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Storia di A., che mi ha insegnato tanto

Storia di A., che mi ha insegnato tanto

di Miriam Abu Eideh

Qualche anno fa ho insegnato Scienze Umane in una prima classe dell’Istituto Professionale.

Era una classe allegra e un po’ sgangherata, piena di vitalità e di problematiche, ragazzi a volte riottosi e sprezzanti delle regole, pronti a litigare ma anche ad aiutarsi l’un l’altro, pieni di intelligenza e inventiva. Su 28 allievi, 5 erano disabili. La prima volta che sono entrata in classe, una ragazzina al primo banco ha alzato la mano e mi mi ha spiegato che era sorda. Ha detto proprio così “profe, parla forte, perché io sono sorda”. Poi ha indicato la sua compagna di banco, e ha aggiunto “lei non ci vede, quindi per favore, alla lavagna scrivi grosso”. La sua compagna di banco era ipovedente.

In questa classe c’era anche A.

A. era minuta e silenziosa, ironica e molto garbata, e il provveditorato le aveva assegnato un’ora di sostegno alla settimana. Aveva gli occhi chiari e i capelli biondi, ma i capelli non erano i suoi: A. portava la parrucca a causa della chemioterapia, aveva il cancro, si era ammalata da piccola, e dalle elementari in poi era entrata e uscita dall’ospedale. Ne parlava come di una cosa assolutamente normale, entrare e uscire dall’ospedale, anche se ammetteva che perdere tanti giorni di lezione era alquanto seccante.

A. era bravissima a scuola, dopo le prime settimane aveva collezionato una serie impressionante di 8 e 9. I suoi compagni, però, non la prendevano in giro né la trattavano come di solito si trattano i secchioni. Semplicemente, consideravano la bravura di A. come un dato di fatto, una sorta di legge della fisica: così come la pressione diminuisce con l’altitudine, e se sputi in alto poi lo sputo ti ricade addosso, è altrettanto ovvio che A. prenda 9 al tema di italiano.

Verso la metà dell’anno, A. ha iniziato ad assentarsi sempre più spesso, a causa delle terapie ospedaliere. Noi prof, assieme ai suoi compagni, la andavamo a trovare dopo la scuola, le raccontavamo cosa avevamo fatto durante la mattina, chi si era fidanzato con chi, chi aveva lasciato chi, chi aveva litigato con chi e perché. A. era sempre sorridente e garbata, in certe giornate ammetteva di essere un pochino stanca, e allora ce ne andavamo dopo poco per lasciarla riposare. Il padre ci aveva informati che le stavano somministrando la terapia del dolore. A. faceva la terapia del dolore, perché il cancro la stava divorando, eppure voleva sapere i compiti per casa, le pagine da studiare, si faceva portare gli appunti, pensava a un modo per non perdere l’anno scolastico. A. stava lentamente morendo, ma era l’emblema della vita, voleva vivere ogni minuto che aveva ancora a disposizione.

“Mi manca tanto lo stare in classe con voi” diceva, stesa sul letto.

Allora ci è venuta un’idea: registrare le lezioni di Scienze Umane e inviargliele via mail. Nel tripudio generale abbiamo dato il via all’Operazione Audiolezioni, che pressappoco funzionava così: io entravo in classe, una volta ottenuta una parvenza di silenzio accendevo il registratore, ed esordivo con un “benvenuta A. alla nuova audiolezione di Scienze Umane!” e tutta la classe in coro gridava “CIAO, BENVENUTA!”. Poi continuavo illustrando l’argomento del giorno, e ribadendo “chiunque dica delle bischerate durante la spiegazione sappia che verba volant ma le registrazioni no, e i posteri sapranno, un giorno, quanto eravate bischeri”. Poi spiegavo, con tutto il contorno di interventi più o meno sensati, risate e battute che normalmente condiscono le lezioni nelle classi vivaci. Se qualcuno diceva una bischerata io lo redarguivo: “ricordati dei posteri, che diranno???”. A quel punto è iniziata la gara a chi sarebbe stato ricordato dai posteri come il più bischero della classe.

A. riceveva le audiolezioni via mail, e rideva come una matta. Mi mandava un messaggio per dirmi che le audiolezioni erano arrivate, che aveva riso molto, e che aspettava con ansia quelle della settimana successiva.

magnetofono-2

L’ultimo messaggio che A. mi ha inviato era come gli altri “buonasera prof, mi sono arrivate le audiolezioni, aspetto quelle della settimana prossima”. Due giorni dopo è morta.

Il giorno dopo la preside mi aspettava in pompa magna davanti alla porta della scuola, e mi ha informata che purtroppo un’alunna era venuta a mancare, e che siccome io sono una specie di mezza psicologa avrei trascorso tutta la mattinata a fare supporto psicologico alla sua classe.

“Veramente non sono una psicologa” ho provato a schermirmi.

“E va bene, insegna Scienze Umane, più o meno è uguale” ha detto la preside.

Quel giorno abbiamo pianto tanto, e a volte abbiamo riso ricordando A., abbiamo fatto dei cartelloni, e una ragazza ha letto una poesia che aveva scritto durante la mattinata. Il pomeriggio siamo andati al funerale di A.

Ogni volta che ripenso a quell’anno scolastico, ripenso ad A. Non ho mai conosciuto una ragazza più caparbia, più coraggiosa, più attaccata alla vita di lei. A 15 anni aveva una saggezza che tanti adulti invidierebbero, a 15 anni aveva capito che finché c’è ancora un minuto da vivere, è giusto viverlo nel migliore dei modi, facendo qualcosa di bello per se stessi, coltivando i rapporti con gli altri, studiando o leggendo un libro. A. mi ha insegnato la forza, la dignità, la perseveranza, e lo ha fatto dall’alto dei suoi 15 anni. Io, dal passo dei miei 40, non smetterò mai di ringraziarla.

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