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Intervista a pattrice jones

intervista di Jamie J. Hagen

traduzione di Pedineto su anguane.noblogs

Ecco la mia intervista con la cofondatrice di VINE, l’attivista e autrice pattrice jones. Abbiamo parlato di politica queer, del crescente settore degli Animal Studies e della transfobia all’interno dell’ecofemminismo.

D. Con il lavoro che svolgi presso il VINE Sanctuary e le conferenze che tieni in tutto il paese, da oltre 10 anni metti in connessione lo specismo e i diritti LGBTQ. Com’è nata questa connessione?

Il punto di vista con cui le fondatrici del VINE Sanctuary approcciarono l’esperienza animalista era quello di femministe lesbiche con esperienza di attivismo per la giustizia sociale. L’intersezionalità è uno strumento concettuale importante nel lavoro sulla giustizia sociale ma non è ancora stato esteso fino ad includere lo specismo. In breve, l’intersezionalità si riferisce a come le varie forme di oppressione interagiscono fra loro, rafforzandosi e sostenendosi vicendevolmente – al punto che non è possibile affrontare efficacemente una di queste forme di oppressione se non si prendono in considerazione anche le altre. Per cui fin dall’inizio ci era chiaro che dovevamo capire come lo specismo si inserisse in questa matrice, dove le varie forme di oppressione – inclusi i pregiudizi anti-LGBTQ- interagiscono fra loro.

Quando la prima gallina che salvammo si rivelò essere un gallo, questo ci diede il via a riflettere su come le persone sfruttano gli animali per ammantare di “naturalezza” i concetti socialmente costruiti di genere, che in realtà sono costrutti sociali. La funzione strutturale dell’omofobia e della transfobia è il mantenimento del sistema di genere binario in cui domina l’uomo. Non è necessario essere queer per sperimentare forme di discriminazione omofobiche o transfobiche: è sufficiente non uniformarsi alle norme di genere – e iniziavamo a capire che queste convenzioni vengono costruite in parte alludendo agli animali. Di conseguenza, quest’idea era già rilevante per le lotte LGBTQ.

In seguito siamo state ospitate in un episodio di In The Life, la serie della PBS, e ci siamo rese conto che faticavamo ad articolare in modo chiaro i legami tra la sottomissione e la liberazione queer e animale. Abbiamo quindi iniziato una serie di conferenze e laboratori a cui invitavamo i partecipanti ad aiutarci a identificare e analizzare le intersezioni più importanti. Questo processo di consapevolezza collettiva ha portato a numerose intuizioni, come la centralità del controllo della riproduzione in entrambe le forme di oppressione.

D. Nella tua pagina su “Queering Animal Liberation” [queerizzare la liberazione animale] sostieni che ci sia un interesse accademico crescente nel mettere in connessione altri movimenti con le politiche per i diritti animali. Questo è evidente nei nuovi programmi di Animal Studies e nel campo dei Critical Animal Studies. Con il rifugio tu cerchi di fare in modo che l’attivismo vada oltre l’ambito accademico e di educare davvero il pubblico. Come mai tutta questa passione verso questo specifico aspetto?

Come abbiamo visto la Teoria Queer, nata in ambito accademico come conseguenza dell’attivismo radicale “di strada” durante la crisi dell’AIDS, si è tramutata in un dibattito non accessibile, dove esponenti dell’élite accademica parlano fra loro, senza preoccuparsi mai di tradurre i concetti in una forma comprensibile e fruibile anche da persone e attivisti che abbiano un livello di istruzione più basso. Forse lo spostamento a destra (matrimonio, esercito) nei movimenti LGBTQ non avrebbe avuto luogo se alcune delle idee più progressiste in ambito accademico fossero state rese accessibili a chi fa attivismo dal basso. E abbiamo visto anche teoric* queer accreditarsi idee che in realtà sono nate sul campo.

Non vorremmo che lo stesso accadesse agli Animal Studies. Gli Animal Studies devono essere allo stesso tempo critici e pratici. In altre parole, i programmi di Animal Studies dovrebbero essere esplicitamente antispecisti, così come i programmi di Women’s/Gender Studies sono esplicitamente antisessisti e i programmi di Cultural Studies sono esplicitamente antirazzisti. Idee potenzialmente utili che emergono dai programmi degli Animal Studies dovrebbero venire tradotti in termini comprensibili da chi fa attivismo. Infine, anche solo per buona educazione, quando gli studiosi di Animal Studies pubblicano idee provenienti “dal basso” dovrebbero riconoscere il processo di conoscenza collettiva invece che cercare di costruirci sopra la propria fama personale.

D. Perché ritieni che l’esperienza del VINE Sanctuary sia così importante per i diritti degli animali e contemporaneamente per la lotta al razzismo, al sessismo e all’omofobia?

R. Il lavoro del rifugio riporta con i piedi per terra l’attivismo per i diritti animali ed evidenzia i problemi di animali veri nel mondo reale, anziché nel mondo etereo della filosofia astratta. Nel mondo reale sono animali veri quelli che vivono, soffrono e muoiono in circostanze materiali plasmate dalle attività umane. Queste attività umane affondano esse stesse in sistemi sociali, economici e ideologici caratterizzati da fattori come il razzismo e il sessismo.

Il nostro rifugio iniziò come un rifugio per galline in una parte del paese dominata dall’industria dell’allevamento del pollame e ora offre rifugio per mucche in un’area rurale dove l’industria lattiero-casearia è dominante. In entrambi i luoghi abbiamo visto con i nostri occhi come lo sfruttamento degli animali venga modellato e sostenuto da forze economiche e sociali che vengono definite in parte da fattori come il genere, la classe e la razza. Di conseguenza sappiamo che dire “diventa vegan” alle persone richiede di per sé l’attenzione su fattori quali il genere, la classe e la razza e sappiamo anche che convincere le persone a diventare vegan è solo una parte del lavoro che c’è da fare.

Porre fine anche ad una sola forma di sfruttamento animale, come l’industria del pollame o quella dei latticini, imporrà di ristrutturare dalle fondamenta l’economia locale e il sistema globale di distribuzione alimentare.

Liberare davvero gli animali, non solo dalle gabbie in cui sono tenuti dai loro proprietari, ma anche dalle invasioni umane nei loro habitat naturali, richiederà cambiamenti strutturali ancora più sostanziali ai sistemi sociali, economici, legali e politici dell’uomo.

Come può sperare il movimento di liberazione animale, con le sue ridotte dimensioni, di ottenere effetti di tale portata? Solo unendo le proprie forze con quelle di altri movimenti, come quello della giustizia ambientale, che sta crescendo e continuerà a crescere man mano che il clima cambia. Dobbiamo aiutare gli attivisti di questi movimenti a capire come, nelle forme di oppressione a cui si stanno opponendo, lo specismo sia un fattore di base. Ma non illudiamoci di riuscire a farlo a meno che gli animalisti vogliano realmente diventare alleati nelle lotte contro le ingiustizie sociali ed ecologiche.

D. Ci sono state alcune critiche e accuse di transfobia verso le politiche ecofemministe. L’ecofemminismo proporrebbe una politica basata sulla visione della donna-nata-donna che esclude le donne trans*. Come risponderesti a queste critiche e cosa fate per favorire l’inclusività delle persone trans nel movimento?

R. Qui siamo cinque, tutt* queer. Uno di noi è trans (FTM) e un*altr* è così non-gendernormat* da subire spesso forme di ostilità transfobica, ma sceglie di non definirsi trans. Due di noi vivono un felice matrimonio gay mentre un*altr* di noi ha scritto a lungo contro il matrimonio. Un’altra persona tra noi ritiene che nessuna lettera della zuppa alfabetica delle identità LGBTQ descriva in modo soddisfacente la sua sessualità e tende a irritarsi alle discussioni sull’identità.

Nella nostra diversità di identità e opinioni, noi di VINE riflettiamo alcune delle differenze della popolazione mondiale che può essere definita LGBTQ ma che potrebbe o potrebbe non essere soddisfatt* da questa etichetta, o dalle richieste degli elementi attualmente dominanti nel movimento LGBTQ statunitense. Dall’esterno, è facile non scorgere questa diversità e assumere che le voci più forti in questo momento siano le più progressiste o addirittura le uniche degne di legittimazione.

Piuttosto che unirci al coro che reclama l’inclusività per le persone trans, crediamo di poter dare un contributo maggiore continuando a parlare della biodiversità della sessualità e dell’espressione di genere tra gli animali (umani e non), cercando di scuotere la logica del binarismo di genere che il colonialismo europeo diffuse (assieme al capitalismo e alla lotta fra galli) nel mondo.

Ovviamente supportiamo, e incarniamo!, l’inclusività trans*. Vogliamo semplicemente sfruttare il nostro peculiare punto di vista e dire cose che scombineranno ancor di più la logica binaria della dominazione che opprime sia gli animali non umani sia le persone LGBTQ.

Quanto all’ecofemminismo, le accuse di transfobia nascono dalla frequente, ma infondata, accusa di essenzialismo. Tempo fa, alcune femministe di rilievo che effettivamente non intendevano riflettere sull’ambiente o sugli animali attaccarono l’ecofemminismo, sostenendo che secondo le ecofemministe le donne erano intrinsecamente più vicine alla natura. Ma non era vero! Le ecofemministe sostenevano che la cultura dominante vedeva le donne come più vicine alla natura, e che questa falsità/forzatura era parte della logica di dominazione che andava combattuta. Ma le accuse continuarono a venire ripetute così spesso da sembrare vere. Questo non è per dire che nessuna ecofemminista abbia mai detto qualcosa di problematicamente essenzialista. Ma è importante capire che l’essenzialismo è esattamente l’opposto di quanto credono la maggior parte delle ecofemministe.

Detto questo, la maggior parte delle ecofemministe appoggiano la basilare distinzione femminista tra sesso biologico e genere socialmente costruito, e questo talvolta viene percepito come transfobico da alcun* attivist* trans. Le ecofemministe, come le altre femministe, contestano il fatto che la cultura dominante attribuisca determinate caratteristiche della personalità (razionalità, assertività, ecc.) ai maschi e determinate altre (emotività, docilità, etc) alle femmine. Secondo l’ecofemminismo la cultura dominante mente quando insegna a bambin*e ragazz* che hanno caratteristiche distinte e opposte. Semplicemente non è vero che tutti i ragazzi e solo i ragazzi amino i camion e gli sport, e che tutte le ragazze e solo le ragazze amino prendere il tè con i pasticcini e occuparsi di moda. Tuttavia vengono sommerse/i di messaggi verbali e non verbali che dicono loro esattamente questo. Le/i bambine/i pensano in modo concreto, al punto che una ragazzina può temere di diventare un ragazzo se usa un caschetto per la bici di colore blu anziché rosa. Se ad una ragazza piacciono i camion e odia i tea parties, potrà credere che ci sia qualcosa di sbagliato in lei, magari perfino di essere nata nel corpo sbagliato, ma secondo il femminismo non c’è nulla di sbagliato in lei. È semplicemente uno dei molti modi in cui le ragazze possono essere. Il problema è con la cultura che le dice il contrario.

Quindi il femminismo (incluso l’ecofemminismo) colloca il problema non nel corpo delle persone che sfuggono alla normatività del genere, ma piuttosto nel sistema del genere socialmente costruito dalla cultura dominante. Piuttosto che prescrivere ormoni e interventi chirurgici individuali, il femminismo prescrive un cambio culturale. Secondo questa teoria, con una comprensione più accurata dei molti modi diversi in cui ragazzi, ragazze e giovani intersex possono essere, nessun* dovrà combattere con la lancinante sensazione di essere nel corpo sbagliato. Questo approccio nasce dall’empatia anziché dall’ostilità verso la non-normatività di genere, ma risulta offensivo per alcune persone che percepiscono se stesse come appartententi al sesso opposto, e che si aspettano che le altre persone accettino questa percezione come un dato di fatto.

Questa è una situazione terribilmente dolorosa per chiunque sia coinvolt*. Alcune persone trans sperimentano una completa mancanza di solidarietà proprio da quelle femministe a cui loro fanno riferimento per altre situazioni. Alcune femministe si sentono senza via di uscita, accusate di transfobia per non accettare idee che ritengono alla base della discriminazione di genere.

L’ecofemminismo suggerirebbe di fondare il dialogo in un ethos della cura con lo scopo di andare oltre e/o pensarci. Non possiamo lavorare sia per i diritti delle persone che scelgono gli ormoni, la chirurgia o altri modi di identificarsi con l’altro sesso sia criticare l’idea secondo cui un ragazzino che preferisce il giardinaggio alla caccia non è un vero ‘ometto’? Possiamo capire come farlo in un modo soddisfacente per le esigenze di tutt* e che ci permetta di lavorare assieme contro lo specismo? Dovrebbe essere possibile, ma sarà necessaria maggior fiducia e più capacità di mettersi in discussione.

Il dibattito può divenire più produttivo se chi vi partecipa conosce i fatti della storia naturale dell’espressione del genere tra gli animali umani, che è stata maggiormente diversa di quanto realizzi la maggior parte delle femministe o de* attivist* trans, ed è qui che entriamo in gioco noi. Noi capiamo che il sistema del genere che prevale attualmente, criticato sia dalle femministe sia da attivist* trans sebbene con modalità diverse, è il risultato di quella stessa ossessione europea per la categorizzazione pseudoscientifica che ci ha portato ai concetti di razza e di specie che sono centrali per il razzismo e lo specismo. Sappiamo che prendere in considerazione quella diversità può condurre a nuovi modi di pensare sia il genere che la sessualità. Continueremo a parlare di questo come parte del nostro approccio intersezionale alla liberazione animale, e può darsi che, lungo il nostro percorso, contribuiremo ad ammorbidire i duri contrasti che sono sorti attorno alle tematiche trans nei movimenti femministi e LGBTQ.

Quanto alla domanda sulla donna-nata-donna, non siamo a conoscenza di scritti ecofemministi a riguardo, ma tutte abbiamo fin troppa dimestichezza con modalità di discussione dogmatiche e non costruttive, che hanno spesso caratterizzato il dibattito su temi spinosi, come ad esempio se e quando i maschi biologici debbano essere accolti in spazi creati specificatamente con lo scopo di fornire un rifugio sicuro dove poter guarire a donne sopravvissute alla violenza maschile. Qui, possiamo solo argomentare contro le direttive della-soluzione-che-va-bene-per-tutto e invitare tutte le parti coinvolte a usare la loro empatia e creatività per trovare una soluzione che soddisfi le necessità di tutt*.

D. Raccontaci la storia delle anatre queer!

Le anatre sono solo una delle centinaia di specie di volatili in cui esemplari dello stesso sesso stabiliscono regolarmente forme di affetto, corteggiamento, accoppiamento, genitorialità e sesso. Quasi tutte le anatre maschio sono funzionalmente bisessuali, e non sono rare le relazioni tra maschi che durano per tutta la vita. Jean-Paul e Jean-Claude erano sopravvissuti alla lavorazione di paté di fegato d’oca. Inizialmente avevamo scambiato i loro accoppiamenti per forme di combattimento e avevamo cercato di separarli. Ma i due ce la mettevano tutta per tornare assieme, finché ci siamo rese conto che erano boyfriends. Da allora hanno fatto coppia fissa. Non erano monogami, a volte prendevano parte a disordinate forme di sesso di gruppo sull’acqua, ma stavano sempre uno in compagnia dell’altro e ogni notte dormivano accoccolandosi assieme. Dopo una devota relazione di sette anni, Jean-Claude è morto di malattia al fegato. Entro una settimana, sebbene fosse stato in ottima salute fino a quel momento, anche Jean-Paul morì. Abbiamo voluto molto bene ad entrambi e il nostro sconcerto iniziale ci torna in mente ogni volta che abbiamo la tentazione di dimenticare che ci sono ancora così tante cose che non sappiamo.

Qui l’intervista in versione originale.

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