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IAFF: le nuove linee guida per le persone trans. Discriminazioni insite nelle categorie di sesso.

IAFF: le nuove linee guida per le persone trans. Discriminazioni insite nelle categorie di sesso.

di Ino Kehrer per intersexioni

Dopo aver letto l’articolo apparso il 16 ottobre 2019 sul corriere della sera dal titolo “«Transgender»: la Iaaf elenca i farmaci per chi vuole restare donna-atleta” con il sottotitolo “Consigliati alle intersex medicinali e dosi (effetti collaterali: cancro, trombosi, scomparsa della libido, osteoporosi) e chirurgia anche estetica. Spese a carico delle sportive”, ci è sembrato doveroso scrivere un commento per cercare di fare un pò di chiarezza sull’oggetto delle nuove linee guida pubblicate dalla IAAF (Associazione Internazionale delle Federazioni di Atletica Leggera) lo scorso 1 Ottobre 2019. 

Le nuove linee guida dal titolo “World Athletics Eligibility Regulations for Transgender Athletes” hanno come destinatarie le persone trans e non intersex, come invece suggerisce impropriamente non solo il sottotitolo dell’articolo del corriere ma anche il riferimento al caso di Caster Semenya, che invece rientra nella questione delle donne intersex con un livello di testosterone naturale più alto di quello stabilito per le categorie femminili di alcuni sport, fra cui in particolare alcune discipline di atletica leggera come i 400 m, 400 m ostacoli, 800 m, 1500 m, il miglio e tutti gli eventi combinati di queste distanze.

Tali linee guida si inseriscono però in un dibattito ben più ampio, che interessa le cosiddette verifiche/test del sesso delle sportive che hanno radici ben radicate nella storia dello sport.

Lo sport per molto tempo è stato accessibile soltanto agli uomini. 

Solo a partire dal 1900 infatti le donne hanno ottenuto il diritto di partecipare alle gare agonistiche. E fin da subito si è insinuata la paura delle frodi, in particolare della possibilità che un uomo possa fingersi donna per godere dei vantaggi del gareggiare con le donne (cosiddetta frode di genere). 

A partire dal 1950 quindi venne deciso che tutte le donne dovevano sottoporsi ad esami fisici che consistevano nel doversi mostrare nude di fronte ad un gruppo di medici per smascherare gli eventuali truffatori: una pratica umiliante che portò il CIO (Comitato Olimpico Internazionale) ad adottare nel 1968 il Barr Body test cioè il test cromosomico, che a sua volta venne successivamente abbandonato perché ritenuto non attendibile ai fini dell’accertamento della ‘mascolinità’ di una persona. Alcune atlete irrefutabilmente donne infatti non superavano il test a causa del loro assetto cromosomico XY, pur avendo una totale o parziale resistenza al testosterone per insensibilità agli androgeni, appunto.

Infine venne introdotto il test ormonale e fu stabilito un livello di testosterone massimo per la categoria femminile.  

Per poter rientrare nella categoria femminile, ogni donna deve avere un livello di testosterone inferiore a 10 nmol/L3 ridotti a 5  nmol/L3 nel 2018. 

Nella categoria maschile invece non sono mai stati introdotti test simili, né fisici, né cromosomici né ormonali.

Le persone trans* sono state ammesse a partecipare ai giochi olimpici solo nel 2004, dopo la pubblicazione da parte del CIO di linee guida che stabilivano i requisiti che le persone trans* dovevano soddisfare per poter partecipare. 

Questi requisiti erano: l’avvenuto intervento di riassegnazione di sesso, che includeva gonadectomia e modifica dei genitali esterni, avvenuta rettificazione anagrafica del sesso, e una terapia ormonale protratta per almeno 2 anni.  

Tali requisiti sono stati modificati dal CIO nel 2015. Le persone trans* per poter partecipare non devono quindi più essersi sottoposte ad un intervento di riassegnazione di sesso, in quanto questo requisito è stato ritenuto in contrasto con una crescente giurisprudenza europea ed internazionale che lo considera lesivo dei diritti umani, e non devono aver ottenuto la rettificazione anagrafica in quanto in alcuni Stati è molto difficile da ottenere. 

L’unico requisito che le persone trans* devono soddisfare per poter partecipare alle gare olimpiche è il trattamento ormonale. Si noti bene però che questa richiesta non vale per tutte le persone trans*, ma soltanto per le donne (M-t-F), non per gli uomini (F-t-M). 

Per un atleta trans FtM (female to male), come si evince dalle nuove linee guida rilasciate da pochi giorni dallo IAAF, è sufficiente presentare una certificazione scritta e firmata dal medico (manager) in cui dichiari la sua identità di genere maschile. 

Un’atleta trans* MtF (male to female) invece dovrà non solo presentare tale certificazione ma dimostrare anche che i suoi livelli di testosterone siano inferiori a 5 nmol/L3 per un periodo continuo di almeno 12 mesi, e che dovranno rimanere costanti per tutto il tempo di attività agonistica nella categoria. Nel caso in cui l’atleta non rispetti questo limite, potrà essere squalificata e potrà perdere titolo, medaglia ed eventuali record, ma con procedura di assoluta discrezione”. 

In questo caso non si vuole mettere l’accento sulla criticità del criterio ormonale come criterio scientifico valido – cosa che al momento viene contestata in varie sedi anche legali da alcune atlete intersex (vedi il caso di Caster Semenya) – poiché non vi sono dati scientifici che dimostrino che il livello naturale di testosterone possa in qualche modo favorire le atlete, almeno non più di quanto non lo facciano altre variabili che possono avvantaggiarle (Karkazis and Meyerowitz-Katz 2017; Sönksen et al. 2018). 

Queste sono le parole del Cas (Court of Arbitration for Sport) nel caso di Dutee Chand nel 2014: 

non è possibile affermare che il vantaggio che deriva dal testosterone naturale sia più significativo del vantaggio che deriva da altre variabili tra cui per esempio la nutrizione, l’accesso a centri di formazione e coaching specializzati o altre variazioni genetiche e biologiche (CAS 2014/A/3759 Dutee Chand v. Athletics Federation of India (AFI) & The International Association of Athletics Federations (IAAF).

La domanda in questo caso è, però, se il fine perseguito con queste restrizioni da parte dei comitati sportivi, come da loro affermato, sia davvero quello di garantire la ‘fairness’ (leale concorrenza) delle gare all’interno delle categorie, perché invece sembra profilarsi una discriminazione di genere e sesso sia fra le atlete e sia fra la categoria femminile e quella maschile.

Alle donne (trans e intersex) viene imposto di ridurre artificialmente i loro livelli naturali di testosterone a pena di essere squalificate. Non solo dunque tali donne devono subire un diverso trattamento a causa della loro identità di genere o delle loro innate caratteristiche di sesso rispetto alle altre atlete della categoria femminile con valori di testosterone considerati nella media, ma nella categoria maschile non sono previsti requisiti equivalenti. Senza considerare che l’alternativa proposta esplicitamente dalla IAAF alle donne intersex con valori di testosterone naturale troppo alti laddove si rifiutino di ridurlo artificialmente di gareggiare nella categoria maschile sembra essere in palese contraddizione con il principio di leale concorrenza e in contrasto con il loro inviolabile diritto all’identità personale che comprende la loro identità di genere e le loro caratteristiche di sesso.

Ci domandiamo dunque perché soltanto nella categoria femminile le atlete sono costrette a modificare i propri corpi, tramite trattamenti ormonali ed in alcuni casi anche chirurgici, i cui effetti negativi sono elencati nello stesso documento della IAAF, senza che vi siano indicazioni mediche, ma solo per fini sportivi?

Non sono piuttosto le categorie di sesso ad essere diventate obsolete, in quanto basate su di un falso mito della binarietà dei sessi/generi, e quindi quelle dovrebbero essere modificate piuttosto che non i corpi delle persone?

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