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Controllo dei corpi e della riproduzione: prassi femministe per allevatori cruelty free

Controllo dei corpi e della riproduzione: prassi femministe per allevatori cruelty free

di Michela Angelini in anguane, 1 dicembre 2014

AN00056627_001_l_Caraglio_Juno_in_nicheIl consumare carne, nella moderna società capitalista, presuppone che a monte ci siano degli animali allevati, corpi sui quali chi alleva deve poter imporre i ritmi di produzione – carne – latte – uova – seme – lavoro e di ri-produzione – cloni di corpi animali che potranno, anch’essi, diventare prodotti ad uso e consumo dell’uomo, al pari delle donne che, soggiogate da regole androcentriche, restano sottoposte al controllo della sessualità e della riproduzione, diventando oggetto d’uso e consumo dell’uomo.

La cultura androcentrica presuppone che la mascolinità sia pilastro fondante della società e tutti i valori, le credenze e gli atteggiamenti tipicamente maschili siano assunti come assoluti e universali, adottati come parametro dell’umanità stessa. L’uomo contrappone la propria cultura alla natura, di cui sono schiavi animali e donne; l’uomo, dirige l’umanità e domina la natura, arrogandosi il diritto di controllare sia i corpi femminili (o dei “non uomo”1) che quelli animali: la donna deve procreare e allevare la prole per il bene della specie, gli animali devono essere allevati e mangiati per nutrire l’umanità.

Il pater familias è maschio, perché il comando non è conciliabile con la fisiologia femminile, emotiva e soggiogata al ciclo estrale. L’uomo si prende, per questo, cura della moglie e delle famiglia, come si prende cura degli animali che alleva. L’allevatore è tenuto a dispensare una vita buona ai suoi animali, emancipandoli dallo status di preda con la pratica dell’allevamento2. L’uomo è tenuto a dispensare una vita buona alla donna (emancipando anch’essa dallo status di preda), che alleva i figli perché la natura l’ha fatta madre. L’uomo avanza diritti verso gli animali, che sono suoi per la stipula di un contratto d’acquisto, l’uomo avanza diritti verso la moglie, sua mediante un contratto di matrimonio: non a caso l’olocausto animale è perpetuato per mani di uomini allevatori, come per mano di uomini sposati sono perpetuati la maggior parte delle violenze domestiche, degli stupri e dei femminicidi.

L’uomo è grato alla donna del contributo che ella pone nell’occuparsi di tutto ciò che non lo riguarda come è grato agli animali di crescere e produrre assicurandogli un reddito. Le donne che non si prestano alle regole del patriarcato sono viste come animali che non vogliono produrre o che non sono in grado di farlo o di animali che scappano dal loro destino e dalle cure del padrone – pastore. La fertilità è un valore che la società attribuisce alla donna, ed è iperprotetto dalla legge, la quale prevede anche il risarcimento dei danni morali in caso di sinistro3 e di riconoscimento di punti di invalidità qualora questo fosse inabile alla riproduzione (es. isterectomia in età fertile 25 punti di invalidità4). Per gli animali femmina, dove il valore è dato esclusivamente dalla fertilità (tolto il valore della carcassa), il solo divenir ipofertili si traduce in un viaggio senza ritorno verso il macello.

La violenza perpetuata ai danni di donne ed animali è giustificata poiché le donne vittime di violenza sessuale lo sono perché formate da pezzi quali gambe, seni, culi, atteggiamenti che attraggono gli stupratori. Gli animali vittime di violenza lo sono perché trasformati in macchine per il latte o per le uova, in parti carnee o per atteggiamenti da animale selvatico, incompatibili con l’ordinato mondo dell’allevatore – cacciatore.

Le donne sono silenziate perché quel che dicono non interessa o è da dimostrare, quindi la loro opinione non conta o non ha fondamenti per essere presa in considerazione. Gli altro da umani non parlano, non si esprimono, non si ribellano e possiamo per questo usarli a nostro uso e consumo.

Ciò che non è uomo viene femminilizzato (si pensi agli omosessuali) o animalizzato (si pensi agli schiavi e alle donne), ciò che non è umano viene oggettivizzato5. L’identità maschile, e quindi umana, viene costruita sulla negazione: è uomo chi non è femmina, è umano chi non è animale.

La questione del controllo sui corpi e sulla sessualità è, come appena descritto, complicata ed applicabile ad animali, donne, lgbtqi e si aggrava con il sommarsi delle diversità, come succede per le donne nere, che vedono sommarsi all’oppressione di genere anche il razzismo, o con le donne lesbiche, che sono oppresse anche dalla norma eterosessuale.

Spesso, però, in ambito antispecista la questione femminile viene ridotta all’accostamento di immagini di donne stuprate a quelle di animali inseminati con la fecondazione assistita o alla privazione del ruolo di mamma quando un vitello viene ad essa sottratto, utilizzando come campagna pubblicitaria volti bovini tristi in contrasto ad allegri bovini al pascolo con a fianco il loro piccolo. O, invertendo i ruoli, quelli di una madre umana cui viene tolto un bambolotto sanguinante. Si sceglie, quindi, di puntare sulle immagini violente e sulle metafore forti, anche ricorrendo allo sfruttamento del corpo delle donne per creare campagne scioccanti, con lo scopo di provocare disgusto o compassione in chi le guarda.

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Per spiegare meglio quanto appena esposto voglio prendere ad esempio la fecondazione assistita, la quale viene ridotta alla questione “violenza perché l’animale non è consenziente”, facendo coincidere l’atto della fecondazione con quello dello stupro. Se la monta fosse naturale, cosa ad esempio ancora obbligatoria per i cavalli purosangue inglese, il comportamento umano, che comunque giostra gli animali, sarebbe più giustificabile? Se l’esplorazione rettale, che è l’atto più “violento – coercitivo” della pratica di inseminazione, fosse eseguita per valutare la corretta disposizione degli organi interni, procedura routinaria in caso di coliche nel cavallo, l’atto perderebbe di gravità perché cambia lo scopo? Inoltre chi può dire se quella singola bovina o cavalla oggetto dell’inseminazione si comporterebbe in modo accondiscendente verso un toro o stallone che tentasse di fare lo stesso? In natura, specie tra puledre e manze sono frequenti i rifiuti all’accoppiamento, che spesso avviene solo dopo insistenza del maschio più forte come, viceversa, la maggioranza degli animali di grossa taglia si fà esplorare per via rettale ed inseminare senza mostrare il minimo fastidio. Le femmine possono comunque opporsi all’accoppiamento del maschio/inseminatore e sottrarsi ad esso ma, a differenza di ciò che accade durante la vita libera, la femmina allevata non si trova a gestire un maschio insistente ma crescenti metodi di contenimento finché all’allevatore non conviene spedirla al macello. Durante la vita libera il ciclo mestruale è definito dai normali ritmi circadiani, in allevamento il ciclo è diretto dalla mano dell’uomo che, tramite ormoni, decide come piegarlo al proprio volere. Nulla vieta all’allevatore di sfruttare il cosiddetto calore da parto (per una coincidenza ormonale c’è un’ovulazione pochi giorni dopo il parto), non concedendo nemmeno i mesi di lattazione per lasciare gli organi riproduttivi a riposo, facendo di quell’animale un soggetto in perenne gravidanza. Vorrei, quindi, porre l’accento non tanto sull’atto dell’inseminazione fatta dall’uomo ai danni dell’animale, cosa che, nei fatti, mima il comportamento del maschio dominante all’interno della specie presa in esame, ma sul fatto che l’uomo imponga il ciclo estrale alla femmina: quando questa va in calore, quando questa è recettiva al maschio, quando questa dovrà fare figli, indipendentemente dal fatto che l’inseminatore sia un animale o sia un umano.

La manipolazione della femmina, il controllo sui prodotti da essa nati, cosa che agli albori della società patriarcale umana ha avuto per oggetto la donna, è da sempre stata alla base della cultura androcentrica – patriarcale – pastorale. La donna, da madre che continuava la specie, fulcro della società, diviene una proprietà dell’uomo, assieme agli animali che alleva e caccia e assieme ad aratri e terre. Ben prima dell’avvento dell’inseminazione artificiale l’uomo ha iniziato a manipolare i corpi animali, scegliendo quali animali accoppiare e quali no, quali rendere riproduttori e quali no, ottenendo, nel tempo gruppi dalle caratteristiche omogenee e con performance riproduttive e produttive migliori, le razze. Le razze sono prodotte dall’uomo e si discostano dagli animali primigeni perché più produttivi ma meno rustici, più adatti alle esigenze produttive capitaliste, meno adatti alla vita libera.

Se si lasciano da parte metafore forti e le immagini d’effetto e si va, invece, a cercare la radice del problema, si cade inevitabilmente sulla necessità di controllare i corpi, animali ed umani, perché questi producano ciò che la società si aspetta di avere: latte, uova, carne, performance sportive, bellezza, corretti comportamenti, miglioramento genetico. Tutti gli animali sono femmine in mano all’uomo allevatore, tutti i corpi animali necessitano di essere controllati per poter fruttare nel mercato capitalista e, migliore è la tecnologia utilizzata per il loro controllo, migliore sarà la resa in moneta (e quindi potere) per lo sfruttatore – allevatore.

La frase «Cerca di non essere così emotivo … cerca di comportarti più razionalmente». Nasconde un esplicito messaggio: le emozioni sono di grado inferiore rispetto alla ragione: sono troppo carnali e vicine al nostro spirito animale per essere considerate degne di venir prese in considerazione; e, ancor peggio, interferiscono con il filo del ragionamento. Quella umana è l’unica specie capace di trasformare le nostre percezioni corporee in un linguaggio che può essere utilizzato per creare metafore, idee astratte e contrapposizioni, come le dicotomie umano-animale, uomo-donna, natura-cultura, razionale-emotivo, bene-male. Lo sviluppo del pensiero astratto ci permette di idealizzare e progettare un mondo basato sulla ragione e contrapposto a percezioni e sensazioni, colpevoli di stimolare l’empatia e di legarci saldamente al mondo naturale ed animale. Gli animali, come le culture umane a trasmissione orale hanno una coscienza sociale di gruppo, notevolmente più sviluppata di quella individuale: la percezione personale è più il sentirsi frammento del gruppo sociale in cui si vive piuttosto che quella di un individuo che si interfaccia con individui – altro da sé6.

Gli umani, animali bipedi, osservano il mondo lontano dal terreno hanno perso l’uso dell’olfatto e notevolmente ridotto l’importanza dell’udito a vantaggio di un potenziamento della vista, come è successo per le aquile, che sono in grado di vedere un coniglio a 1500 metri d’altezza. Un cane, il cui occhio vede praticamente solo il blu e il giallo, al contrario, vive un mondo di odori e suoni, stando tutto il tempo con il naso a terra e con le orecchie dritte. Ogni animale ha diversi modi di interfacciarsi al mondo, la percezione umana del mondo è sicuramente diversa di quella di un cane o di un’aquila perché sono le stesse appendici recettive, che leggono l’ambiente, che ci suggeriscono quali azioni compiere e che, quindi, creano modi di analizzare l’ambiente e di instaurare rapporti differenti dai nostri. Quando imponiamo ad un animale un ambiente non adatto alle sue interfacce sensoriali (si pensi ad un cane allevato in un ambiente pulito con detergenti, ad un cavallo trattenuto in un box di 9 metri quadrati o a un maiale allevato sul cemento), di fatto, impediamo a questi di interfacciarsi con il mondo, di analizzarlo e di utilizzare le percezioni per crearsi un proprio ragionamento. Un bambino, allevato da un surrogato materno completamente automatizzato e senza alcun contatto umano, non potrebbe sviluppare un linguaggio (che è la forma di scambio culturale tipica della nostra specie) in grado di farlo interagire con i propri conspecifici7. Nel cane o nel cavallo, animali che devono interagire in modo positivo con l’umano, i problemi comportamentali legati ad un cattivo periodo di imprinting (nel cane dalla quarta alla settima settimana di vita) sono noti e possono portare a problemi di socializzazione e di interazione sia intra che interspecifica. Nel puledro il periodo di imprinting è addirittura sfruttato per insegnare al cavallo ad accettare le varie manualità che poi serviranno alla sua gestione futura. Seguendo lo stesso ragionamento dovremmo chiederci se i piccoli di animale separati precocemente dalle madri subiscano qualsivoglia forma di impedimento culturale e di deficit cognitivo – comportamentale, ma non ce lo chiediamo, infondo non è una delle tante gabbie che aiutano a tener sottomessi gli animali cosiddetti da reddito? Oltretutto, questa, non è una storia già vissuta dal femminismo, che ha potuto mettere in discussione il sé e il contesto dell’epoca grazie alle prassi istituite nei gruppi di autocoscienza femminile, prima forma di riorganizzazione dopo anni di privazione sociale dovuti al giogo della cultura patriarcale?

La cultura – intesa come trasmissione non genetica di informazioni per mezzo di meccanismi sociali di apprendimento che portano a una omogeneizzazione dei comportamenti all’interno di un gruppo – è presente in molti animali non umani ma spesso necessita di imitazione per essere trasmessa, non essendo il linguaggio abbastanza sviluppato per consentire la trasmissione orale di idee.

Certi tratti delle culture animali ricordano da vicino aspetti delle culture delle specie umane più arcaiche. Da un certo punto di vista le culture degli animali non umani sono ferme alla preistoria delle culture umane, ma teoricamente anch’esse potrebbero evolvere e diventare via via più complesse. L’estinzione di una specie non comporta soltanto la perdita di biodiversità, ma determina anche la scomparsa di comportamenti e degli eventuali usi e costumi di carattere tradizionale. Le scoperte degli ultimi anni mostrano che ancora non conosciamo tutto il repertorio comportamentale dei primati e degli altri animali. Pratiche comportamentali come l’uso degli strumenti, l’apprendimento sociale di informazioni, le tradizioni legate ai singoli gruppi sono state per lo più scoperte soltanto negli ultimi trent’anni, e chissà quanti dati ancora non conosciamo8. Gli animali che oggi alleviamo sono stati di fatto eliminati dai loro habitat naturali, sono estinti in natura, ed è stata creata un’etologia applicata agli ambienti artificiali, antropocentrici, dove i ritmi circadiani sono i ritmi di produzione e dove le interazioni tra i conspecifici sono ridotte al minimo, per i motivi sopra esposti.

Come le donne sono tuttora sottoposte ad un bombarbamento di cultura patriarcale fin dalla nascita, che nei fatti crea gabbie di genere la cui messa in discussione determina esclusione sociale, gli animali sono rinchiusi in gabbie fisiche che diventano anche gabbie sociali, dove la possibilità di trasmissione di cultura è impossibilitata:

I Maiali: i riproduttori maschi vivono in box singoli. Le femmine in gruppo ma trasferite in gabbie al momento del parto per evitare lo schiacciamento dei suinetti quando questi nascono (gli spazi ristretti non permettono alle madri di sdraiarsi senza schiacciare uno dei loro piccoli). I giovani e gli animali destinati al macello vivono in gruppi. Ai suinetti (svezzamento a 21 giorni) vengono tagliate coda e canini alla nascita, per evitare morsi e lesioni tra membri dello stesso gruppo quando questi vivranno assieme.

Ruminanti: le vacche in lattazione vivono assieme e, assieme vanno in sala mungitura. Le manze solitamente sono in recinti separati, i maschi vivono preferibilmente in box singoli, per evitare episodi di monta tra maschi e quindi il rischio di scivolamento e lesioni, o in gruppi di pochi individui alloggiati in stazioni di monta.

I vitelli (quelli da latte separati dalla madre a 3 giorni dal parto), come gli animali destinati al macello, vivono in gruppo. Gli adulti, dopo i sei mesi, possono essere allevati in posta fissa (alla catena).

Sui cavalli ci sarebbe molto da dire, ma mi soffermerò soprattutto sulla parte riproduttiva. Ad esclusione dei purosangue inglesi, per i quali è obbligatoria la monta naturale, solitamente vige la fecondazione assistita. Ci sono fattrici che vivono al pascolo nel periodo di anestro e che vengono portate in box nel periodo dei calori. Qui vengono fecondate e qui vivono anche per un mesetto dopo il parto, per poi essere rimesse in paddock. I maschi sono ospitati in stazioni di monta dove, nel periodo di riproduzione, viene prelevato il seme che verrà spedito a chi lo richiede. I puledri stanno con la fattrice 3 – 6 mesi per poi essere, solitamente, messi in gruppo tra loro e, a seconda delle discipline, separati al momento della doma.

Assai peggio va per le galline e per le oche da fois gras. I galli e le oche femmine vengono entrambe eliminate alla nascita perché i primi non producono uova e le seconde non producono un fegato di gusto adeguato. Le galline ovaiole, ad eccezione di quelle allevate in gabbia, vivono a gruppi. I pulcini nascono in incubatrici e vengono subito messi in gruppi dalla nascita, quindi non esiste alcun rapporto adulto – pulcino.

Come descritto, il sistema d’allevamento varia poco nelle modalità descritte: i maschi si tengono preferibilmente separati, per evitare possano farsi male, dato che una lesione potrebbe significare difficoltà di monta. Le femmine sono allevate in gruppi per essere poi isolate nel periparto. Quando la gestione è resa più facile da gabbie o poste fisse, cosa ancora utilizzata in piccoli allevamenti privi di sistemi che consentono una gestione degli animali più rispettosa, all’animale è vietato spostarsi. Gli animali che zootecnicamente non sono né maschi né femmine, quindi pre-puberi o da carne sono allevati in gruppi, perché risulta meno costoso. Volendo entrare più nello specifico:

I maschi riproduttori delle diverse specie, in allevamento, sono quelli che godono delle migliori attenzioni da parte dell’allevatore: problemi agli arti possono determinare problemi nella monta, lo stress o la carenza di cibo di qualità può causare un calo della fertilità. Solitamente vivono in paddock quasi tutta la giornata per andare in sala monta quando è richiesto seme. I maschi non desiderati, finiscono tra gli animali da macellare o vengono eliminati alla nascita, come avviene per i pulcini maschi di ovaiole.

Le femmine sono il target del mercato dello sfruttamento animale, perché loro, come le femmine di tutte le specie, producono prole, uova, latte. Ad esse è consentito quel minimo di benessere che sia giustificabile in un non calo delle prestazioni: una vacca da latte riduce la produzione sotto stress, la qualità del latte cala se l’animale vive su una lettiera sporca. Tutto è giustificabile al fine di ottenere un miglior prodotto ad uso e consumo umano.

I non maschi e le non femmine

Ci sono casi di intersessualità, piuttosto frequenti, negli animali da reddito. Ad esempio può capitare che in un parto gemellare di bovina, dove un feto sia maschio ed uno femmina, il testosterone prodotto dal primo passi nel secondo feto mascolonizzandolo. Alla nascita l’animale viene scartato poiché sterile e quindi inabile alla monta (se fosse stato un animale adibito a questo scopo) o inabile alla produzione del latte. Un animale diventa non maschio e non femmina anche invecchiando: un toro anziano non produce più una quantità di spermatozoi sufficiente, una vacca anziana non produce più abbastanza latte e non resta più incinta abbastanza frequentemente. Gli animali omosessuali o asessuali, quelli che in natura preferirebbero rapporti con lo stesso sesso o che non ne vorrebbero affatto, sono di fatto eliminati dalle tecnologie di riproduzione: ad un maschio verrà comunque prelevato seme, ad una femmina verrà comunque eseguita la fecondazione artificiale, forzandoli a riprodursi anche se la loro natura non vorrebbe favorire tale comportamento. Tutti gli animali “non maschi e non femmina” finiscono nel grande calderone dei corpi da macellare o da eliminare alla nascita.

In natura gli animali hanno un’organizzazione sociale diversificata:

Nel maiale le femmine costituiscono gruppi dove convivono con i piccoli. Per il parto e per 4 mesi la madre si separa dal gruppo per poi ricongiungersi ad esso assieme ai piccoli che non lo lasciano prima di un anno d’età. Il maschio vive una vita piuttosto solitaria per aggregarsi al gruppo nel periodo del calore. I maschi di pari rango si scontrano per definire le gerarchie e cacciano i maschi giovani. Lo stesso fanno i ruminanti (bovini svezzamento a 10 mesi, le manze restano nel gruppo), le pecore ed i bovini, dove però il toro è più legato al gruppo delle femmine, nei pressi del quale resta tutto l’anno. Le femmine di bovino sono dirette da un’animale con più esperienza, al quale seguono in gerarchia lineare gli altri. I bovini sono legati da sodalizi che creano gruppi stabili (cosa che viene continuamente alterata durante l’allevamento con la quota di rimonta o con il taglio delle corna). I vitelli sono allevati dalla mandria, che li protegge da eventuali predatori lasciandoli al centri di un cerchio di adulte pronte a sferrare cornate. Il cavallo ha un’organizzazione più complessa, c’è una femmina alpha che guida il gruppo alla ricerca di cibo e risorse, numerosi sodalizi tra le femmine che compongono il gruppo, uno o comunque pochi, maschi che si comportano da sentinelle in caso si avvicinino predatori e tengono sotto controllo il gruppo delle riproduttrici dalle avances di maschi più giovani. Ci sono gruppi di maschi scapoli, che si separeranno da tale gruppo creando un proprio harem, spodestando un maschio o raccogliendo femmine giovani allontanate dal gruppo. I cavalli maschi di rango più basso possono coprire solo le cavalle di basso rango, anche se tentano di rubare l’accoppiamento a quelle più importanti.

Nel pollo c’è ancora un maschio dominante che decide con chi accoppiarsi e che ha un harem di femmine, anche loro, come le bovine, in gerarchia lineare l’una con l’altra. La gallina in deposizione si stacca dal gruppo e va a deporre le uova in luogo sicuro. Solitamente è il maschio che decide con chi accoppiarsi ma ci sono alcune eccezioni, ad esempio Nel pavone, è la femmina che sceglie il partner con il piumaggio più bello e quindi più sano con cui accoppiarsi, anche se il maschio è solito attorniarsi di 4 – 5 femmine.

Quasi tutte le specie di Anatidi sono monogame in libertà, le coppie sono legate da grande affetto. Costruiscono i nidi all’asciutto, nel fitto dei cespugli. Di solito la cova e la cura della prole sono a carico della femmina, anche se spesso il maschio collabora. Si cibano di tutto ciò che riescono a filtrare nell’acqua e nella melma, oltre che di erba e di bacche acquatiche. In cattività, per favorire la riproduzione, i gruppi sono formati da 1 maschio e 5-6 femmine per le razze leggere e 1 maschio e 2-3 femmine per le razze pesanti. In natura sono frequenti le coppie di oche maschio – maschio o le triadi maschio – maschio – femmina.

In natura gli animali intersessuali non subiscono alcun allontanamento, semplicemente scelgono da che parte stare. Sono normali e frequenti le monte di soggetti dello stesso sesso, sono riportati sodalizi tra animali che durano una vita intera, ogni specie ha i suoi riti e le sue modalità di corteggiamento e di difesa. Gli animali vivono in società basate sull’empatia – intesa come la partecipazione/condivisione del vissuto altrui -, e non tra gli ingranaggi del capitalismo che fanno del più produttivo il migliore. È solo tramite l’empatia che possiamo comprendere lo stato d’animo degli animali: se un cane si lecca una ferita e cammina lamentandosi capiamo cosa prova, se una vacca muggisce continuamente quando le viene tolto un vitello capiamo cosa sta provando: il dolore è forse uno dei pochi sentimenti primordiali che non è stato modificato durante la nostra vita evolutiva, ed è forse per questo che siamo ancora così recettivi quando lo avvertiamo in altri animali e, automaticamente, siamo portati a pensare che un mondo senza dolore (e quindi senza sfruttamento) renderebbe liberi gli altro da umani. La risposta a questo imperativo è la creazione di rifugi, che però mantengono il loro carattere paternalista – io so cosa è meglio per te – ma che difficilmente si pongono l’interrogativo di ascoltare le istanze degli altro da umani.

L’io so cosa è meglio per te compare anche nell’ultima legge contro la violenza sulla donna, dove è stata imposta la presenza di un tutore che freni l’emotività della vittima in caso questa desideri ritirare la denuncia. Si intende proteggere la vittima, metterla in condizione di punire chi ha sbagliato ma non si va minimamente a colpire gli ingranaggi della cultura patriarcale che induce l’uomo ad agire con violenza verso la donna. Non è stato ancora stanziato un centesimo per la prevenzione della violenza e per favorire una cultura che abbia alle basi il rispetto e la parità. Analogamente, sottraiamo alcuni soggetti non umani alla macchina dello sfruttamento e li poniamo in ambienti protetti dove dei tutori ne assumono la proprietà e quindi possono schierarsi in difesa della loro vita individuale. Lo stesso non vale per la loro vita riproduttiva, infatti, per la difficile gestione che imporrebbero animali non sterili (sia maschi che sarebbero difficilmente gestibili, sia per gli accoppiamenti che genererebbero nuove vite da accudire) gli animali vengono generalmente castrati.

I rifugi, al pari dei centri antiviolenza che ospitano donne maltrattate, non sono luoghi di crescita paritaria del rapporto umano – animale, dove la zoosemiotica viene messa alla base della comunicazione ma, nei fatti, sono repliche del modello fattoria, depurato da quel sistema di sfruttamento che intuiamo essere mal voluto dagli animali ma che ne mantiene la struttura paternalistica cui viene sommata una punta di pietismo. Gli animali rifugiati acquistano un nome ed una serie di caratteristiche, sono antropomorfizzati perché il rifugio vuol essere luogo dove gli animali non umani sono individui. Quale miglior modo può esserci per farlo, se non quello di presentarli ai visitatori come umani?

Le donne, con il femminismo, si sono unite contro la norma patriarcale. Non possiamo sapere, a tutt’oggi, come gli altro da umani articolino i propri punti di vista e quali modi di resistenza possano organizzare per contrapporsi al loro sfruttamento, specie quando cresciuti in cattività da generazioni, però dovremmo iniziare a considerarli come individui sovrani, dotati di una propria cultura e di una propria ecologia, individui da ascoltare e non solo da proteggere. Gli animali possiedono un punto di vista che necessita di essere colto ed espresso da quegli esseri umani che accettino di allacciare un dialogo con loro9: occorre sforzarsi di leggere e interpretare il linguaggio degli individui animali con i quali si è in relazione, universalizzando poi quanto osservato agli altri individui della stessa specie (o di specie affini), coinvolti in contesti analoghi. Se gli animali potessero parlare imputerebbero alla macchina dello sfruttamento animale l’origine della loro oppressione, come le donne imputano la propria oppressione alla macchina patriarcale. La lotta di liberazione dovrebbe passare per il sabotaggio di quegli ingranaggi che permettono alla macchina di avanzare, sia con azioni dirette che con impedimenti legali, che rendano al sistema capitalista sempre più difficile sfruttare animali. È un dato di fatto che non abbiamo abbastanza rifugi per contenere tutti gli animali sotto schiavitù e quindi, non potendo liberarli, cerchiamo di convincere altri umani ad unirsi alla nostra lotta, o ad uno stile di vita il più cruelty free possibile. Per ottenere questo scopo usiamo immagini forti, rendiamo umani gli animali liberati e sviamo il focus dal dominio dell’oppressore (l’umano) alla sofferenza dell’oppresso (l’animale non umano), per cui proviamo pietà.

Liberare le donne abbattendo il patriarcato significherebbe sottrarre spazi di dominio all’uomo. Liberare animali abbattendo la macchina di sfruttamento allevamento – macello significa dover sottrarre spazi di dominio agli umani per darne agli animali, significa anche, inevitabilmente, liberare spazi verdi ed evitare che gli spazi verdi esistenti vengano antropomorfizzati. La liberazione della terra deve avvenire contestualmente a quella degli animali, perché questa non può contenerli con oltre 7 miliardi di padroni che rivendicano ogni centimetro del pianeta come proprio. Quando un animale non umano evade da un allevamento, macello o camion non sogna rifugi ma solo uno spazio aperto, dove riconquistare indipendenza e liberi rapporti sociali. Cosa farebbero gli animali se li liberassimo in ambienti aperti, dove loro stessi potrebbero riprodursi, ricreare e perpetuare una propria cultura, riorganizzarsi in gruppi e ribellarsi uniti? Sicuramente rischierebbero la vita per la repressione perpetuata dagli umani ed è per questo che, ancora una volta, scatta il paternalismo – dobbiamo prenderci cura degli animali che liberiamo, come fossero individui non in grado di provvedere a sé stessi. Io invece mi chiedo, siamo disposti ad abbandonare un’ottica ancora antropocentrica, seppur sicuramente più etica di quella vigente, ma che comunque pone alla base il controllo dei liberati, per evitare ad essi altri sopprusi, in favore di una liberazione più ampia, che coinvolga l’umanità e la terra e che preveda territori liberati ad uso degli animali sovrani?

Può un movimento antispecista, che dimostra spesso non interesse verso le istanze femministe, abbracciare modalità di lotta e relazione che il femminismo da anni propone? Quanto il movimento antispecista replica modalità pastorali, patriarcali e paternalistiche e quanto avrebbe da imparare dai percorsi femministi e dalle donne? Può il movimento antispecista non riconoscere che anche la terra subisce lo stesso processo di femminilizzazione ed oggettivazione comune a donne, lgbtqi ed animali, e che anche i movimenti per la liberazione della terra combattono il sistema di dominio patriarcale, unico minimo comun denominatore dello sfruttamento di umani, non umani e della terra? Il sistema patriarcale controlla i corpi umani, non umani e il corpo – pianeta terra, determinandone sfruttamento e interferendo con i normali cicli riproduttivi: siamo, come movimento, consapevoli che se non ci sarà più terra fertile non ci sarà più spazio dove far vivere animali liberi? Possiamo continuare a negare che le istanze legate alla liberazione della terra non riguardino l’antispecismo? Siamo disposti ad affiancare alla modalità “care giver” nuove strategie umano – non umano che siano veramente orizzontali e paritarie, dove non è previsto un umano controllore, ma un umano in grado di ascoltare le istanze suggerite dagli animali e dalla terra, e che si proponga di scrivere assieme a questi l’agenda politica di liberazione?

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Note

1 Non posso non includere dalla definizione di “corpi femminili” anche quelli gbtqi, d’altre etnie o estrazioni sociali.

2 Ead., “Ne libérez pas les animaux! Plaidoyer contre un conformisme ‘analphabête’”, in Revue du MAUSS, La Découverte, 29, 2007/1, p. 582. Considerazioni analoghe sono svolte da Catherine et Raphaël Larrère, “Le contrat domestique”, in Le Courrier de l’environnement, 30, 1997.

3 http://www.sentenze-cassazione.com/incidente-stradale-12-mila-euro-per-donna-che-perde-il-bambino/#ixzz2zWJVLL19; http://archiviostorico.corriere.it/1993/dicembre/11/niente_figli_dopo_incidente_risarcimento_co_2_9312112147.shtml.

4 http://www.handylex.org/stato/d050292b.shtml.

5 Cit. Carol J. Adams

6La coscienza mitologica, La civiltà dell’empatia. La corsa verso la coscienza globale nel mondo in crisi, di Rifkin Jeremy, Mondadori, Milano, 2011.

7La civiltà dell’empatia, op. cit..

8Le culture degli altri animali. È Homo l’unico sapiens? di Bisconti Michelangelo, Zanichelli, Bologna, 2008.
9 Josephine Donovan, “Caring to Dialogue”, op. cit., pp. 363-364.

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