fin da subito il posizionamento teorico-politico del curatore, degli autori e delle autrici, che, pure muovendosi in ambiti disciplinari diversi e adottando diversi approcci conoscitivi, mirano ad uno stesso obiettivo comune: denunciare come le radici dell’odio omo-transfobico siano da ricercarsi al di fuori della “psicologia” del soggetto che agisce la violenza omo-transfobica e costituiscano invece parte integrante della cornice valoriale in cui quest’ultimo, come tutt*, si trova a vivere.

L’assunto di base, dunque, attorno al quale si articolano i saggi che compongono il volume è quello di una interrelazione inscindibile tra i diversi piani sui quali agisce la violenza omo-transfobica, che possono essere ricondotti a tre livelli principali che richiamo qui brevemente:

1. Violenza verbale o fisica ai danni di persone LGBTI (o percepite tali).

Questo primo livello, macroscopico, è quello che per quanto riguarda il caso italiano sta acquistando un minimo di visibilità nei media e sta guadagnando un posto nel dibattito pubblico attorno all’omo-transfobia, ottenendo altresì una condanna – di facciata – pressoché unanime, peraltro non abbastanza decisa da indurre all’introduzione di norme e azioni di contrasto.

2. Discriminazione ai danni di persone LGBTI, subita in termini di diritti al lavoro, al riconoscimento della vita affettiva e genitoriale, all’autodeterminazione sul proprio corpo.

Questo secondo livello comprende tutte le innumerevoli vessazioni che costellano la vita quotidiana della popolazione LGBTI, che vengono agite in una cornice eterosessista e, quindi, non riconosciute come tali, perlopiù invisibilizzate in Italia dai media a livello mainstream.

3. Eteronormatività.

Questo terzo livello vede l’eterosessualità come orizzonte unico delle istituzioni politiche e simboliche di una comunità – penso qui al nostro Paese – che non è disposta a metterne in discussione la “naturalità”, dal momento che su di essa si basano tutte le norme e le correlate dicotomie che attraversano le relazioni di potere strutturali: uomo/donna, etero/omosessuale, bianco/non-bianco, abile/dis-abile ecc. (la lista è virtualmente infinita).

Questo livello è quello più pervasivo ma anche il più impalpabile, sul quale è più difficile portare l’attenzione e dal quale sembra anche più complesso partire per costruire percorsi di lotta o rivendicazione, per questo spesso lasciato in secondo piano anche nei discorsi rivendicazionisti.

A mio avviso, il primo pregio del libro è proprio quello di riconoscere l’interrelazione dei tre piani, e di mostrare come questa interrelazione andrebbe tenuta sempre presente nell’immaginare o costruire azioni di contrasto dell’omo-transfobia, avvalendosi quindi di importantissimi strumenti giuridici per la tutela delle persone LGBTI, ma mai disgiunti da imprescindibili strumenti culturali per una denuncia serrata e costante del carattere “artificiale” dell’eteronormatività. Mi concentrerò su quest’aspetto, che sarebbe importante tenere sempre presente, contro ogni pretesa di universalità e naturalità dei modelli eteronormativi di sessualità, relazioni, famiglia.

Da storica, ho molto apprezzato, in questo senso, il riferimento del curatore a Jonathan Ned Katz, lo storico americano che per primo, in un articolo del 1990, ha parlato di “invenzione” dell’eterosessualità (The invention of the Heterosexuality, poi divenuto un libro nel 1995).

Sappiamo infatti, soprattutto grazie a Michel Foucault (La volonté de savoir, 1976), che la figura dell’“omosessuale moderno”, ossia del soggetto – in primis maschio – attratto esclusivamente da individui del suo stesso sesso, con tutto il suo portato deviante, nasce in tempi tutto sommato recenti (XIX secolo), sull’onda di un’urgenza classificatoria del vivente che conduce ad una “riorganizzazione categoriale” (l’espressione è dello storico Randolph Trumbach) di generi, sessi, corpi.

È altrettanto importante, tuttavia, sottolineare che anche l’idea di “eterosessualità” è il risultato di questa stessa riorganizzazione tassonomizzante e, dal momento che la costruzione di ogni identità comprende sempre una dimensione contrastiva, accanto ad una contestuale, l’“eterosessuale”, ovvero il soggetto “normale” e “normante” attratto esclusivamente dalle persone del sesso opposto, non è che il corollario della costruzione dell’“omosessuale moderno”.

Non solo: l’eterosessualità si afferma come forma egemonica della sessualità in tempi sorprendentemente recenti e al termine di un processo significativamente difficile e contrastato.

Un testo che illustra efficacemente queste difficoltà è il bellissimo Gay New York dello storico americano George Chauncey, scritto ormai venti anni fa. L’autore fissa la “nascita”, per così dire, dell’eterosessualità – o meglio della dicotomia etero/omosessualità – al secondo dopoguerra, e soprattutto descrive nel dettaglio un “parto” davvero travagliato, che necessita di un grande dispendio di forze – la brutale repressione poliziesca della subcultura gay newyorchese, la capillare chiusura dei bar a tema, la presenza di agenti in borghese appostati nei locali e nei bagni pubblici – e un giro di vite senza precedenti nella censura sulle rappresentazioni dell’omosessualità negli spazi pubblici, a teatro, al cinema, nelle strade.

La storia raccontata da Chauncey è certamente diversa da quella italiana, in cui le tracce rimaste di questa battaglia sono significativamente più labili. In questo senso, possiamo dire che l’invisibilizzazione della popolazione LGBTI nella storia italiana ha agito di pari passo ad una invisibilizzazione delle violenze da essa subite.

Importante, a questo proposito, il saggio di Lorenzo Benadusi contenuto nel libro e sul quale, vista la mia formazione di storica, intendo soffermarmi.

L’Italia liberale postunitaria non ha mai introdotto specifiche norme antiomosessuali, e il fascismo ha proseguito su questa strada, bocciando l’introduzione di queste norme nel Codice Rocco con la motivazione, divenuta poi “senso comune”, che il “vizio abominevole” non conosceva una diffusione tale da giustificarne l’impiego. Tuttavia, sia l’Italia liberale che, in misura drammaticamente maggiore, il fascismo, hanno agito attivamente contro le condotte sessuali eccentriche silenziandole, negandole e reprimendole, ricorrendo ad una varietà di pratiche che devono essere ancora in gran parte riportate alla luce e studiate.

Quello che sappiamo è che la costruzione di una virilità eteronormativa è stata parte integrante del processo di nation building in Italia come altrove, e che la condanna delle sessualità non normate ha giocato in esso un ruolo tutt’altro che secondario.

Paradossalmente, come sottolinea Benadusi stesso nel suo saggio, sebbene la ricerca storica su questo tema in Italia sia ancora ai suoi esordi, si è già giunti a frettolosi “risultati” assolutori che collocano l’Italia in una “zona franca” di benevolo lassismo.

A mio parere, gioca qui anche il mito del “buon italiano” analizzato dallo storico Filippo Focardi (Il cattivo tedesco e il bravo italiano, 2013), costruito per agevolare l’occultamento delle colpe della seconda guerra mondiale, ma dagli effetti di lungo periodo, primo su tutti quello della minimizzazione dell’esperienza coloniale con pesanti conseguenze sulla percezione del razzismo diffuso nell’Italia di oggi.

Analogamente, l’incapacità di scorgere nella scarsezza di tracce che caratterizza il nostro passato gli effetti della violenza eteronormativa sulle persone LGBTI è legata a doppio filo con il disinteresse mostrato per le violenze e le discriminazioni omo-transfobiche nel presente, secondo una lettura superficiale e diffusa propensa a minimizzarne, quando non a negarne, gli effetti di realtà.

Il testo costituisce dunque un contributo importante per il riconoscimento della dimensione “strutturale” propria della violenza perpetrata ai danni della popolazione LGBTI, nel passato come nel presente, una violenza che, spiega Pierre Bourdieu (non casualmente autore di riferimento in tutti i saggi), non è mero accidente, più o meno deprecabile, ma “violenza simbolica e istituzionale che permea e informa di sé il contesto sociale” (p. 248).

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Maya de Leo

Ha conseguito il Dottorato di ricerca in Storia presso l’Università di Pisa con una tesi dedicata alle rappresentazioni dell’omosessualità tra Ottocento e Novecento che ha vinto la terza edizione del Premio “Maria Baiocchi” e il premio del Comitato Pari Opportunità dell’Università di Pisa. Ha pubblicato diversi contributi su riviste (Storica, Genesis, Snodi, Contemporanea) e saggi in volumi collettanei (tra cui Omosapiens 3, Carocci, 2008; Il lungo Ottocento e le sue immagini, ETS, 2013).

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La violenza normalizzata

Clicca qui per scaricare l’indice e l’introduzione del volume
http://www.edizionikaplan.com/allegati/cirus_indice+intro.pdf

Primo volume della collana liminalia, che intende trattare, secondo una prospettiva interdisciplinare e transdisciplinare i temi “liminali”, “marginali”, di confine, di intersezione e di interstizialità.

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La recensione è stata rilanciata anche su guazzingtonpost, il blog di Paola Guazzo.

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