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Donne e animali: breve escursus tra teoria, prassi e militanza

vega lou

Dal numero 3 della rivista online MeM (Musi e Muse) Teorie e pratiche tra genere e specie pubblichiamo l’articolo di  Annalisa Zabonati

L’attivismo

Le analisi e gli studi sulla presenza femminile nell’animalismo (2), confermano che le donne sono più numerose degli uomini. Le attiviste riconoscono che partecipare al movimento infonde fiducia, autogratificazione ed autostima, mobilita particolari capacità comunicative, politiche e pubbliche e soprattutto consente modifiche sostanziali nella qualità della vita degli animali (Kruse, 1999; Einwohner, 1999; Gaarder, 2008, 2011).

Per le attiviste l’animalismo sembra essere il «luogo» in grado di sortire le trasformazioni auspicate per gli animali e per gli umani, nonostante sia un movimento spesso incompreso o sottovalutato dall’opinione comune.

Il maggior coinvolgimento femminile implica l’empatia derivante dalla diretta compartecipazione delle ineguaglianze, quali comuni oppressioni delle donne e degli animali (Cuny, 2005; Gaarder, 2008). Le attiviste creano collegamenti e connessioni, svolgono opera di tessitura, che tradizionalmente gli attivisti non trattano, perché più orientati al confronto diretto e allo scontro con le controparti (jones, 2005).

L’ecofemminismo dell’etica della cura (Curtin, 1991; Donovan, 1990, 2007; Adams, 1990, 1994, Cuomo, 1998etc.) afferma che le attiviste utilizzano dispositivi etici relazionali, attraverso il «pensiero relazionale», basato su discorsività affettive, non gerarchiche e della responsabilità, piuttosto che meccanismi normativi, basati sul controllo, il giudizio e la categorizzazione. Questo non solo in virtù della dimestichezza con le questioni legate alla relazionalità, all’empatia e alla cura, ma anche perché soggette alla «dittatura del patriarcato» che le espone all’ideologia maschile del «dualismo trascendente», il quale sottolinea la separazione e la polarizzazione tra generi, classi e specie ed è alla radice di tutte le forme di dominio (Ruether, 1992), spesso diffuso e sostenuto negli stessi ambienti animalisti.

Ma non tutte le attiviste hanno posizioni politiche sintoniche con l’ecofemminismo animalista vegano. In molti casi l’adesione al movimento animalista ha una connotazione sganciata dalla politica, quale prassi di impegno per il cambiamento, la responsabilità e l’autodeterminazione, aderendo invece ad una visione animalista riformista e protezionista, che si definiscono come apolitici. La politicizzazione è di solito espressa se le attiviste provengono da esperienze pregresse e/o contemporanee in altri movimenti sociali e politici, collocandosi nell’area più radicale dell’animalismo.

Altre ecofemministe stanno esplorando in chiave postcoloniale ambiti affini di critica al potere egemone del sistema patriarcale e pastorale, domini che si snodano in parallelo e che attingono uno dall’altro (Zabonati, 2013). E così si riappropriano in chiave socio-etnica del veganismo e dell’animalismo che per lungo tempo i movimenti radicali antirazziali, anticoloniali e il femminismo postcoloniale hanno guardato con scetticismo, individuandone solo la matrice bianca (whiteness theories), borghese, occidentale, ma sviluppando connessioni tra i vari settori delle culture di appartenenza e rileggendo criticamente anche le proprie tradizioni (Harper, 2010, 2011; Robinson, 2010; Fisher, 2011; Deckha, 2012).

Le ecofemministe animaliste considerano il corpo di donne e animali il comune campo di azione e di lotta, in quanto elemento concreto su cui si realizzano le forze di oppressione (Bujok, 2005-2008). Reificazione, subordinazione e abuso divengono il destino comune di donne e altro-da-umani (Gaarder, 2011). Sin dalle prime lotte contro la vivisezione nell’Inghilterra vittoriana, attiviste come Frances P. Cobbe, Anna B. Kingsford, Lizzy af Hageby, associavano ciò che continuamente veniva perpetrato contro le donne e gli animali: la sperimentazione sui corpi e la loro devastazione. L’obiettivo di queste attiviste era di eliminare la violenza degli uomini sulle donne e sugli animali. Era loro opinione che le donne potessero influire favorevolmente per questo cambiamento morale. La «compassione attiva» era uno degli elementi cardine delle rivendicazioni per i diritti ed il contrasto alla violenza (Kheel, 2006). Queste prime antivivisezioniste, impegnate anche nel movimento suffragista, di elevata estrazione sociale e con accesso all’istruzione, hanno sempre comunque denunciato in modo diretto e deciso le atrocità dei laboratori, degli esperimenti sugli animali, sulle donne e sui bambini delle classi proletarie.

Corpi che note primatologhe come Diane Fossey, Jane Goodall, Umeyo Mori, Biruté Galdikas riconoscono come simili, con aspettative, progetti, emozioni e sentimenti. Studiose che condividono le esperienze assieme agli altro-da-umani, non più «oggetti di studio», ma «soggetti di vita condivisa» (Jahme, 2000), passando dalla posizione di scienziate avulse dal corpus delle loro osservazioni ad attiviste per la difesa, la liberazione e l’emancipazione dei primati.

Alcune ecofemministe propongono posizioni essenzialiste, individuando nella biologia femminile il collegamento tra donne e natura, mentre altre le rifiutano e indicano come fondamentali i modelli comuni dello sfruttamento, della gerarchia, della violazione, da un punto di vista della costruzione storica e politica del dominio maschile sulle donne, la natura e gli animali (Kheel, 1988; Gruen, 1993, 2012; Glasser, 2011, Zabonati, 2013). Questi ultimi elementi divengono così i capisaldi di un attivismo animalista politico che ingloba l’ecofemminismo sociale, il pensiero libertario e anarchico, l’anticapitalismo di matrice marxista. Non come un insieme magmatico e indistinto, ma come espressione sia delle teorie intersezioniste radicali sia delle confluenze teoriche e pratiche di un ampio spettro di posizioni antagoniste al sistema costituito.

La forte presenza femminile nell’animalismo va considerata sotto il profilo socio-culturale e quello strutturale (Kruse, 199). L’assetto patriarcale, coniugato con l’ideologia pastorale della domesticazione e dell’allevamento, assimila le donne agli animale. In questo scenario le attiviste si identificano con le condizioni di segregazione degli animali e aderiscono a varie campagne animaliste, fino a entrare nella militanza vera e propria. Sia che scelgano di appoggiare le istanze riformiste e protezioniste piuttosto che liberazioniste e antispeciste si dedicano alla cura diretta degli animali. Questo aspetto dell’attivismo è diffuso e si manifesta quindi in varie forme: dalla cura e salvataggio degli animali d’affezione, alla creazione e gestione di rifugi per animali sottratti alla spirale del business agrozootecnico degli allevamenti e dei macelli, fino alle azioni dirette di liberazione degli animali dai lager in cui sono segregati. Le attiviste non svolgono meglio degli attivisti questi compiti, ma li svolgono da più tempo e con una qualità differente.

Pur riconoscendo che il lavoro di cura è storicamente e culturalmente affidato alle donne, e che la biopolitica del genere ha preferito distinguere ruoli e mansioni per mantenere il controllo della riproduzione e dei corpi, si deve operare un cambio di paradigma che consenta la degenderizzazione della cura, verso umani e altro-da-umani, per farla divenire una scelta e non più una condizione obbligata.

Le teorie della somiglianza e della differenza tra umani e altro-da-umani, mantengono le coordinate della subordinazione perché sono vincolate al pregiudizio intrinseco dell’etica degli obblighi, a partire da ciò che noi umani consideriamo utile e necessario per le nostre vite. Superare questo attuale stallo ideologico, permetterebbe di formulare un’etica della responsabilità, cioè della capacità di rispondere e di agire degli animali, all’interno dei processi interattivi e relazionali (Oliver, 2010). Un viatico che è avvertito come necessario per il riconoscimento della capacità degli altro-da-umani di esprimere vere e proprie azioni di resistenza e boicottaggio degli umani e dello sfruttamento da questi perpetrato (Hribal, 2011).

Le donne pur avendo sempre rappresentato la massa critica dell’attivismo animalista di base, hanno però svolto, e svolgono, ruoli e mansioni di basso profilo (Munro, 2001). Ne risulta che il movimento è «gender direct», per ciò che riguarda la presenza delle donne, ma «male direct» per quello che concerne gli aspetti teorici, strategici e politici. In buona sostanza, il movimento animalista non si discosta dalle esperienze di altre compagini politiche, e ripropone modalità di funzionamento simili.

Riformulando il concetto di lavoro e occupazione di cura, trasformandone la discorsività privata e compassionevole in intervento sociale e politico, si può contrastare la spinta regressiva della femminilizzazione forzata dei ruoli, che confinano le attiviste negli ambiti tradizionalmente deputati alle donne. Non si tratta di avocare posizioni di leadership, ma piuttosto di riconoscere e rendere visibili l’impegno, la partecipazione politica e l’elaborazione teorica delle attiviste all’animalismo.

Le variabili in gioco sono molte, e il genere, quale principio organizzatore delle discriminazioni, non è un’esauriente spiegazione della maggiore presenza femminile nell’animalismo (Peek et alii, 1996). Se si riscontra una preminente numero di attiviste nell’animalismo riformista e protezionista, tra le fila del liberazionismo e dell’antispecismo, sono invece gli attivisti coloro che hanno maggiore visibilità, similmente a ciò che avviene anche in altri movimenti sociali e politici radicali.

In questo si può riconoscere la mitologizzazione del militante rivoluzionario e dell’eroe liberatore, che irrompe nei luoghi della sofferenza e della tortura per liberare le vittime animali, eclissando la forza sovvertitrice delle azioni quotidiane dell’attivismo, tipicamente realizzate dalle militanti (Kheel, 1993, 2006, jones, 2004, 2006).

L’immaginario collettivo rimane ancorato a una visione fortemente patriarcale, in cui l’eroe salvatore agisce la ribellione e incarna il mito del paladino. La liberazione animale può modularsi invece attraverso l’espressione della compassione, trasformando la consueta interpretazione delle azioni di liberazione, per utilizzare i principi della creatività e della sensibilità. Smarcando queste stesse azioni dall’eroismo intrinseco alle immagini del soggetto rivoluzionario, si apre il varco a una visione olistica della liberazione, intesa non solo come azione di liberazione, ma proprio come progetto di liberazione totale e generale (Luke, 1995).

Le attiviste sembrano prediligere le lotte di lunga durata, le campagne e le azioni dirette nonviolente. Ne sono esempi, solo per citarne alcuni, la lunga battaglia per la chiusura dell’allevamento di animali per la sperimentazione a Hillgrove, in Gran Bretagna, iniziata e proseguita da Cinthia O’Neill negli anni ‘90 (Malle, 2004); la testimonianza di Michelle Rokke (Rokke, 2007) infiltratasi nel 1996 presso l’Huntington Life Science (HLS), famigerata azienda di vivisezione; la morte di Jill Phipps (3) che nel 1995 fu investita mentre cercava di impedire il passaggio di un camion che trasportava vitelli; l’incidente occorso a Vicki Moore, che sempre nel 1995, durante una protesta contro la fiesta (5) di San Juan a Coria in Spagna, fu aggredita involontariamente da un toro spaventato e inferocito, riportando gravissime ferite che la invalidarono, fino alla morte nel 2000.

Esempio storico di coniugazione dell’ecofemminismo con l’animalismo è stata l’esperienza del collettivo Feminists for Animal Rights (FAR) sorto nel 1981 in California. Le attività del gruppo, che terminarono nel 2001, videro la partecipazione di molte note ecofemministe animaliste vegane statunitensi, quali Marti Kheel, Carol J. Adams, Josephine Donovan, Greta Gaard, Lori Gruen. Queste teoriche e attiviste hanno fondato l’etica ecofemminista animalista vegana, quale base per una ridefinizione del sé in connessione interattiva con gli altri sé, persone distinguibili, persone, ça va sans dire, umane e altro-da-umane.

L’ecofemminismo animalista vegano può supportare le critiche e le autocritiche e riesce a condividere teorie e prassi, che sono integrate e provengono dal femminismo, dall’ecofemminismo, dall’ecologismo sociale, dall’anticapitalismo, dall’animalismo e dal liberazionismo, perché:

Solo quando realizziamo che tutti i movimenti di liberazione sono connessi integralmente, e che non possiamo combattere il dominio e la gerarchia nei rapporti con gli animali se li manteniamo tra noi umani, che non possiamo realizzare la liberazione senza identificare le cause dell’oppressione, che non possiamo cambiare la società fintanto che non cambiamo noi stessi, solo allora si crea un reale movimento politico in grado di cambiare le vite di animali, di umani e di tutti gli esseri viventi (Kheel, 1985, p. 7, traduzione a mia cura).

Il sessismo nel movimento

I movimenti sociali riflettono le modalità di funzionamento della società in cui sono inseriti, mantenendo e rinforzando gli stessi ruoli di genere. Spesso la leadership è appannaggio degli attivisti maschi, nonostante la quotidianità dei movimenti sia garantita soprattutto dalle attiviste. Così avviene anche nei movimenti animalisti.

Il movimento animalista presenta ancora una pesante patriarcalizzazione delle relazioni, in cui donne e uomini sono sottoposti alla genderizzazione di ruoli e funzioni. Il sessismo è spesso strisciante e quasi invisibile, perché ripulito delle sue parti più marcate. Un sessismo che si esprime soprattutto attraverso il microsessismo quotidiano, cioè le microrelazioni di potere capillare e pervasivo (Bonino, 1995). La razionalizzazione e la negazione di questa discriminazione si esprime diffusamente attraverso l’affermazione che i saperi e le pratiche alternative sono di per sé sufficienti ad escludere l’utilizzo dei meccanismi di controllo e dominio dei gruppi di potere.

La consapevolezza delle interazioni sessiste nell’animalismo è qualcosa di indicibile che avviene tra le fila del movimento (Kheel, 1985). Le riflessioni e gli scritti dei teorici maschi, il «boys’ club», sono maggiormente diffusi e sono considerati i soli depositari del «sapere animalista» (Rohman, 2012). Eppure la produzione teorica delle studiose e attiviste è altrettanto cospicua e di notevole spessore. Tutto ciò condiziona le prassi politiche, l’attivismo, gli attivisti e le attiviste.

Il sessismo danneggia tutto il movimento e gli animali, perché produce una cultura che impedisce la libera circolazione delle idee e lo scambio autentico delle esperienze. Infatti, se non si affrontano i temi e le questioni collegate al dominio di genere si perpetuano le oppressioni e, anzi, se ne creano di ulteriori, immobilizzando la forza propulsiva del movimento stesso (Kheel, 1985). Si mantengono e si evidenziano così profonde distanze sia tra i militanti e le militanti, ma anche tra i diversi gruppi che compongono il movimento stesso (Glasser, 2011).

Proprio perché il movimento animalista nelle sue espressioni più radicali, ritiene di essere un ambito che include la critica e lo smantellamento delle discriminazioni nel loro insieme, riconoscendone le matrici comuni, deve fare i conti con i processi psicologici, sociali, culturali e politici che inducono atteggiamenti e comportamenti marcatamente sessisti anche tra le proprie fila.

Più facile da stigmatizzare per gli attivisti e le attiviste è la sessualizzazione mediatica di alcune organizzazioni che utilizzano corpi femminili per protestare contro le sofferenze degli animali, suscitando un acceso dibattito all’interno del movimento. È uno scenario in cui si evidenziano elementi di conservatorismo patriarcale con una discriminazione di stampo sessuopornografico che rinforza il sessismo da un lato e lo specismo dall’altro (Deckha, 2008; Glasser, 2011):

Quando abbracciamo un movimento animalista sessista o un movimento per i diritti delle donne specista rinforziamo l’oppressione (Vegina traduzione a mia cura).

Il dominio maschile è sia una pratica cosciente sia un habitus, in cui i dominati indicano i rapporti di dominio con le categorie costruite dai dominanti, naturalizzandoli. Un dominio che trova dei complici e delle complici e che si esplica nella violenza simbolica, quale adesione al sistema dominante, che si rappresenta come un dominio incorporato, considerato naturale e che funziona come meccanismo circolare di invisibilità e rinforzo delle categorie discriminanti (Bourdieu, 1998).

È necessario individuare, rivelare, smascherare e sovvertire il sistema ideologico del potere e del dominio, attraverso la pratica della conoscenza, che individua nel nucleo centrale dell’andro-etero-etno-antropocentrismo, il fulcro delle discriminazioni.

Nell’animalismo il sessismo può assumere la duplice veste dell’aggressione sessuale e della discriminazione (Kheel, 1985; jones, s.d.). Spesso le stesse attiviste negano i comportamenti e gli atteggiamenti sessisti, affermando che il focus del loro impegno sono gli animali, e dichiarando perciò che la questione di genere è ininfluente rispetto all’enormità dello sfruttamento animale, rimuovendo così le connessioni tra le oppressioni e rinforzando la loro complicità al sistema di dominio. Di frequente le attiviste e gli attivisti faticano a riconoscere i privilegi di cui beneficiano i maschi, rifiutando di riconoscere la tradizionale suddivisione dei ruoli anche nel movimento.

Le attiviste che sottolineano la presenza di comportamenti sessisti si espongono alle critiche perché mettono in discussione il funzionamento e la strutturazione dei gruppi in cui militano. Gli stereotipi di ruolo e la discriminazione sono minimizzati e chi denuncia la grave carenza di critica e autocritica su questi aspetti, è avvertita come disturbante, perché incrina la mitologia dell’umana compassione di chi si batte per i più deboli.

Le donne, abili tessitrici della propria minuta vita sottomessa, hanno imparato a mimetizzarsi, a non esibire interessi e saperi, per lasciare spazio a chi tradizionalmente se lo prende. E le attiviste si conformano mantenendo le caratteristiche previste dal loro genere, assumendo ruoli secondari, apprezzate per la loro devozione e abnegazione.

Si esprime così una «coscienza sessizzata», in cui anche coloro che si ritengono lontani da atteggiamenti e comportamenti sessisti, in virtù della loro militanza politica, si ritrovano a perpetuare varie forme di sessismo, pur anche senza intenzione. Questo avviene in quanto la coscienza, di fatto si muove anche su un piano inconscio, nel gioco di continua combinazione e ricombinazione che costituisce l’habitus, quale struttura strutturante. Cioè, nonostante un attivista possa non essere consapevolmente o intenzionalmente sessista, di fatto ha sviluppato un insieme di pratiche, valori, credenze, interpretazioni che gli consentono dei privilegi sessisti, che fatica a riconoscere e a smontare.

Esiste un ulteriore sessismo, quello nei confronti delle femmine di altre specie, che proprio in virtù del loro sesso biologico, delle funzioni riproduttive e dei «prodotti femminizzati» di questa loro fisicità, sono sfruttate in modo peculiare: le mucche da latte, le galline ovaiole, le fattrici negli allevamenti, e così via. Queste forme specifiche di subordinazione non sono riconosciute come «gender direct», nonostante la loro evidenza (Kemmerer, 2013).

In buona sostanza ci troviamo di fronte ad aspetti molteplici del sessismo, in cui si può considerare la discriminazione di genere e interna e quella esterna all’animalismo. Quella esterna è data dall’ulteriore sfruttamento degli animali di sesso femminile, come appena descritto, ma anche dall’eliminazione dai «processi produttivi» alimentari di quelli maschili (come ad esempio i pulcini maschi) o nella stigmatizzazione di pratiche aggressive (ad esempio i combattimenti tra galli). Il sessismo esterno inoltre si presenta con forme linguistiche e comportamentali che associano le donne agli animali, ad esempio utilizzando locuzioni riferite alle femminine di altre specie per squalificare le donne, o utilizzando le femmine di altre specie per finalità commerciali e di immagine: il processo di animalizzazione delle donne e di femminilizzazione degli animali.

Il sessismo interno all’animalismo, come sopraesposto, è il frutto delle implicazioni socio-culturali a cui sono esposti anche i gruppi che contestano il sistema da cui tentano di affrancarsi, proprio perché implicati nei meccanismi che per essere svuotati dalla loro portata reazionaria devono essere riconosciuti, decostruiti e annullati. Pratiche che prevedono un lavorio costante di critica ed autocritica, rinvenendo anche nelle minute pieghe delle relazioni le procedure di discriminazione strisciante.

Note

1. Il lemma animali è usato per indicare gli altro-da-umani, senza accezione specista né antropocentrica.

2. Da alcuni anni si è avviata una riflessione sulla politicizzazione del movimento, e mentre le posizioni riformiste si dichiarano apolitiche, quelle radicali si orientano verso ambiti politici oltranzisti, che vanno da posizioni marxiste, a posizioni ecoambientaliste e decresciste, a posizioni ecoanarchiche. Per una rassegna su tali questioni si veda ad esempio: Brian, Dominick (1995), Animal Liberation and Social Revolution, Critical Mass Media; Guither, Harold D. (1998), Animal Rights: history and scope of a radical social movement, Carbondale: Southern illinois University Press; BM Makhno (1999), Bestie da soma. Capitalismo, Animali, Comunismo, Antagonismo Press; David Nibert (2002), Animal Rights/Human Rights: Entanglements of oppression and liberation, Lanham: Rowman & Littlefiel; Brian, M. Lowel – Caryn, F. Ginsberg (2002), «Animal Rights as a post-citizenship movement», Society & Animals, 10 (2), pp. 203-215; Jason, Hribal (2003), «‘Animals are part of the working class?’: A challenge to labor history», Labor History, 44 (4), pp. 435-453; Munro, Lyle (2005), «Strategies, action repertoires and DIY activism in the Animal Rights movement», Social Movement Studies, 4, pp. 75-94; Susanna Flavia, Boxall (2005), «Beyond orthodoxy: A pluralist approach to Animal Liberation», Animal Liberation Philosophy and Policy Journal, 3 (1), pp. 1-23; Steven, Best – Anthony, J. Nocella II (Eds.) (2006), Igniting a revolution. Voices in defense of the earth, Edinburgh – Oakland: AK Press; Steven, Best (2006), «Rethinking revolution: animal liberation, human liberation and the future of the left», The International Journal of Inclusive Democracy, 2 (3), s.p.; Sabrina, Tonutti (2007), Diritti Animali: storia e antropologia di un movimento, Udine: Forum; Stephen, D’Arcy (2007), «Deliberative democracy, direct action, and animal advocacy», Animal Liberation Philosophy and Policy Journal, 5 (2), pp. 48-63; Cochrane, Alisdair (2010), An Introduction to Animals and Political Theory, Basingstoke: Palgrave Macmillan; Asemblea Antiespecista (2010), La misma libertad. Reflexiones sobre liberación animal y anarquía, Madrid; Steven, Best (2010), «Welfarismo, diritti animali e liberazionismo. Uno sguardo sul movimento animalista negli Stati Uniti», Liberazioni, 3, pp. 42-51; Paul, Hamilton (2011), «Animal Liberation: A view from political science», The Brock Review, 12 (1), pp. 129-143; Alessandra, Galbiati (2011), «Estremista sarai tu! Animalisti: fanatici o rivoluzionari?», Liberazioni, 7, pp. 63-71; Steven, Best (2012), «Un movimento per la liberazione totale», Liberazioni, 4, pp. 58-71; Aldo Sottofattori, «Perché gli antispecisti non possono non dirsi comunisti», Liberazioni, 11, pp. 57-76; Chien, Hui Li (2012), «An innaturale alliance? Political radicalism and the animal defence movement in late victorian and edwardian Britain», Euramerica, 42 (1), pp. 1-43; Aldo, Sottofattori (2012), «Gli antispecismi e le loro pratiche», Liberazioni, 12, pp.41-56. Alla luce di questa specificazione, utilizzo il termine animalismo come «contenitore» delle varie forme dell’attivismo pro animali, contro lo specismo, per la liberazione animale.

3. Ultima consultazione dei siti: novembre 2013.

4. Le fiestas sono delle cruentissime feste popolari in cui sono utilizzati dei bovini (tori, mucche, vitelli) molto diffuse in Spagna. Gli animali sono incitati a correre tra le urla, i maltrattamenti, le percosse e i ferimenti suscitando eccitazione e macabro divertimento tra i presenti.

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