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Il gioco infame

di Maria G. Di Rienzo pubblicato in Lunanuvola il 10 Luglio 2013

Ero in prima superiore quando sono stata aggredita, si è abusato di me sessualmente e ho evitato lo stupro per un pelo. Non riesco a raccontarlo nei dettagli, mi sembra di riviverlo. A mia madre sono riuscita a dirlo un anno dopo e ho dovuto farlo per iscritto, perché non riesco a parlarne. Le ho scritto anche chi era il mio compagno di scuola che lo aveva fatto. Mia madre è andata a protestare con il preside, anche se io non volevo, non volevo lo sapessero altri. Per fortuna la storia non è uscita da quell’ufficio e il mio compagno ha preso la maturità l’anno scorso, per cui non lo vedrò più. Non è che penso sia colpa mia, è che tanto non si può fare niente, non servirebbe neppure denunciarlo. E’ passato troppo tempo, non ci sono segni, io non sono stata stuprata, lui negherebbe tutto e così via. Quando ci incrociavamo nei corridoi mi chiamava “troia”. So che sparlava alle mie spalle, del mio aspetto, dei miei vestiti, ma non me ne importa, voglio dimenticarlo. Quello che mi ha lasciato è la paura. Adesso ho sempre paura, non mi muovo mai da sola. Per fortuna ho delle buone amiche. A volte mi dico che quando avrò superato tutto questo sarò una persona più forte. Lo spero.

La mia vita è cambiata quando mi sono spuntati i seni. Perché sono più grossi di quelli delle altre ragazze. Quando avevo 14 anni tutti i miei “amici”, begli amici, hanno cominciato a prendermi in giro. Adesso, tre anni dopo, gli sguardi che attiro li potete immaginare. I commenti per strada o in classe pure. A casa mi dicono “copriti” e finisce là. Io lo so, lo so che i seni non sono oggetti che mi porto dietro perché gli uomini ci sbavino sopra, lo so che sono una parte del mio corpo con la funzione biologica di nutrire bambini (se una decide di averli), se li osservi dal punto di vista scientifico sono semplicemente straordinari, e sto davvero facendo del mio meglio per amarli, ma ogni volta in cui mi sembra di esserci riuscita qualcosa mi butta giù. O è il commento di un altro studente, o è la scritta nel bagno, o è lo sguardo di disprezzo – o di invidia – di una ragazza per tutta l’attenzione, non voluta, che ottengo. Se ne parlo le persone mi dicono di lasciar perdere, di non esagerare, di non farci caso o di coprirmi meglio. Persino gli insegnanti: una l’ha fatto quest’anno, davanti all’intera classe, nel bel mezzo della lezione, e non è che fossero al vento, avevo addosso una maglietta a maniche lunghe, neppure scollata. Ma lei mi ha detto “copriti” e io mi sono messa di corsa la felpa. Perché mi ha umiliata in quel modo? Mi incazzo ancora ogni volta in cui mi torna in mente. E’ come se la mia anatomia determinasse la mia moralità. E’ come se mi punissero perché ho un corpo di donna, un corpo che io non voglio e non posso cambiare. L’unica cosa che ho in mente è: lasciatemi vivere in pace. Chiedo troppo?

I vestiti sono diventati la mia ribellione. Compro cose di tre taglie più grandi, ci sguazzo dentro. Le mie t-shirt mi arrivano alle ginocchia. Ma veramente non ne posso più. Se ascolto quel che mi dicono, avere un’immagine positiva di me stessa diventa impossibile. Ero ancora alle elementari quando la mamma di un altro bambino mi ha detto che la mia gonna era troppo corta. Non vuoi che i tuoi amici ti vedano le mutandine, vero? Può sembrare una stupidaggine, ma in quel momento avrei voluto morire, in quel momento sono diventata una cosa, non più una bambina. Alle medie avevo un insegnante il cui sport preferito era svergognare le ragazze rispetto ai loro corpi, rispetto a quel che ci indossavano sopra. I ragazzi andavano a nozze a tormentarci. Il messaggio che continua ad arrivare a me è questo: sei sbagliata, il tuo corpo non ti appartiene, sei un oggetto sessuale, quel che indossi ti definisce e “provoca” le azioni che altri compiono nei tuoi confronti. E però se vuoi contare qualcosa devi essere bella, devi essere sexy: è una specie di vicolo cieco, andate a guardare i vestiti per bambine, anche nei grandi magazzini, e ditemi se ho ragione o no, ce ne sono di quelli che sembrano fatti per un distretto a luci rosse. Allora, sono una ragazza e devo essere attraente in quel modo, sessualmente attraente, e però se lo sono tutta la merda che mi arriva, da adulti, parenti, insegnanti, compagni di scuola, me la devo prendere perché me la sono voluta: sono una puttanella, voglio solo farmi vedere, vado in cerca di essere violentata, eccetera. Nemmeno i miei genitori capiscono perché mi “infilo nei sacchi” come dicono loro. So che per contrastare la violenza non serve a niente, non sono una stupida, ma è il solo modo che ho trovato sino ad ora per dire “Basta, non voglio giocare al vostro gioco.”

Nota della “raccoglitrice”: Le testimonianze riguardano tre ragazze italiane di 16/17 anni, che ovviamente tutelo con l’anonimato. Cari educatori e care educatrici, genitori ed insegnanti, credo sia l’ora di usare l’autorevolezza conferitavi dal vostro ruolo per dire alle ragazze e ai ragazzi che sono qualcosa di più importante di quel che indossano e che il rispetto per se stessi e per gli altri non deriva dalla marca degli occhiali o dai jeans firmati o dal modello di telefonino, ne’ da quanto si è appetibili sessualmente, ne’ da quanto si assomiglia ai modelli in voga, ma dal fatto di essere umani. Gli esseri umani, femmine o maschi che siano, sono assai più complessi e assai più belli delle scatoline prefabbricate in cui si vorrebbe rinchiuderli. Certo, per fare questo dovete uscire dalle scatoline, per primi, voi stessi. Le ragazze hanno ragione: smettiamo di giocare a questo gioco infame, fa male.

Maria G. Di Rienzo

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