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“io ti butto dalla finestra” (ovvero: l’estrema importanza di avere pazienza)

di Miriam Abu Eideh

A. è un ragazzino magro, nero come la pece, con i capelli acconciati alla maniera di Mario Balotelli, del quale, evidentemente, ammira la capigliatura e la personalità.  A. è stato adottato all’età di tre anni. i genitori lo sono andati a prendere in un orfanotrofio di uno Stato africano di cui nessuno sa il nome, tranne loro. quando lo hanno portato via di lì, A. non parlava, non camminava, ed era totalmente sordo per via di un’otite non curata. pian piano lo hanno rimesso in piedi, ha iniziato a dire qualche parola, poi a parlare speditamente, è tornato a sentire, e che stupore passare da quell’universo vuoto e silenzioso a una realtà così fragorosa. la madre, una volta, mi ha raccontato di come guardasse stupito, e spaventato, tutto quello che lo circondava, una volta arrivato in Italia: le auto, le case, gli alberi. A. non aveva mai visto un albero.

A. ha un fratello, che tutti ammirano, pieno di ragazze, bravo a scuola. rispetto a suo fratello A. si sente brutto, e stupido, perché quei tre anni in orfanotrofio hanno prodotto un ritardo di tre anni sul suo sviluppo cognitivo, ha grossi problemi di concentrazione, non riesce a stare seduto al banco, non riesce a non intervenire nei discorsi che i compagni seduti dietro di lui si bisbigliano, anche mentre è impegnato in un’interrogazione alla cattedra.

A. “allora, la psicologia è quella scienza che… NON E’ VERO CHE IL MILAN FA SCHIFO”
Io “ah, quindi la psicologia è quella scienza che riguarda le squadre di serie A?”
A. “no, perché laggiù lui… va beh, scusami, che dicevamo?”.
Io “che ora ti butto dalla finestra”
questi spettacoli di cabaret avvengono tutti i giorni durante le mie ore di lezione, ma immagino che la stessa cosa accada anche durante le altre ore, sebbene A. mi abbia una volta confessato che sono l’unica tra tutti i prof a minacciarlo di buttarlo dalla finestra.

A. è senza dubbio quello che in gergo pedagogico si chiama uno “studente rompicoglioni”. anche in famiglia si comporta nell’esatto modo, tanto che i genitori, disperati, stanno pensando a una certificazione che gli consenta di avere, quantomeno, il sostegno a scuola. io stessa ho suggerito loro di farla, questa benedetta certificazione, e anche il docente di sostegno della classe, un ragazzone simpatico, amante dei brindisi e del suo lavoro, ha fatto altrettanto. ma loro cincischiano, prendono tempo, forse si vergognano. però una sera A. è scappato di casa, girellando in autobus per tutta la città, e poi acquattandosi dietro a un cassonetto di fronte a casa sua fino alle dieci di sera. ha poi spiegato che non voleva tornare a casa mai più, perché si vergogna di andare male a scuola, ma poi non sapeva dove andare, e allora si è messo dietro al cassonetto. forse, un sostegno a scuola gli ci vorrebbe.

A. è un ragazzino che risucchia tutta la tua pazienza come un vampiro,  e dopo avertela succhiata tutta te ne domanda ancora, e poi ancora, è come se ti pregasse, è come se la pazienza e l’attenzione che spasmodicamente ricerca continuamente servissero a colmare l’enorme vuoto, la solitudine, lo smarrimento che deve aver patito nei suoi primi tre anni di vita in orfanotrofio, e forse servono ad allontanare la paura che, per una qualche strana, terribile magia, quell’enorme vuoto, quella solitudine, quello smarrimento tornino all’improvviso.

ecco un esempio di un’ora qualunque di una mia lezione con A. in classe.
Io “ecco, adesso spieghiamo i gruppi. pigliate i quaderni, e scrivete. dunque, i gruppi sono delle entità… A. siediti”
A. “scusa”
Io “A., ancora non l’hai capito che ai prof si dà del lei?”
A. “scusi… ma senti, ma oggi non interroghi?”
Io “NO. siediti e piglia appunti. dicevo… A. perché chiudi il quaderno?”
A. “perché mi annoio a scrivere”
Io “scrivere è divertentissimo”
A. “ma che dici? scrivere gli appunti è una palla mortale!”
Io “non si dice palla in classe. e insomma, SCRIVI QUESTI APPUNTI O TI BUTTO DALLA FINESTRA”.

a questo punto A. apre il quaderno e si mette a scrivere per circa cinque minuti. poi, nell’ordine, si alza e va dalla ragazza all’ultimo banco per chiederle se per caso a Diritto interroga, poi torna al banco perché io gli suggerisco di farlo, riapre il quaderno ma poi lo richiude e conta gli spiccioli che ha in tasca, dopodiché chiede di poter andare al bagno, al mio diniego inizia a giocare con i soldi, i quali ovviamente gli cascano tutti per terra con un gran tintinnio, i compagni urlano ad A. di smettere, lui ridacchia e ridomanda di andare al bagno. a questo punto io lo mando in bagno, sottolineando che altrimenti lo butterei dalla finestra, anche se so che A. non sta andando al bagno, bensì alle famigerate macchinette, dispensatrici di cibi cancerogeni al sapore di glutammato monosodico e panini maionesuti. e infatti, A. torna dopo mezz’ora con tre panini e due sacchetti di caramelle gommose, che attacca immediatamente a demolire con costanza e volontà, nonostante sappia che non si mangia in classe e ha già preso tre rapporti concernenti lo stesso identico reato. io gli ordino di non mangiare in classe, lui nasconde il sacchetto di caramelle sostenendo che non sta affatto mangiando, io gli faccio notare che sta masticando, lui sostiene di avere un tic nervoso, io gli requisisco il pacchetto di caramelle, e lui trionfante mi mostra l’altro, cantando “guarda che ho quest’altro, guarda che ho quest’altro, e poi ho tre panini, sono un mangione!”.

poi viene alla cattedra e mi regala una caramella.
Io “e secondo te una caramella può salvarti da un volo dalla finestra?”
A. “va bene, te ne do tre”.
al che io le prendo e me le mangio tutte e tre assieme. sono le mie preferite, quelle al sapore di cocacola. e poi, d’altra parte, cos’altro potrei fare?

cocacole 2

About The Author

Miriam Abu Eideh

Miriam Abu Eideh, 38 anni, è insegnante precaria da dieci, web deejay in un'emittente pratese, Radiogas, e scrittrice: nel 2008, per la casa Editrice Soleombra, è uscito un libro che raccoglie alcuni suoi racconti. In Intersexioni si occupa della pagina delle recensioni dei film, programmi tv, documentari e qualsivoglia girato concernente le tematiche glbtiqa*, e della pagina sulla disabilità, attraverso i suoi racconti di scuola che parlano di student* disabil* e di integrazione scolastica.

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