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“Puttane” e “mammi”: le persone trans raccontate dalla stampa

Riportiamo l’articolo di Pier Cesare Notaro pubblicato su Il Grande Colibrì

(con a margine una nota di Egon Botteghi)

La notizia è una non-notizia, come succede quasi sempre quando i media si occupano di persone transessuali. Il luogo cambia (questa volta è Los Angeles: LA Daily News), ma gli altri elementi sono sempre gli stessi: la storia è violenta (questa volta parliamo di un accoltellamento) e ambientata nei soliti “ambienti della prostituzione” (questa volta all’incrocio tra due stradoni, frequentato da sex worker e camionisti). Ai giornalisti non sembra importare granché di approfondire e men che meno sembra importar loro il fatto che si tratti di omicidi, risse o rapine o che la persona trans sia vittima o carnefice: l’importante è riproporre incessantemente e magari implicitamente (per essere più raffinati…) l’immagine della prostituta transessuale avviluppata, per un fato inevitabile e anche un po’ per scelta, al mondo del crimine.

Quando non finisce sulle pagine di cronaca nera, la persona transgender diventa oggetto di un giornalismo che sembra essersi formato all’autorevole scuola della rubrica “Strano, ma vero!” della Settimana Enigmistica: la Repubblica racconta di un transessuale di Bari che, prima di sottoporsi all’intervento chirurgico di riassegnazione del sesso che gli permetterà di apparire uomo anche a livello genitale, ha deciso di far congelare i propri ovociti, nella prospettiva di una possibile futura scelta di genitorialità. Per il giornale “progressista” l’uomo, però, diventerà “mamma” e non “papà”…

Gli altri media seguono a ruota, da bravi pappagalli, senza farsi alcuna domanda. Giornalettismo, pur limitandosi a copiare e incollare l’articolo di Repubblica (anzi, solo la preview presente su internet…), riesce ad appioppare alla vicenda un titolo ancor più chiaramente legato al giornalismo alla “Strano da vero!”: “Diventerò uomo ma sarò anche mamma” (tutto tra virgolette, come se fosse una citazione…). I lettori del sito rispondono a tono al titolo stravagante: “Già inviato il curriculum al Circo Barnum? La/lo raccomanderà Vendola!“. Prova evidente di come, purtroppo, il giornalismo di approfondimento e di riflessione sia in via di estinzione e di come il giornalismo alla “taglia e incolla” si accontenti di essere espressione e fonte di pregiudizi e banalità. (*)

Eppure le cronache potrebbero raccontare una storia del genere, pur con rispettosa curiosità, cercando di capire (e di spiegare) i reali risvolti di vicende che riguardano non una strana tribù di “freak”, ma l’intera relazione che la società intende avere con i concetti di “sesso” e di “genere”, per mantenere un binarismo tradizionale che rappresenta una costrizione per tutti o per difendere la libertà di ogni individuo di esprimere e determinare la propria identità. I giornali potrebbero anche dare più spazio ad altre vicende e scoprire, ad esempio, che le persone transgender abitano non solo i viali della prostituzione, ma anche i condomini, i luoghi di lavoro e le scuole.

Proprio a proposito di scuole, arrivano due importanti storie dal Regno Unito. A Boston, in Inghilterra, una ragazza transgender di 16 anni, a cui la scuola voleva impedire di affrontare gli esami perché vestita in abiti femminili, ha impugnato la legge anti-discriminazione e ha fatto valere i propri diritti, anche se ha subito mobbing anche durante gli esami: lo racconta il Mail Online, parlando però al maschile della fanciulla… Intanto ad Oxford ognuno potrà decidere, indipendentemente da sesso biologico e identità di genere, se indossare abiti maschili o femminili: la decisione, pur presa per essere più equi nei confronti delle persone transgender, rappresenta un ampliamento della libertà di espressione e di abbigliamento per tutti (BBC).

Insomma, la stampa dovrebbe imparare a raccontare più spesso e più correttamente la variegata realtà trans. Perché, oltre alla prostitute, la cui vita non deve comunque sparire da giornali e tv, ci sono transessuali in politica, come Gina Duncan, prima candidata transgender in Florida; nello sport, come Dirty Diana, la pattinatrice su rotelle che appare nell’ultimo video dei Pet Shop Boys (Advocate); nella storia della musica e dell’arte, come Genesis P-Orridge, uomo che scelse di diventare donna per amore della propria compagna, come racconta il recente documentario “The Ballad of Genesis and Lady Jaye“.

E ci sono storie che meritano uno sguardo attento, che non si fermi alla prima occhiata. E’ il caso di TransSquat, una nuova applicazione per smart phone, presentata da Sam Moreland, che permette di individuare i bagni pubblici di USA, Canada e Regno Unito che sono utilizzabili indifferentemente da donne e uomini e che, dunque, permettono alle persone transessuali di usufruirne senza possibili imbarazzi, lamentele o persino violazioni di leggi e norme locali. Altro che storia di “cessi”: la lotta di civiltà, la rivoluzione anti-binaria è l’essenza del passaggio dalle toilette divisi per genere alle toilette per tutti. E pazienza se chi fa pipì in piedi dovrà fare finalmente uno sforzo in più per centrare la tazza…

Pier Copyright©2012ilgrandecolibri.com

 

(*) riguardo alla questione dell’essere uomo ma anche essere madre, Egon Botteghi, cofondatore di Intersexioni, uomo trans nonché mamma di due bimb*, sottolinea che definirsi uomini e anche madri, se fatto con la giusta intenzione, è da vedere non tanto come una contraddizione in termini o come un’altra beceraggine giornalistica, ma come un superamento del binarismo di genere. In altri termini definirsi o essere definiti come uomini e madri non ha nulla di sbagliato, è anzi la pura verità, una verità che scardina la dicotomia artificiale e artificiosa dell’essere uomo o essere donna [vedi anche l’intervista “trans si nasce, genitori si diventa“].

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