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La (brutta) storia di Elena

La (brutta) storia di Elena. “Luxuria sventolerà una bandiera anche per me?”

di Elena Sofia Trimarchi

ripreso dal blog di Laura Denu e pubblicato anche su vanityfair il 17 Febbraio 2014

La mia storia inizia nel maggio del 2000 quando mi sono sottoposta a un intervento di “riattribuzione del sesso” all’ospedale San Camillo di Roma. Fui operata dal dottor C. F. che mi ricostruì una neo vagina con ottimi risultati. Purtroppo con gli anni la cavità vaginale si è ridotta quindi nel 2010 fui visitata dal Dr. F. che mi spiegava che prelevando del tessuto dalla zona del perineo avrebbe provveduto a ripristinare la profondità che si era ridotta, e sono stata inserita in una lista d’ attesa. Nel novembre del 2012 vengo chiamata dal San Camillo perché manca poco all’intervento e devo andare a Roma per fare prima una visita. Non trovo più il Dr. F. ma il dr. G. M. che mi dice che a operarmi sarà lui, ma il tessuto necessario per ricostruire la cavità l’avrebbe prelevato dal braccio. Sono tornata a Firenze poco convinta quindi ho chiamato il Dr. F. al suo studio privato per chiedere un consiglio. Lui mi disse di andare tranquilla che il Dr M. era stato il suo allievo ed era molto bravo; in seguito ho scoperto che non è solo il suo allievo ma anche il nipote.

Probabilmente i due si sono parlati perché dopo qualche giorno vengo chiamata dal dott. M. che mi informa che sarò operata a febbraio. Il 18 febbraio 2013 vengo operata, l’intervento sembra essere andato bene, tanto che il dott. M. vorrebbe dimettermi il giorno dopo. Io chiaramente mi sono rifiutata, avevo più di 50 punti di sutura al braccio destro e la vagina cucita, tutta chiusa con all’interno della garza. Non erano le condizioni per affrontare un viaggio Roma-Firenze e poi il mio intervento prevedeva una degenza di cinque giorni. Torno a Firenze dopo una settimana, mi tolgono i punti dalla vagina e mi danno un tutore fatto di garza da inserire nella vagina durante la notte.

Tre giorni dopo, una mattina tolgo il tutore e lo trovo sporco di feci in cima. Preoccupata chiamo il Dr M. il quale da subito mi dice che si tratta di una fistola e che me la sarei procurata da sola col tutore. Mi reco a Roma per una visita, mi viene detto di nutrirmi solo di liquidi, miele e yogurt e aspettare che la fistola si chiuda da sola. Non mi viene prescritto nessun esame. Io, chiaramente, ormai non mi fidavo più di questo medico e quindi mi sono rivolta al Dr S.dell’Ospedale Monna Tessa di Firenze che però si è rifiutato di visitarmi, dicendomi che dovevo rivolgermi al medico che mi aveva operata. La stessa risposta l’ho avuta da tutti i centri italiani specializzati negli interventi di cambiamento di sesso, stessa risposta: “Non mettiamo le mani su interventi fatti da altri”.

Torno a farmi visitare a Roma, ancora nessun tipo di esame ma, mi viene detto che posso mangiare, ma fare una dieta priva di fibre e posso continuare a mettere il tutore. Io poi mi faccio prescrivere dal mio medico una risonanza magnetica per vedere la situazione della fistola e in seguito faccio anche una vaginografia con contrasto dalla quale si evince che ho una cavità vaginale di circa undici cm. e alla sommità della stessa c’ è questa fistola. Chiamo Roma e il Dr M. mi prende pure in giro perché giudicava quegli esami una perdita di tempo e mi dice di aspettare.

Una mattina mi sveglio e non trovo più il tutore, era andato a finire nell’addome, un dolore allucinante, temevo di dover andare al pronto soccorso ma poi da sola con creme anestetizzanti sono riuscita a toglierlo. Da quel giorno però ho cominciato ad avere grosse perdite di feci dalla vagina. Non sentivo più lo stimolo di andare in bagno, evacuavo senza rendermene conto, tanto che fui costretta ad usare dei pannoloni. Son stati due mesi di inferno tra dolori, bruciori, infezioni e nessuno che mi assistesse. Alla fine da Roma mi chiamano per dirmi che avrebbero provveduto a chiudermi questa fistola con delle clips in anestesia locale entrando dal retto.

Vado a Roma i primi di maggio 2013 e invece di farmi l’ intervento mi fanno una rettoscopia il cui esito rimane al dottor M. il quale mi dice che deve farlo vedere a qualcuno che ne capisce più di lui ma che bisogna intervenire sulla fistola con un intervento in anestesia totale e appena ci fosse stato il posto mi avrebbe chiamata. Una settimana dopo sono di nuovo ricoverata al San Camillo di Roma e vengo sottoposta a un intervento fatto in anestesia totale. Mi fanno firmare un consenso in bianco, perché decideranno in sala operatoria come agire.

Al risveglio vengo informata che hanno provato a chiudere la fistola con dei punti e che sono molto positivi riguardo l’ esito. Due giorni dopo mi accorgo di avere ancora perdite dalla vagina, vengo visitata e informata che debbo sottopormi a un ulteriore intervento per deviare l’ intestino perché il precedente intervento non aveva risolto la situazione, che avevano provato a chiudere la fistola e mi avevano tolto la profondità che mi avevano ricostruito a febbraio.

Chiedo spiegazioni e mi rispondono che ormai la vagina era finita nel retto e quindi hanno chiuso tutto. Mi deviano l’ intestino. Ero partita per tre giorni, sono rimasta quasi un mese, senza mangiare, nutrita con le parentelari. Quando vengo dimessa mi viene detto che tempo sei mesi la fistola si sarebbe chiusa e mi avrebbero messo a posto l’ intestino. Io però avevo chiesto di vedere la mia cartella clinica e così ho scoperto che dalla rettoscopia che mi era stata fatta prima del ricovero la fistola aveva un diametro di ben 3 cm. Era impensabile chiuderla con dei punti, ma ho scoperto per vie traverse che quell’ intervento serviva a togliere l’ innesto di tessuto che probabilmente era andato in necrosi.

Mi dimettono e mi dicono che per la stomia, per le medicazioni, le visite, devo appoggiarmi all’ospedale di Careggi di Firenze, presso il reparto di chirurgia del dottor T. Ci sono andata, mi hanno solo insegnato a come cambiare le sacche ma anche lì non mi hanno voluta visitare: “Eh no, noi le mani su interventi fatti da altri non le mettiamo”. Stesso film. Dopo un reclamo all’Urp di Careggi vengo visitata a settembre, la vagina ormai ha una profondità di 3 cm e la fistola non si è ancora chiusa. Poi il nulla.

Io intanto avevo provveduto a denunciare l’ospedale San Camillo per lesioni gravissime e mancata assistenza. Non ho mai ricevuto una telefonata in nove mesi. Il problema è che nessuno vuole visitarmi e intanto sotto la stomia mi è venuta un’ ernia. Non posso uscire di casa, cercarmi un lavoro, vivo alle spalle di mia mamma che percepisce 600 euro di pensione. A gennaio poi mi rivolgo al Consigliere M. R. e grazie a lui l’ assessore si interessa del mio caso e finalmente il dottor S. di Firenze mi visita. Mi dice che si può approfittare dell’ intestino deviato per ripristinare la profondità usando un pezzo di colon e mettermi a posto l’ intestino, ma prima deve sottopormi a una visita sotto anestesia.

Mi sono ricoverata giovedì 6 febbraio 2014, mi hanno fatto questa visita, il responso è stato che dovrò sottopormi a tre interventi – il primo di circa 6 ore, cercheranno di chiudere questo buco enorme, con infiltrazioni, sollevando il muscolo che sta tra vagina e retto e fissandolo con quattro viti – poi un secondo intervento per rimuovere la stomia, e poi un terzo, che non ho capito per cosa, ma non interverranno più sulla vagina,come mi avevano invece detto in precedenza, perché ritengono che non sia un intervento salvavita, ritenendo che la colonvaginoplastica è un’operazione complessa, che in Italia non la fa nessuno e quindi provvederanno per altre vie. Ma era stato proprio lo Stomaci a parlarmi di quell’intervento. Io sono terrorizzata, ho subito tre interventi nel 2013 e ora dovrei sottopormi ad altri tre e senza recuperare l’ uso della vagina? Ma come si fa?

Ho sofferto tanto per adeguare il mio corpo alla mia innata identità di donna e ora mi si dice che devo rinunciare ad avere una vita sessuale e quindi affettiva, no, non è giusto. Mi sono informata e ho scoperto che a Pisa c’ è il dottor Morelli che fa questi interventi, credo all’ospedale di Cisanello. Prima di sottopormi a tre interventi così importanti con un fisico già debilitato vorrei sentire un altro parere e poi se in Italia nessuno fa questi interventi, ci sono leggi europee che prevedono che il sistema sanitario ti paghi interventi che non si praticano in Italia, ma non so se valgono nel mio caso.

Sono stanca, spaventata preoccupata, e non solo io ma anche la mia famiglia e le persone che mi vogliono bene, e dal punto di vista dell’assistenza medica sono stata lasciata sola.

Ma davvero la vita di una persona transessuale vale così poco in questo paese? 

Elena Sofia Trimarchi

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