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Intervista alla dr. Alba Maria Tonarti sull’identità di genere atipica in età evolutiva

Condividiamo qui l’intervista radiofonica di Raffaele Palumbo alla dottoressa Alba Maria Tonarti fatta all’interno della rubrica Bellavista su Controradio.

L’intervista nasce dalla notizia, data dal Corriere fiorentino in questo articolo, relativa alla proposta del reparto di Medicina della sessualità e andrologia di Careggi di iniziare un percorso di diagnosi precoce di identità di genere atipica in età evolutiva, su cui poter intervenire con bloccanti della pubertà. La proposta peraltro era già stata presentata al Consiglio sanitario della Regione Toscana lo scorso giugno.

Mettiamo dunque qui a disposizione il testo dell’intervista che Raffaele Palumbo ha fatto alla dottoressa Alba Maria Tonarti, neuropsichiatra infantile e psicoterapeuta, che da anni si occupa di identità di genere atipica in età evolutiva.
Il testo nasce dalla sbobinatura integrale dell’audio curata da Gabriele Di Maio per intersexioni, e integrata poi dalla stessa dott. Alba Maria Tonarti per rendere il testo più esaustivo e completo rispetto all’intervista radiofonica.

Il podcast si può ascoltare qui.

Buona lettura e buon ascolto!

(M.Balocchi per intersexioni)

Raffaele Palumbo (giornalista, Controradio) [dopo aver dato lettura integrale dell’articolo del Corriere Fiorentino, chiede] Lei che idea si è fatta di questa storia? Cosa ci può dire?

Alba Maria Tonarti (Neuropsichiatra Infantile): Occupandomi dei Disturbi di Identità di Genere in età evolutiva, ritengo che bisogna andare sempre molto cauti nel non patologizzare la Disforia di Genere perché il disturbo, in età evolutiva, ha una sua variabilità temporale. Ci sono, tuttavia, casi in cui la Disforia di Genere persiste fino all’età adulta.
Tale variabilità di genere può manifestarsi precocissimamente sin dall’età dei 2-3 anni attraverso “gli indicatori di genere” – giochi, atteggiamenti, abbigliamento, ruoli non in linea con il fenotipo biologico. Questi segnali, fisiologici nell’età prescolare 3-5 anni perché l’interesse per le attività del sesso biologico è diffuso, non persistono necessariamente in tutto il periodo evolutivo. Possono manifestarsi dai tre anni, persistere o sparire nel periodo di latenza (6-10 anni), come possono ripresentarsi o apparire per la prima volta in adolescenza.
In età evolutiva l’incidenza della Disforia di Genere investe l’1% della popolazione della Scuola Primaria, almeno rispetto ai dati emersi da una indagine conoscitiva fatta da me su 1500 bambini sul territorio della provincia di Roma.

Rispetto agli adolescenti con Disforia di Genere, a mio avviso, la cautela deve essere maggiore, tenendo conto che l’adolescenza è il periodo più critico, dove i cambiamenti, non solo dal punto di vista corporeo, ma dal punto di vista emotivo, evolutivo e intellettivo, sono notevoli.

L’adolescente con Disforia di Genere, oltre il disagio soggettivo che vive, subisce una pressione sociale di forzato adeguamento ad un binarismo sessuale che lo induce a chiedere interventi medicalizzanti.

Ma che diritto abbiamo noi, come società che si definisce “evoluta”, a forzare l’adolescente a prendere delle decisioni in tale età? Abbiamo una legge, la 164/82, che tutela le persone con Disforia di Genere in età adulta e che permette l’adeguamento fisico alla propria identità psichica. Quindi intervenire sugli adolescenti quali vantaggi dà?

A mio avviso, un intervento medicalizzante è già di per sé patologizzante e non fa altro che rinforzare la necessità di adeguamento allo stereotipo sociale.
Quello che io mi chiedo sempre è: non è più facile e doveroso avere un atteggiamento di “tolleranza” sociale rispetto all’alterità e accettare la c.d. “diversità” come normalità?

maschere realizzate da giovane con identità di genere aitpica

maschere realizzate da giovane con identità di genere atipica

R.P.: Infatti io volevo chiederle questo: si usa la parola “malattia”. Ma è sbagliato usare la parola “malattia”?

A.M.T.: Assolutamente sì. Specie in età evolutiva, dove le variabili che intervengono nella c.d. Disforia di Genere o Disturbo di Identità di Genere, sono tantissime. Ci sono componenti biopsicologiche, ambientali e sociali che concorrono allo sviluppo dell’identità e/o favoriscono alcune espressioni non sempre in linea con il sesso biologico. L’identità si sviluppa e si rinforza durante il percorso evolutivo, e l’autodefinizione è già presente nel bambino sin dall’età di 2/3 anni quando dice chiaramente: io sono una bambina/io sono un bambino.

Diventa importantissimo, quindi, rimanere in attesa e dare al bambino/a e all’adolescente la possibilità di esprimere a pieno la propria identità. Noi purtroppo viviamo in una società che ghettizza la diversità e impone il binarismo sessuale: o maschio o femmina. Quello che c’è nel mezzo deve sparire. Non possiamo e non dobbiamo costringere queste persone all’invisibilità!

Non ci sono dati certi, né percentuali chiare di incidenza della Disforia di Genere in età adolescenziale perché un campionamento, almeno nel nostro territorio nazionale, ancora non esiste. I dati percentuali sono ricavati in maniera retrospettiva o sono dati forniti in maniera parcellizzata dai Servizi/Associazioni che si occupano della Disforia di Genere.

Quindi bisogna essere molto prudenti, specie in adolescenza, perché con un interventismo riparativo/affermativo c’è il rischio di una manipolazione psicologica/emotiva pericolosa.

disegno di un bambino (con identità di genere atipica) che sogna di fare il pittore

disegno di un bambino (con identità di genere atipica) che sogna di fare il pittore

R.P.: E’ chiaro. Il profano, nel momento in cui scopre che una diagnosi di questo genere viene fatta cercando di capire se, ad esempio, un bambino gioca con le bambole o indossa i vestiti della sorella, rimane un po’ perplesso, devo dire la verità. Immagino che lei abbia studiato tanti anni, abbia investito tanto nello studio. Mi sembra una diagnosi un po’ semplicistica, no? Mi sbaglio?

A.M.T.: Sì. Giocare con le bambole o indossare gli abiti della sorella “non è una diagnosi”, ma è un indicatore di quello che potrebbe essere una possibile Disforia di Genere. Noi parliamo sempre al maschile, quando poi abbiamo tante bambine che giocano con i cosiddetti giocattoli da maschio.
Ma chi è che impone il concetto di “giocattolo maschile/femminile”? Il contesto socio-culturale.
Quindi è la società che crea il pregiudizio nei confronti di quei bambin* che spontaneamente e serenamente si esprimono o cercano di manifestare la loro identità attraverso il gioco.

Nei genitori dei pazienti che ho in carico, non ho mai riscontrato un atteggiamento rigido per le scelte operate dai propri figli.

La difficoltà subentra nel momento in cui il bambino, inserendosi in un contesto sociale – quindi scuola materna e scuola elementare, media ecc. – viene in qualche modo osteggiato da una mentalità che esclude la diversità e che ghettizza queste minoranze. L’intervento di sostegno alle famiglie è una condizione indispensabile, perché se i bambini sono rassicurati e sostenuti nel loro percorso evolutivo dai propri genitori, saranno in grado di mediare tra i loro bisogni e il contesto socio-culturale in cui vivono.

Accessori creati da un bambino con identità di genere atipica

accessori creati da un bambino con identità di genere atipica

R.P.: Volevo fare chiarezza: non stiamo parlando né di omosessualità né di intersessualità. Queste sono altre questioni e questo ci porterebbe a dilungarci; ma ci torneremo perché la questione dell’intersessualità è tanto interessante, importante e grave nei suoi aspetti di medicalizzazione precoce – magari senza metterne a conoscenza neanche i genitori – per cui merita una trasmissione a parte.

Il professor Maggi praticamente dice: <Ci sono farmaci che bloccano la pubertà precoce. Abbiamo chiesto di estenderli anche sulla pubertà inadeguata, in modo da indirizzare subito la pubertà verso il sesso che veramente sente il paziente, in modo che questi non si svegli a 40 anni per fare una pesantissima operazione di cambio di sesso. Ci sono dei farmaci…>. Mi sembra una cosa molto medicalizzante.

A.M.T.: Esistono piani di intervento differenti: nella pubertà precoce, che si caratterizza con un blocco della statura, con lo sviluppo precoce dei caratteri sessuali secondari e con altre complicazioni dal punto di vista organico, la medicina interviene con i farmaci per evitare che quell’organismo sia soggetto ad altre patologie.
Nel disturbo di identità di genere non c’è alcuna patologia organica. Perché definirla “pubertà inadeguata”? Perché medicalizzare quando esiste in quell’organismo un equilibrio? C’è un equilibrio intrinseco ormonale/emotivo-psicologico e uno estrinseco che favorisce quel tipo di identità.
La somministrazione dei bloccanti ipotalamici, agendo sull’organismo, induce da una parte la soppressione di alcuni aspetti delle caratteristiche sessuali secondarie, ma dall’altra rischia di creare uno squilibrio di tutti i sistemi neuroendocrini correlati funzionalmente all’ipotalamo, che rappresenta una delle stazioni di controllo delle sensazioni e delle emozioni e da cui originano risposte adattive dell’organismo. Il rischio è una disregolazione emotiva nella relazione mente/corpo.

maschera realizzata da giovane con identità di genere atipica

maschera realizzata da giovane con identità di genere atipica

R.P.: La questione che lei ha sottolineato più volte – mi sembra quella centrale – e che riguarda molti ambiti e molti aspetti è proprio l’esigenza di normalizzare. Ed è un’esigenza che va anche in pesante contraddizione rispetto a quelle che sono le esigenze dell’individuo, rispetto invece a quelle che sono le esigenze delle equipe mediche, dei medici, dei reparti o dei genitori. Questo è il punto centrale…

A.M.T.: Sì, il punto centrale è questo proprio questo: l’esigenza di normalizzare! Ma qual è il confine tra normalità e patologia? I modelli socio-culturali che impongono il binarismo sessuale sono società normalmente patologiche o patologicamente normali?
Lei accennava prima agli stati intersessuali: laddove ci sono situazioni in cui è necessario intervenire, l’intervento medico dovrebbe avere la finalità di salvaguardare l’integrità psicofisica dell’individuo ed effettuato solo in caso di reali problemi di salute.

Nella Disforia di Genere la salvaguardia dell’integrità psicofisica dell’individuo passa – soprattutto in età evolutiva – attraverso l’accettazione delle diverse identità e un cambio di mentalità sociale.
Perché emarginare o costringere alcune persone a scelte obbligate quando c’è la possibilità, a livello sociale, di poter accogliere le diverse identità non necessariamente in linea col sesso biologico?

Le persone transgender che non accettano interventi chirurgici di adeguamento fisico, vivono la loro identità – al maschile o al femminile – liberamente. Dobbiamo evolverci dal punto di vista sociale più che intervenire medicalizzando e pensare al rapporto costi/benefici di ogni intervento. 
Rispetto agli adolescenti qual è il beneficio che deriva da una responsabilizzazione così precoce in un momento così delicato e complesso? Tenendo conto che la Disforia di Genere in adolescenza non sempre persiste in età adulta, perché intervenire?
Nel rispetto della persona e per il diritto all’autodeterminazione, diventa necessario che l’adolescente prenda realmente coscienza del proprio bisogno, svincolato da elementi esterni condizionanti
. Quando sarà adulto farà le scelte che riterrà opportune.

Dr. Alba Maria Tonarti, Medico Chirurgo, Neuropsichiatra Infantile, Psicoterapeuta

 

 

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