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Gli enigmi delle periferie: violenza e smarrimento, umanità e poesia

Torino, 29° TGLFF. Gli enigmi delle periferie: violenza e smarrimento, umanità e poesia

di Maurizio Comparato* e Paolo Francalacci**

Firenze, 11 maggio 2014

Though it was just for one night, we were … 

for real, weren’t we?

Si è concluso nella città di Torino, all’ombra della Mole Antonellinana che ospita il Museo del Cinema, il 29° Torino Gay & Lesbian Film Festival, diretto da Giovanni Minerba con la partecipazione di Laura Righi, alla presenza di molti ospiti, registi ed attori internazionali. (1) 

Molte delle pellicole presentate, assumono il tema delle città e della periferia quale luogo attivo e ricco di contraddizioni, substrato culturale indispensabile per comprendere la realtà presente e per coglierne lo sviluppo futuro.

Il Festival dedica, infatti, al tema delle periferie urbane, specifici focus tematici ed open eyes di approfondimento, quali il:

– Focus: “Bullismo al centro del bersaglio (BU)” e
– Open Eyes: “Leesong Hee-il, Notti e neve a Seul (LH)”.

In apertura, la scritta sullo schermo del Festival offre un implicito omaggio alla migliore cultura giuridica fiorentina e recita: “… tutti i cittadini veramente siano messi in grado di concorrere alla vita della società, di portare il miglior contributo, in cui tutte le forze spirituali di tutti i cittadini siano messe a contribuire a questo cammino, a questo progresso continuo di tutta la società.” (P. Calamandrei).

L’immagine guida del Festival rappresenta sagome stilizzate di ragazzi e ragazze con colori vivaci ed accessi che esprimono gioia e vitalità e “rappresentano l’individuo come parte di una collettività più ampia“. (2)

Nelle pellicole del Festival, la periferia ha una dimensione polisensa e verticale: non è solo scenario delle azioni umane ma identità e luogo attivo che produce contraddizioni e violenza ma crea anche le condizioni per attivare nuovi diritti. Una linfa vitale che nutre ed uccide ma che fa riflettere e crea le condizioni per risorgere. Si ha come la sensazione che la presa di coscienza delle emergenze sociali sia inevitabilmente determinata e preceduta da un dolore, ingurgitato dal metabolismo della città.

Talora la marginalità si rivela come potenzialità e la periferia diventa sede di sperimentazioni creative tese a valorizzare le valenze individuali e collettive, proprio per la ricchezza di fermenti e di iniziative e per la variegata composizione di classe. (3)

Spesso la periferia (o meglio “le periferie”) nascono per contrapposizione al centro urbano dove i servizi sono più efficienti e quindi lo standard di vita migliore. Ma per gli emarginati la globalizzazione economica ha espulso i diritti sociali quando questi non sono economicamente convenienti. Le periferie, pertanto, divengono una condizione esistenziale piuttosto che fisica e si allargano a tutti quei sistemi territoriali – centrali o periferici – che non sono alimentati da un tessuto sociale inclusivo ed accogliente che consente ad ognuno di partecipare al meglio alle formazioni sociali per contribuire allo sviluppo della collettività e degli individui, cui ciascuno, spesso al di sotto della propria coscienza, inevitabilmente aspira.

Il film che ha aperto Festival, Azul y no tan rosa di Miguel Ferrari (Venezuela Spagna, 2012), offre un ritratto del Venezuela dei nostri giorni dove le scelte individuali si pagano anche con la vita a causa di un bullismo violento che trova nella solidarietà individuale l’unica forma di argine come quello della trans Delirio Del Rio che interrompe l’ennesimo pestaggio e offre a tutti il suo bello spettacolo cantando in spagnolo Non sono una signora di Loredana Berté.

Il lungometraggio La partida (The Last Match) di Antonio Hens (Cuba, 2013), oggetto di menzione speciale da parte della giuria, racconta la realtà della periferia di Cuba e del suo complesso tessuto sociale che nasce dentro il ventre della stessa città e senza di esso non potrebbe vivere, con le sue case e periferie luogo di scambi e compromessi che non lasciano disillusioni al valore del denaro ma che non riescono comunque a soffocare l’umanità e la speranza dell’amore. Il film, osserva la Giuria, “Con un linguaggio cinematografico tagliente e contemporaneo racconta, come in una tragedia shakesperiana, una storia di menzogne, degrado, violenza, morte in una terra di grandi rivoluzioni e antiche rigidità, dove alla fine vince il grido inevitabile dell’amore“.

Particolare menzione, a nostro avviso, meritano i film sud coreani e, in particolare, la trilogia White Night (2012), Suddenly, Last Summer (2012) e Going South (2012) oltre il bellissimo Night Flight (2014) dello straordinario regista Leesong Hee-il, che riesce a tradurre in immagini, suoni e atmosfere lo spaesamento e la disillusione di una realtà urbana e sociale violenta che, nello stridore delle morse durissime della vita, libera illusioni e disillusioni, trascinando lo spettatore in un vortice di emozioni per l’intera pellicola.

Cade la neve nella notte di Seul in White Night (“a night the sun doesn’t set“) mentre il paesaggio è punteggiato di fiori rossi tipo ibiscus in Night Flight e la gita in battello accompagna Suddenly Last Summer.

Ma anche quando la pellicola offre immagini liriche e struggenti, Leesong Hee-il induce nello spettatore una sospensione continua ed una inquietudine di pericolo in attesa dell’inevitabile crudeltà in attesa dell’inevitabile crudeltà in nome della cultura sociale, del dovere morale, della incapacità di riconoscere la propria identità, della sopraffazione delle istituzioni.

Il contrasto durissimo sprigiona emozioni attraverso la splendida recitazione di attori, spesso giovanissimi, che vanno incontro con fierezza al loro destino.

In One night (Corea del Sud 2013), un altro coreano, Kim-Jho Gwang-Soo, racconta la città come illusione di rifugio per tre ragazzini che sognano la libertà e scoprono la disillusione.

Bellissimo il viaggio nella vita delle transessuali con Shunned (Emarginato) (Filippine/Usa, 2013) di Janice Villarosa che, durante un concorso di bellezza a loro dedicato, racconta cosa ci vuole ad essere una donna nella difficile realtà sociale delle Filippine e svela le violenze subite ed i retroscena del loro passato.

Janice Villarosa, regista del documentario Shunned, con l’attore Massimo Franceschi

Sia pur con i compromessi inevitabili di ciascun accostamento, per noi, fiorentini di adozione, il ricordo va a Vasco Pratolini e alla indifesa Nella dello Scialo. “Ella si diceva che la vita è questo segno di crudeltà dispensate senza risparmi; uno spreco, uno scialo di colpi del destino“, appoggiata dalla citazione di Montale “La vita è questo scialo/ di triti fatti, vano / più che crudele. / E la vita è crudele più che vana“.

Le periferie, pertanto, e le sue contraddizioni, oggi come ieri, implicitamente al centro del racconto cinematografico, perché da sempre il destino delle città e quindi delle società, sono le sue periferie dove differenze e diversità possono essere una ricchezza e non un ostacolo.

Non dobbiamo però dimenticare che il lavoro non può essere solo sulla struttura urbana delle periferie ma deve estendersi al tessuto sociale e culturale: le due dimensioni sono inscindibili per riattivare i sistemi identitari del territorio sociale nella sua interezza.

Renzo Piano osserva che “Le periferie sono la città del futuro, non fotogeniche d’accordo, anzi spesso un deserto o un dormitorio, ma ricche di umanità e quindi il destino delle città sono le periferie. Nel centro storico abita solo il 10 per cento della popolazione urbana, il resto sta in questi quartieri che sfumano verso la campagna. Qui si trova l’energia. I centri storici ce li hanno consegnati i nostri antenati, la nostra generazione ha fatto un po’ di disastri, ma i giovani sono quelli che devono salvare le periferie. Spesso alla parola «periferia» si associa il termine degrado. Mi chiedo: questo vogliamo lasciare in eredità? Le periferie sono la grande scommessa urbana dei prossimi decenni. Diventeranno o no pezzi di città? Diventeranno o no urbane, nel senso anche di civili? Qualche idea io l’ho e i giovani ne avranno sicuramente più di me. Bisogna però che non si rassegnino alla mediocrità. Il nostro è un Paese di talenti straordinari, i giovani sono bravi e, se non lo sono, lo diventano per una semplice ragione: siamo tutti nani sulle spalle di un gigante. Il gigante è la nostra cultura umanistica, la nostra capacità di inventare, di cogliere i chiaroscuri, di affrontare i problemi in maniera laterale. (…)

Andiamo a fecondare con funzioni catalizzanti questo grande deserto affettivo. Costruire dei luoghi per la gente, dei punti d’incontro, dove si condividono i valori, dove si celebra un rito che si chiama urbanità. Oggi i miei progetti principali sono la riqualificazione di ghetti o periferie urbane, dall’Università di New York a Harlem al polo ospedaliero di Sesto San Giovanni che prevede anche una stazione ferroviaria e del metrò e un grande parco. (…)

In questo senso c’è un altro tema, un’altra idea da sviluppare, che è quella dei processi partecipativi. Di coinvolgere gli abitanti nell’autocostruzione, perché tante opere di consolidamento si possono fare per conto proprio o quasi che è la forma minima dell’impresa. Sto parlando di cantieri leggeri che non implicano l’allontanamento degli abitanti dalle proprie case ma piuttosto di farli partecipare attivamente ai lavori. (…)

Si tratta di una bellezza che non è per nulla inutile o cosmetica, ma che si traduce in cultura, in arte, in conoscenza e occupazione. E’ quella che dà speranza, che crea desideri, che dà e deve dare la forza ai giovani italiani“. (4) 

Parallelamente al Festival, sempre nella città di Torino, si tenevano numerosi eventi e manifestazioni che, in un gioco di rimandi e percorsi trasversali, quasi “salvacondotti per esplorare mondi paralleli(5), offrono spunti di riflessione sul complesso mondo degli uomini, dei loro diritti, della loro partecipazione, della loro identità di genere (6).

Il tutto mentre Torino offre, per le strade e le vie della città, i migliori jezzisti per la manifestazione patrocinata dall’Unesco del Torino Jazz Festival: “Un bel modo per ricordare che il jazz è la musica del riscatto, della molteplicità culturale, dell’incontro senza confini, vissuti come una festa di suoni, incontri, scoperte, giochi: una celebrazione della vita in forma di colorato viaggio globale per le strade della città.”

* Fotografo, autore di interviste e dialoghi, ricerca fonti e raccolta documentazione.

** Curatore dell’articolo e autore della stesura testo.

I protagonisti della storia cui si è ispirato il lungometraggio vincitore Der Kreis (The Circle) di Stephan Haupt

I protagonisti della storia cui si è ispirato il lungometraggio vincitore, Der Kreis, di Stephan Haupt

(1) Il 29° TGLFF – Torino Gay & Lesbian Film Festival si è tenuto dal 30 aprile al 6 maggio e la giuria, composta da Paola Pitagora, Pippo Del Bono, Gabriele Ferraris, Ron Peck, Gal Uchovsky, ha assegnato tre premi principali (miglior lungometraggio, cortometraggio e documentario) e due premi collaterali (Queer Award e Premio Dams sguardi sul Festival) oltre i tre premi del pubblico. Il Festival comprende 137 titoli, 3 sezioni competitive, 5 focus tematici e 5 Open eyes di approfondimento. Dal 2005 il Festival è amministrato dal Museo Nazionale del Cinema di Torino con il sostegno degli Assessorati alla Cultura della Provincia e del Comune di Torino e con il contributo del Ministero per i Beni e le Attività Culturali e della Fondazione CRT.
Vincono il 29° TGLFF Festival:
– il miglior lungometraggio Der Kreis (The Circle) di Stefan Haupt (Svizzera 2014), con menzione speciale a La partida di Antonio Nens (Cuba, 2013) e premio del pubblico a Hoie eu quero voltar sozinho di Daniel Ribeiro (Brasile 2014)
– il miglior documentario Violete Leduc: la chasse à l’amour di Esther Hoffenberg (Francia 2013), con menzione speciale e premio del pubblico a Rebel Menopause di Adele Turri (Regno Unito, 2014);
– il miglior cortometraggio For Dorian er Kreis di Rodrigo Barriuso (Canada 2012), con menzione speciale a Das Phallometer di Tor Iben (Germania 2013) e premio del pubblico a Ett Sista Farval di Casper Andreas (Svezia, 2013);
– il Queer Award ad Ich fuhl mich Disco (Germania 2013) di Alex Ranish;
– il Premio Dams Sguardi sul Festival a 20 leugens, 4 ouders ed een scharrelei (Paesi Bassi 2013) di Hanro Smitsman.
(2) Così “Una nuova veste per l’edizione 2014” nella Cartella di presentazione del TGLFF, a cura di Ufficio stampa Museo Nazionale del Cinema, Glebb & Metzger, Ufficio Stampa 29° TGLFF.
(3) R. Persi, Periferie urbane e periferie del mondo: riflessioni e proposte pedagogiche, in MeTis, Mondi Educativi. Temi indagini suggestioni, n. 2, 12/2013.
(4)  Domenicale del Sole24 ore del 26 gennaio 2014.
(5) A sessant’anni dal voto, Donne, diritti politici e partecipazione democratica, a cura di Franca Balsamo, Maria Teresa Silvestrini e Federica Turco, Laissez Passer 12, CIRSDe (Centro Interdisciplinare di Ricerche e Studi delle Donne Università degli Studi di Torino, Edizioni SEB 27, 2007.
(6) La mostra collettiva di sei fotografi “Sui generis, facce del prisma donna”, organizzata dal Centro Interdisciplinare di Ricerche e Studi delle Donne e di Genere, presso il Campus Luigi Einaudi dell’Università di Torino, a cura di Maria Carmen Belloni col coordinamento di Mauro Raffini, offre, per suggestioni, alcune rappresentazioni non convenzionali del prisma donna, indagando, tramite sei fotografi, alcuni temi quali: il Corpo, la Bellezza, la Fatica, la Leggerezza, l’Ingegno, il Dolore.
(7) Così il Direttore artistico, Stefano Zenni, nella Presentazione del Programma del Torino Jazz Festival 25 aprile/1 maggio 2014, www.torinojazzfestival.it.

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