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Perché due sessi non sono più sufficienti

di Vera Tripodi su rescogitans

La nostra esperienza personale, familiare e sociale è profondamente impregnata dalla convinzione che vi siano solo due sessi e che la dicotomia maschio/femmina corrisponda a una reale distinzione esistente in natura. La nostra cultura è, vale a dire, intimamente devota all’idea che si nasca femmina o maschio e, di fatto, rinnoviamo socialmente la nostra fedeltà a questa convinzione tutti i giorni.

È una norma sociale comunemente accettata quella, per esempio, di attribuire un sesso a ogni bambino subito dopo il parto. Quest’assegnazione spetta a ginecologi o a ostetriche, la cui scelta può avvenire tra due sole opzioni: si tratta di una femmina o di un maschio? Così, prima di dimettere il neonato dall’ospedale, ginecologi e ostetriche interrogano la natura per scoprirne le sue intenzioni.

Anche quando si presentano casi di sessualità ‘ambigua’, non è ammessa una terza possibilità né ai dottori è concesso più tempo per riflettere quando hanno qualche perplessità o la possibilità di sospendere il loro giudizio in presenza di casi poco evidenti. Del resto, secondo l’attuale trattamento sanitario vigente in Europa e negli Stati Uniti, l’ambiguità sessuale anatomica è intesa come una patologia dovuta a una disfunzione ormonale o una malformazione che può essere in parte corretta con interventi chirurgici o cure di altro tipo. Conseguentemente, la legge prevede che i genitori dichiarino il sesso del nascituro al momento della sua registrazione agli appositi uffici del comune d’apparenza.

Inoltre, la convinzione che i sessi siano solo due si riflette primariamente nel nostro linguaggio. Se vogliamo riferirci a qualcuno senza usare il suo nome, infatti, dobbiamo necessariamente usare un pronome personale femminile o maschile. Pertanto, neppure il linguaggio ci offre una terza possibilità rispetto ai generi sessuali ammessi.

Eppure, storie come quelle di María José Martínez Patiño e di Caster Semenya sembrano smentire l’idea che si nasca o femmina o maschio e che l’appartenenza a un sesso sia una questione puramente biologica. Entrambe atlete, entrambe considerate ‘donne’ dalla dubbia femminilità.

Secondo le autorità mediche, che hanno analizzato il suo caso ai Giochi Mondiali Universitari di Kobe nel 1985, Martínez Patiño è anatomicamente femmina perché possiede organi genitali esterni femminili, ma è a livello cromosomico un maschio perché dotata di cromosoma Y (quello che dovrebbe determinare il sesso maschile) (Si veda l’articolo della stessa Patiño per un approfondimento).

Il caso di Caster Semenya (vincitrice degli 800 metri ai Giochi Olimpici di Berlino 2009) è invece ancora in esame poiché, dopo alcune verifiche richieste dall’Associazione Internazionale delle Federazioni di Atletica Leggera, ginecologi ed endocrinologi hanno espresso diverse perplessità sul suo sesso di appartenenza e non hanno raggiunto ancora un accordo. (La questione è ben discussa in un recente articolo apparso sul New Yorker).

I casi di Martínez Patiño e di Semenya non sono unici nella storia dell’atletica (e al di fuori di essa). Entrambi i casi sollevano diverse domande filosofiche. Si tratta di stadi intermedi o di sottoclassi rispetto ai due sessi ufficialmente ‘riconosciuti’ oppure di un vero e proprio ‘terzo’ sesso? Il sesso è un dato puramente biologico? Quali sono i criteri di discriminazione tra sessi e cosa in definitiva conta nella distinzione tra maschio e femmina?

Di recente, è stata avanzata da alcuni biologi la proposta di un ampliamento delle categorie sessuali. Quello che emerge da questi studi è che la scienza ha ancora poche certezze e tanti dubbi su cosa determini esattamente l’appartenenza a un sesso. Né medici né biologi sono in grado offrire una spiegazione su quali siano effettivamente i criteri per stabilire le differenze sessuali. Ma c’è di più.

La biologa americana Fausto-Sterling ha provocatoriamente proposto l’introduzione di cinque sessi diversi. La sua idea è che esistono modi diversi di classificare i corpi umani e che la dicotomia femmina/maschio non sia del tutto esaustiva delle possibilità che si possono dare. Inoltre, al contrario di come comunemente si pensa, la scelta dei criteri da usare per la determinazione del sesso non sono esclusivamente biologici ma riflettono in parte convenzioni e scelte di tipo sociale. Nell’attribuire un sesso, i dottori non si limitano a leggere le intenzioni della natura. Anche la distinzione tra sessi è, vale a dire, una costruzione sociale.

L’esposizione più esaustiva della posizione di Fausto-Sterling si trova nel suo volume: Sexing the Body. Gender Politics and the Construction of Sexuality, New York, Basic Books, 2000.

Due suoi influenti articoli sono reperibili qui: “The Five Sexes. Why Male and Female Are Not Enough” (1993) e “The Five Sexes, Revisited” (2000) in The Sciences.

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