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L’antispecismo può dare rifugio alla transnegatività? Parliamone

L’antispecismo può dare rifugio alla transnegatività? Parliamone

di Egon Botteghi, 13 Novembre 2014

Qui la versione tradotta in spagnolo 

Qui la versione PDF

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In occasione del X incontro per la Liberazione Animale, sono stato invitato, il 14 settembre 2014, a Donoratico (Li) a tenere, come collettivo Anguane, un dibattito sul sessismo nel movimento animalista.

In quell’occasione ho parlato di parte della mia esperienza di persona trans nel “movimento” italiano, denunciando i gravi atti di transnegatività in cui sono incorso o che mi sono stati riportati da compagn* a me vicini.

In particolare ho parlato di come le persone trans siano vissute come antitetiche al movimento da parte di alcun* attivist*, in quanto consumatori di ormoni, e quindi contrari alla natura e alla causa animale.

Personalmente, ad esempio, io sono stato via via accusato di voler usare i soldi dei benefit che ricevevo per il rifugio che avevo co-fondato per operarmi, di essere una persona fuori controllo per l’uso di testosterone, di essere contronatura e vittima-prodotto del sistema che invece avrei dovuto combattere.

Questa guerra psicologica contro di me, perpetuata tra l’altro in un momento tanto delicato come l’inizio della transizione, ha decretato il mio allontanamento forzato dallo stesso progetto che avevo fondato e che avevo portato avanti con il lavoro indefesso per anni.

All’incontro succitato avevo scelto di non fare i nomi di coloro che si sono dimostrati dichiaratamente transnegativi nelle parole e nei fatti, pur continuando a dirsi convintamente antispecisti e ad essere considerati tali, in quanto mancava la controparte e quindi non poteva esserci un confronto con i diretti interessati.

Mi sono però soffermato su di una frase con cui tutte le persone transessuali credo abbiano dovuto fare i conti all’interno del “movimento” antispecista, e ho cercato di analizzarla pezzo per pezzo:

se sei transessuale e prendi ormoni, allora non sei un vero antispecista, non sei più dalla parte degli animali, ma finanzi il sistema e le case farmaceutiche e sei CONTRONATURA”.

Riporto quindi uno stralcio del succitato intervento:

Se sei transessuale”: la quasi totale maggioranza degli antispecisti non sa cosa sia una persona transessuale (nonostante ci sia una forte presenza di persone transessuali nel movimento, sia a livello nazionale che internazionale, e questo, vedremo perchè, non è un caso) e quando gli viene spiegato deve capire che non è una scelta. Non si sceglie di essere transessuali come oggi scelgo che vestito mettermi o cosa mangiare, è una condizione che insorge molto probabilmente dalla nascita (la scienza medica è ancora alla ricerca di spiegazioni), di cui si può prendere consapevolezza a vari stadi della vita e con cui devi fare, prima o poi, i conti. Non è una posizione facile o privilegiata nelle nostre società, questo è indubbio.

Quindi “se sei transessuale e fai uso di ormoni”, lo fai perché non hai scelta!

Non hai scelta perchè una delle condizioni primarie per la sopravvivenza è il riconoscimento di quello che si è.

Quindi, in una società come la nostra, dove la donna è quella con la vagina e le tette e l’uomo è quello con il pene ed i peli, una persona che nasce con una identità maschile in un corpo femminile, ha la necessità di portare delle modificazioni al proprio corpo per poter essere riconosciuto e per poter sopravvivere.

Il non riconoscimento porta ad una vita da inferno, che può sfociare nel suicidio.

Come sostiene Michela Angelini, medico veterinario transgender e vegan, attivista lgbtqi, “la transessualità è una questione sociale”.

Quindi non si può colpevolizzare le persone transessuali se accettano l’unica soluzione che è al momento, nello sviluppo della nostra società, praticabile per rimanere in vita, contando poi che moltissime persone transessuali, una volta fatto il percorso di transizione, continuano a parlare ed agire contro la società binaria e sessista, che divide i corpi e le vite di donne e uomini in maniera così biunivoca.

Se un domani vivremo in una società che riconoscerà le varianti all’essere uomo-pene o donna-vagina e le rispetterà per quello che sono, una società dove una persona gender non conforming potrà scegliere di vivere serenamente anche senza interventi, lo dovremo anche alle persone transessuali che oggi si operano per sopravvivere ma che continuano a lottare per divulgare conoscenza e pratiche di liberazioni dei corpi.

Le stesse persone che additano le persone transessuali come traditori della causa e alimentatori del sistema, quando si ammalano ed hanno bisogno di medicinali allopatici, pena il rischio di una debilitazione grave, le comprano, perchè non hanno alternative valide.

Non possiamo dire ad una persona transessuale di vivere serenamente nel suo corpo non conforme all’identità e pretendere di farsi rispettare per l’identità percepita, perchè questa modalità e la società che potrebbe supportare questa possibilità ancora da noi non esiste. Deve essere ancora costruita, e non si può costruire da morti. Se io vado in giro glabra e con le tette, sarò sempre considerato una donna, avendo poi anche il documento che parla per me e quanto questo possa diventare incompatibile con la vita, deve essere molto chiaro.

Le stesse persone che mi esortavano, nell’isola felice in cui credevo di vivere, a farmi considerare un uomo pur restando con il mio corpo femminile, mi hanno dimostrato di non riuscire a vedermi come tale.

Non si può neanche tacere il fatto che una persona transessuale, vegana ed antispecista, non prende “alla leggera” il passo di assumere ormoni cross-sex. Queste persone spesso passano anni ad interrogarsi, a studiare, sondare, ed anche soffrire, nel tentativo di capire come far collimare la propria sofferenza con le proprie esigenze etiche. Tutto quello che c’è da sapere su come sono prodotti, da chi e per quali scopi i farmaci che prende già lo sa, e forse ha anche cercato alternative più “naturali”, che però non hanno funzionato. Non sarà l’ennesimo antispecista integerrimo e giudicante a svelargli delle verità!

“Sei contro natura!”:

troppo spesso, purtroppo, molti antispecisti si dimenticano, o ignorano completamente, come la Natura sia stata la più grande alleata delle più grandi oppressioni e inique distribuzioni di potere. La personificazione della potente e sempre buona e perfetta Natura, il ritorno al cui stato tutt* aspiriamo, ha preso da anni il posto di Dio nel regolare la scala dei valori dei viventi. I neri erano per natura inferiori ai bianchi, così come le donne agli uomini, così come, per la Natura, non doveva esistere l’omosessualità ed il sesso fuori dagli schemi procreativi.

Insomma la Natura è sempre stata specchio dei desideri di quello che era più conveniente alle strutture del potere. Per dirla con le parole di Franz De Waal “come illusionisti, prima infilano nel cilindro della natura i loro pregiudizi ideologici, poi li tirano fuori per le orecchie, così da mostrarci come la natura concordi con loro” (“L’età dell’empatia”).

Questa ideologia è perpetuata da alcun* antispecist* per pura ignoranza, e questo è un fatto grave in un movimento che si suppone radicale.

La transessualità comunque esiste in natura. Esiste in molti animali, che cambiano proprio sesso durante la vita, ed è sempre esistita nell’essere umano. Il fatto che dagli anni ’50 del secolo scorso, in occidente, il transessuale sia stato individuato come un individuo che cambia sesso con l’ausilio della medicina, è una questione intrinseca alla nostra stessa società. Qui non si pone la questione dell’uovo e della gallina, ma la risposta è chiara: prima c’erano le persone transessuali e poi i ritrovati tecnici della medicina occidentale che ha deciso di “curarli” in una determinata maniera.

Come detto, la persona transessuale non sceglie di essere tale, non lo fa perchè è un tipo particolarmente esuberante, o confuso o alla ricerca di forti e nuove emozioni e non è un derivato della tecnologia medica e delle storture del sistema.

Dopo l’incontro ho scelto di pubblicare il mio contributo al dibattito sul sito di Intersexioni: Critica ad alcuni elementi di transnegatività riscontrati nel movimento animalista.

Alcune reazioni alla pubblicazione di questo testo sono secondo me emblematiche per quello che volevamo discutere allora e per quello che stiamo cercando di descrivere qui.

Il primo commento che è arrivato, sulla pagina facebook dell’associazione catanese LiberAction che l’aveva condiviso, è il seguente:

utente fb: “Di che si tratterebbe di un nuovo tipo di certificazione? Quando si è passati dalla presunzione di innocenza al dover dimostrare la propria innocenza dalle accuse degli altri? Francamente questo articolo mi pare fastidioso e strumentale. Se qualcuno che si dichiara antispecista fa delle esternazioni sbagliate, non significa che tutto il movimento ha fatto dichiarazioni sbagliate. Questo modo di procedere è pericoloso e inutile, o meglio, è utile solo a chi vuole farsi pubblicità. Non si sparano accuse a vanvera, se ci sono casi seri basta fare i nomi, altrimenti è meglio tacere.

Da notare che detto commento è stato scritto da una persona che ha il suo seguito all’interno del “movimento” e che ha addirittura scritto un Manifesto dell’antispecismo.

Come si vede sono in atto tutti i meccanismi che funzionano in tutti i sistemi oppressivi, dove il fatto viene negato e chi ne è stato vittima viene accusato di essere un millantatore che cerca di avere in qualche modo risonanza, proprio come succedeva alle donne vittime di stupri.

La vittima, sola, deve sostenere tutto l’onere della prova, agendo in un ambiente ostile, che la marginalizza e cerca di ridurla al silenzio.

La terribile sensazione che tanto non verrai creduto, che tu sei in una situazione di svantaggio e di debolezza rispetto all’altro che ti ha aggredito e che la tua voce non avrà lo stesso peso, è ben nota a tutt* quell* che sono passati da esperienze del genere, ed infatti si preferisce spesso, per cercare di soffrire meno, fare in modo di dimenticare e cercare di allontanarsi, ove sia possibile, dall’ambiente dove l’aggressione si è perpetrata.

La risposta alla mia replica:

il silenzio agevola sempre l’oppressore e mai l’oppresso. Quindi ci sono delle cose che vanno dette, anche se questo genera fatica e timore…Pericoloso non è dire certe cose, pericoloso è tacere.”

è stata:

”…E’ vero che tacere è pericoloso, ma anche parlare nel tentativo di scovare problemi anche dove non ce ne sono lo è.”

La palese negazione di un problema che non si accetta di discutere, l’attacco ingiustificato e denigratorio verso una persona che ti sta testimoniando un fatto che ha vissuto in prima persona, il cercare di ribaltare i ruoli tra “vittima” e “carnefice”, non poteva essere più esplicita, come giustamente scrive un’altra utente, a commento di queste affermazioni:

…una testimonianza documentata e intelligente. Ritenere che non dimostri nulla è la banalizzazione di chi deliberatamente ignora l’interlocutore.”

Ignorare deliberatamente non può essere un caso: cosa c’è allora che non va nel parlare di alcuni episodi di transnegatività nel “movimento antispecista” italiano?

Forse la paura di scoprirsi meno bell*, meno pur*, meno buon* di quello che ci piace credere e di mettersi al pari delle altre lotte di liberazioni ed uscire dal solipsismo animalista?

Come dice Annalisa Zabonati: “L’antispecismo si autoproclama il movimento più radicale rispetto a tutti gli altri, collocandosi in una posizione di supposto sapere sulle varie forme di oppressione e di dominio… La tolleranza manifestata [rispetto alle persone lgbtqi] è una copertura, molto spesso di un profondo disagio di fronte alla non conoscenza dei temi derivanti dalle lotte di rivendicazione di liberazione femminista e lgbtqi” (http://anguane.noblogs.org/?p=2481)

Un’altra risposta tipica è quella di coloro che si ostinano a considerare questi tipi di accadimenti come baruffe personali tra due o più individui, e che pensano quindi sia meglio girare la testa dall’altra parte ed agire secondo simpatia o convenienza, mimando un po’ le tre simpatiche scimmiette.

Continuando a derubricare questi attacchi come problemi personali di chi vi si è trovato coinvolto, in cui non bisogna “mettere il dito”, non si vuole capire che qui non si tratta di prendere l’episodio singolo e istituire un processo alle persone, ma ragionare su queste dinamiche reali e presenti per fare critica ed autocritica e per dare una spinta in avanti al “movimento”, facendo per esempio una riflessione molto seria sul privilegio.

Si arriva poi alla risposta di coloro che ritengono che non vi sia il problema tout court, perchè un’oganizzazione antispecista deve occuparsi della liberazione degli animali e quindi non è chiamata in causa sulle affermazione e sugli atti transnegativi dei propri componenti, perchè, come è stato detto “esula dalla sua mission”.

Il che può essere anche vero, a patto di chiarirsi su cosa si intenda per antispecismo ed ammettere che possa esistere anche un antispecismo di destra.

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