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Bullying Boooh report

 

 

 

Report sulla Conferenza Internazionale sul progetto BIC contro il bullismo nelle strutture per minori senza famiglia, presso Istituto Innocenti, Sala Brunelleschi, Firenze.

di Storm Turchi

Il 27 febbraio 2017 presso l’Istituto degli Innocenti si è svolta la Conferenza Internazionale “Bullying Booh – Strategie di prevenzione del bullismo e della vittimizzazione nei sistemi di protezione all’infanzia europei”.

La conferenza, che fa parte di un progetto finanziato dall’Unione Europea, si proponeva di disseminare le esperienze e le buone pratiche che i 5 paesi aderenti al progetto (Ungheria, Bulgaria, Grecia, Francia e Italia) hanno sperimentato nelle rispettive strutture per bambin3 e adolescent3 senza famiglia o che vivono in contesti di cura residenziali.

La conferenza è iniziata descrivendo cos’è il bullismo, ovvero un comportamento tra pari intenzionale, aggressivo, ingiustificato e ripetuto nel tempo che tende a coinvolgere un gruppo contro una persona. È caratterizzato da uno squilibrio di potere tra le due parti (fisico e/o psicologico) ed è tipico degli ambienti gerarchici. La persona che agisce il bullismo attacca per emergere, individuando le sue vittime tra le persone che percepisce come più deboli. Gli attori principali sono bullə, vittima e uno o più bystander(s), ovvero persone che non reagiscono all’aggressione, che la minimizzano o che la facilitano alleandosi o imitando il bullə.

Il comportamento da bullə può manifestarsi in diversi modi:

  • Verbalmente con prese in giro, insulti, minacce, offese

  • Indirettamente ignorando, escludendo, isolando e mettendo in giro voci non vere, pettegolezzi, malignità sulla persona

  • Fisicamente con spinte, calci, distruzione o furti di oggetti personali

  • Cyberbullismo utilizzando i social media come mezzo per offendere/screditare/isolare

La vittima viene difesa dai pari solo quando c’è legame di amicizia, la gerarchia rende difficoltoso parlarne con gli adulti. La maggioranza degli attori vede il bullismo ma non interviene o non percepisce e minimizza la sofferenza inflitta alla vittima diventando di fatto complice di chi lo agisce attivamente.

Le strategie per prevenire e/o ridurre gli effetti del bullismo consistono nell’educazione sul fenomeno, nella responsabilizzazione dei bystanders a favore della vittima, nello scoraggiare le gerarchie e nel formare le/gli educatori/educatrici per renderli più capaci di riconoscere il bullismo, non rendersi complici e intervenire tempestivamente.

Il modello BIC si ispira al KIVA, un programma finlandese ormai largamente diffuso a livello europeo nelle scuole che scommette sugli insegnanti come mezzo per il cambiamento. Si differenzia da questo programma nel voler coinvolgere e responsabilizzare anche gli adolescenti come fonte di peer support e peer education. Mira inoltre a potenziare la consapevolezza e la comprensione del fenomeno di tuttɜ glɜ attorɜ coinvolti e la loro autoefficacia (il sentirsi all’altezza del proprio ruolo) minimizzando l’effetto bystander.

Il modello BIC propone una formazione differenziata per operatori, per adolescenti (12-18 anni) e per bambini (6-11 anni).

In ogni paese le strutture hanno forme diverse e si sono incontrate difficoltà diverse. Per esempio, in Grecia si trattava principalmente di shelters e gli utenti erano nella maggioranza migranti per cui la lingua si è dimostrata una barriera da superare per formare. In Bulgaria si trattava di una grande struttura con tanti ragazzi di diverse età e un regime quasi militaresco per cui hanno incontrato resistenza da parte di operatori tradizionalisti che percepivano i minori come intrinsecamente perfidi e senza speranza. In Francia veniva esibito un comportamento protettivo e unito a scuola perché i ragazz3 si sentivano stigmatizzati in quell’ambiente ma una volta rientrati in struttura le gerarchie interne si ricomponevano. In Italia le strutture non ospitano per legge più di 9 minori alla volta con turnover frequenti per cui era difficile che si creassero le condizioni per l’insorgenza di episodi di bullismo.

È interessante notare che la struttura organizzativa può già da sola fare la differenza nella prevenzione del bullismo e che comunque anche se non è presente un ambiente gerarchico, la sua gerarchizzazione (utilizzo di autorità e non di autorevolezza nelle strutture) favorisce l’uso del bullismo come strumento di controllo/sottomissione.

È stato infine interessante assistere all’analisi dell’impatto del progetto. È emerso che l’impatto maggiore per gli operatori è stato sull’auto-percezione della self-efficacy ma che allo stesso tempo riportano le difficoltà maggiori a distinguere tra bullismo e gioco pesante o a notare che c’è qualcosa che non va. I ragazzɜ invece si sentono meno in grado di sapere a chi rivolgersi se sono vittime di bullismo o se vedono qualcunə che lo subisce.

Il carattere insidioso del bullismo sta dunque nel non essere facilmente riconoscibile a prima vista nonostante la formazione. Gli/le operatori/operatrici potrebbero testimoniare solo alcuni episodi occasionali mentre potrebbe trattarsi di una pratica più pervasiva e ricorrente di quanto appaia, la vittima potrebbe provare un senso di impotenza tale da costituire un ostacolo insormontabile alla comunicazione del proprio disagio.

Sarebbe forse auspicabile continuare ad educare, responsabilizzare e prevenire in maniera intensiva e per periodi più lunghi affinché le informazioni vengano interiorizzate e messe in pratica quotidianamente e in maniera automatica a tutti i livelli.

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