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Quando il bisturi uccide: una legge per intersex e trans

Riportiamo l’articolo di Delia Vaccarello, pubblicato per la rubrica Liberi Tutti de L’unitĂ , 2 Aprile 2014

Quando il bisturi uccide: una legge per intersex e trans

Fuori era una ragazza, dentro si sentiva maschio. Benché fosse di bellissimo aspetto, la percezione del genere incongruo rispetto alla sua esteriorità, l’aveva condannata lentamente all’isolamento. Non sapeva della mutilazione subìta. Era nata con entrambi gli organi genitali, la vagina e un piccolo pene, che però venne reciso perché medici e familiari decisero che l’incertezza sarebbe stata intollerabile. A venti anni veniva ricoverata in un reparto psichiatrico, il suo disagio scambiato per “follia”. Sentendosi maschio si fasciava il seno e aveva una ostilità pervasiva nei confronti della sua famiglia. Dopo anni di disperazione sentì che piuttosto era meglio non vivere.

E’ il dramma delle persone intersessuate che alla nascita vengono “corrette” a colpi di bisturi. Il suicidio è avvenuto dieci anni fa, ma tutt’ora, che siamo un po’ più pronti ad affrontare “atipie” e ambiguità, i casi in cui viene nascosta la verità ai ragazzi intersessuali non sono pochi. La storia è stata raccontata da Franco Lauria, psichiatra, su un blog nato da appena due settimane e già molto visitato e zeppo di storie, un blog che prende il nome dal disegno di legge che sostiene: “disegnodilegge405.blogspot.it”.

E’ stato aperto da Michela Angelini, una “donna nata maschio” che ha lanciato una petizione per la raccolta firme a sostegno del testo raggiungendo quota 5mila in pochissimi giorni.

Il disegno di legge, d’iniziativa del senatore Lo Giudice e redatto anche con l’apporto di Rete Lenford, è in attesa di imminente calendarizzazione. Contiene due novità di rilievo: per le persone intersessuate vieta la mutilazione dei genitali alla nascita e predispone un sostegno per i genitori alfine di affrontare in modo adeguato l’educazione dei figli, demandando agli interessati la scelta relativa al proprio corpo. Per le persone transessuali cancella il ricorso all’intervento chirurgico come condizione indispensabile per il cambio di nome e sesso sui documenti, i quali verrebbero adeguati con una richiesta inoltrata al prefetto (e non al tribunale come prescrive la legge 164 in vigore) sulla base di una documentazione che attesta la disforia di genere. La transizione avverrebbe facendo ricorso solo alla terapia ormonale, e resterebbe la possibilità per chi lo volesse di sottoporsi all’intervento chirurgico.

“Ho iniziato il mio percorso ormonale tre anni fa – dice Michela che oggi ha trent’anni – l’ho detto ai miei poco prima di ricevere la diagnosi di disforia e sono rimasti interdetti. Per un po’ c’è stato un periodo di stallo. Poi ho chiesto loro con determinazione: chiamatemi Michela”.

Il rapporto con la mamma viene facilitato dalla lettura del libro “Evviva la neve, vite di trans e transgender” (di cui è autrice chi scrive, ed. Mondadori). “Ho sottolineato quasi ogni pagina, poi l’ho dato a mia madre. Tramite quelle storie lei ha capito come mi sentivo e ha avuto gli strumenti per comprendermi e non vedermi come qualcosa di strano, qualcuno che sbaglia”.

Adesso con lo stesso spirito Michela si impegna per far firmare la petizione (rintracciabile qui http://goo.gl/BFjLxD): “La petizione vuole essere il “nostro evviva la neve”, perché la gente ha bisogno di capire”. Michela non ha i documenti adeguati al suo aspetto: “Quando pago con la carta di credito, quando ritiro le analisi, quando passo un check-in, quando mi intestano una fattura, ritiro un pacco o prelevo dei soldi allo sportello delle poste devo spiegare perché sui miei documenti c’è un nome maschile. Ovviamente tutti i presenti ne vengono a conoscenza”.

Tante le storie sul blog: “Mi chiamo Leonardo e sono un ragazzo transessuale di 30 anni. Ero proprietario di un bar, l’ho chiuso ad agosto del 2013 a causa della crisi. Con le mie credenziali credevo che fosse facile trovare un impiego”. Leonardo si vede scartato per via dei documenti al femminile. Questo l’iter: la valutazione sembra buona ma quando alla fine del colloquio rivela che sui suoi documenti c’è la “f”, si sente sempre dire “le faremo sapere”. Finché dopo sei mesi trova un posto da magazziniere, il responsabile del personale lo seleziona, la direzione della filiale lo appoggia, ma c’è un ostacolo, la direzione generale per statuto non accetta donne da inquadrare in questo ruolo.

Ancora. Mara ha paura di tornate in Italia. “Sono italo-argentina, ho vissuto i miei ultimi 15 anni in Italia, oggi mi ritrovo a fare la transizione in Argentina, sono MtF (da maschio a femmina), ho una figlia in Italia, e al più presto vorrei tornare. Conosco le insidie alle quali andrei incontro. So tutto ciò che si passa in Italia per transizionare, potrò cambiare i documenti in Argentina ma in Italia no. Miritroverei dentro un paradosso: essere contemporaneamente e legalmente due persone in una”.

Oltre alle storie tante le dichiarazioni di solidarietà espresse per motivare la firma della petizione che ha anche una pagina facebook. Chi cita la costituzione, chi dice che essere nati del sesso che si sente proprio è un puro caso e dunque “stop alle discriminazioni”.

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