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L’inganno carnista: riflessioni di inizio percorso sulla sofferenza

di Daria Campriani

 

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E’ solo da poco tempo che ho avuto il coraggio di accettare l’inganno che sta alla base della sistematica uccisione degli animali per la nostra alimentazione, ma la mia scelta è comunque il frutto di pensieri e riflessioni sui quali sono tornata più e più volte nel corso di anni. Mi sono infatti stancata delle scuse che ci diamo per continuare uno stile di vita che non ci fa bene e non ci permette alcuno sviluppo esistenziale, né spirituale. Trovo ridicolo che ci si indigni per coloro che abbandonano un cane – e che anzi si pretenda che le leggi tutelino i nostri animali domestici con punizioni esemplari per chi arreca loro danno – quando poi siamo privi di scrupoli nel delegare l’uccisione di mucche, maiali, galline e galli, conigli, pesci e di tutti gli altri animali di cui ci nutriamo.

Ad un certo momento mi è completamente sfuggito il motivo per il quale è giusto punire chi abbandona un cane, mentre è sbagliato applicare le stesse leggi contro gli allevatori, che fanno vivere gli animali in condizioni pietose, sottoponendoli ad ogni genere di vessazione fisica, con l’unico scopo di ucciderli per poi macellarli: perché? Per quali motivi un cane sì e una mucca no? Il fatto che non c’è logica in tutto questo, se non quella di mercato, ha determinato la mia scelta di diventare vegana.

Queste domande vengono riflesse su di me da parte di chi mi chiede i motivi della mia scelta. E parlare con un carnista, come ben presto ogni vegano deve rendersi conto, è un susseguirsi di luoghi comuni di ogni tipo, che sulle prime divertono, ma poi stancano, e infine disturbano nella loro stupida ripetitività: “Non mangi più carne?” “Non proprio: io non voglio più mangiare animali.” “Ma nemmeno il pesce?”

Oppure: “Io sono d’accordo con te; infatti anch’io di carne rossa ne mangio poca: seguo una dieta equilibrata e credo che tutti dovrebbero farlo, perché la carne fa male.” “Per me non è una questione di dieta, di cucina o di equilibrio: è una questione morale: io non voglio più che gli animali soffrano a causa mia.” “Ma l’uomo non può non mangiare la carne: è una questione di superiorità di alcuni animali sopra gli altri. Anche gli animali lo fanno! Fa parte dell’equilibrio biologico; è naturale.”

Alcune riflessioni provano a definire un punto di vista virtualmente umano, cioè, come se l’essere umano non avesse un corpo e non avesse comunque niente a che spartire con gli altri esseri viventi; virtuale, appunto: “Per me non è giusto mangiare animali, non voglio più farlo; oltre a non essere necessario e a farmi male alla salute, commetto un’ingiustizia, perché mi nutro della sofferenza di un altro essere vivente. Tu come la pensi?” “Per me esiste una linea: sopra ci sta l’uomo, che è superiore, e sotto ci sta tutto il resto, che è inferiore. Quindi per me uccidere un animale per mangiarlo è assolutamente legittimo.”

Quando poi si chiede loro chi mai ha determinato l’esistenza di quella linea, cadono dalle nuvole e non sanno più che dire. E se ricordiamo loro che questo modo di pensare, trasposto sull’essere umano, ha portato in passato ai campi di sterminio, cominciano a dire, visibilmente adirati, che i vegani sono aggressivi, eccessivi, violenti, fuori di testa.

Altre opinioni invece vogliono giustificare tout court il carnismo e la violenza che esso comporta con una brutalità che mi spaventa: “Bellini i gattini. Comunque, quando era vivo i’ mi’ babbo, durante la guerra, di gatti in giro non se ne vedevano punti; ai miei tempi c’era la fame!”

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Chiunque di noi è stato spettatore spesso impotente di fronte a queste manifestazioni di specismo, di puro odio manifesto. Se sulle prime si rimane sconcertati da queste risposte prive di calore e di rispetto per la vita, ripensandoci un po’ si comincia a comprendere e a evidenziare una radice comune a tutti i modi di pensare di questo tipo: l’essere umano è al centro dell’universo e tutto ruota intorno a lui.

E l’uomo al centro dell’universo è in lotta perenne contro forze ostili, a lui sostanzialmente sconosciute, che deve dominare con l’uso della forza – che solo il maschio della specie detiene – per assoggettarle a sé e volgerle a proprio vantaggio; inutile ribadire che questo modo di pensare è vecchio e non coglie affatto la sua condizione attuale: così come una volta si pensava che la terra fosse al centro dell’universo e il sole le girasse intorno, per poi scoprire che il nostro meraviglioso pianeta è solo un pianetino che gira intorno ad una piccolissima stella ai confini dello spazio, allo stesso modo occorre prendere coscienza che la specie umana non è al centro della vita del cosmo; e non perché accanto a lei ci siano gli extraterrestri, ma perché insieme a lei sono compresenti altri esseri viventi, che come lei hanno bisogni elementari da soddisfare e che, se offesi, soffrono. Ecco il punto: la sofferenza.

La sofferenza è il contatto emotivo con l’altro animale, lo strumento che mi permette di riconoscere l’essere senziente come mio simile, chiunque esso sia, che mi identifica come appartenente a un tutto in cui convivono anche altri esseri, che come me hanno dei bisogni e soffrono e che non mi è dato dominare solo perché io sono il più forte; anzi, mi è fatto obbligo, proprio in virtù della mia forza, far crescere ed evolvere tutti gli esseri viventi, non solo quelli che appartengono alla mia specie.

Da ciò, mi sono persuasa che occorre abbandonare il modo di pensare in cui l’essere umano padroneggia su tutto e ha il diritto di vita e di morte su ciò che riesce ad assoggettare al suo volere, perché è ormai il retaggio di un tempo in cui davvero ha colonizzato la terra. Ma quel tempo, che ha avuto un suo inizio, un suo periodo di pieno, rigoglioso e ottimistico sviluppo, è finito. Occorre prendere coscienza del fatto che l’essere umano non detiene più il monopolio della sofferenza. Anche altri esseri accanto a lui sono in grado di soffrire – e se sono in grado di soffrire, sono anche in grado di provare gioia, felicità, amore, riconoscenza, empatia; tutti quei sentimenti, cioè, dei quali l’essere umano ha finora vantato il primato.

Parlando con alcuni carnisti, ciò di cui mi sono accorta è questo: fanno molta fatica a sintonizzarsi sul punto di vista dal quale stiamo loro parlando. Cercano di interagire nel discorso parlando di alimentazione sana – per poi volgerne il senso in direzione di una alimentazione equilibrata, in cui si deve mangiare un po’ di tutto: cioè sempre carnista – ma sfugge loro completamente che noi non ci poniamo sopra una linea immaginaria su cui la nostra moralità gioca a fare l’equilibrista, ma siamo coscienti di essere in mezzo ad altri esseri viventi, con i quali i carnisti hanno completamente perso il contatto – perché se un contatto qualsiasi ci fosse, come nel caso degli animali domestici, probabilmente molti di loro invocherebbero subito delle leggi di protezione.

L’inganno carnista ha trovato terreno fertile agendo su di noi quando non avevamo le difese culturali per poterci opporre: il carnismo ci ha presi tutti per la gola e ci ha fatto credere che la difesa della buona cucina – per la quale peraltro l’uso di alimenti a base animale è sostanzialmente inutile – dovesse passare per il sacrificio di altri esseri viventi. E così, la nostra cucina, uno dei fiori all’occhiello della nostra civiltà, si è trasformata in un rito con cui viene ribadita ad ogni pasto la presunta superiorità della razza umana.

Si nota certo, da parte dei carnisti, anche tanta paura di accettare di essere parte di un sistema perverso, che genera e si nutre di odio, ma ho la sensazione che invece a molti di loro sfugge che l’essere umano è sostanzialmente solo una scimmia evoluta (e nemmen tanto evoluta, come diceva Margherita Hack); ma evoluta quanto basta ad inventare e applicare sistemi di convivenza differenti da quelli usati per la mera sopravvivenza, proprio perché la sua evoluzione le permette di capire la sofferenza degli altri. Quindi, in ogni discussione, sto imparando ad invocare proprio la sofferenza altrui come una porta dalla quale è possibile far uscire l’individuo dall’inganno carnista.

About The Author

Daria Campriani

Sono una donna transgender, femminista, atea e vegana antispecista. Ho una laurea in scienze della politica e attualmente sto studiando la lingua dei segni italiana, presso l'Ente Nazionale Sordi di Firenze. Amo sopra ogni cosa la musica di Bach e di Wagner.

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Comments (1)

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    Fausto Orazi

    Complimenti ottimo articolo, prendi in considerazione tutti gli aspetti del fenomeno barbaro primitivo in via di estinzione, il carnismo.
    Incontriamoci su Fb.
    Ciao,
    Fausto Orazi

    Rispondi

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