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Una natura indifferente alle categorie umane

di Marco Pivato su la Stampa 28 maggio 2014

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Pensavate che la scienza fosse un baluardo di enunciati a beneficio delle nostre certezze? In realtĂ  si rivela sempre piĂą per ciò che è: un’incessante attivitĂ  che regge le proprie certezze sul dubbio. Ed è grazie alla pace con questo ossimoro che la biologia si sta liberando di dogmi che rischiavano di paralizzarne la missione: prepararsi a un salto nel buio. La natura «in sé» – per dirla con Kant – non è la natura come la pensiamo. L’uomo, infatti, nella necessitĂ  di ordinarne i fenomeni, è ricorso all’uso di categorie, ma queste non sono altro che sovrastrutture del pensiero senza corrispondenze nell’architettura della vita.

Gianvito Martino, neurologo, direttore della Divisione di Neuroscienze dell’Istituto Scientifico Universitario San Raffaele di Milano, chiarisce la lezione in un saggio che mette i brividi a chi è abituato agli ordinari manuali di divulgazione: «In crisi d’identitĂ . Contro natura o contro la natura?» (Mondadori UniversitĂ ). Martino ci racconta di cellule della pelle e del sangue capaci di trasformarsi in cellule embrionali, di topi femmine che diventano topi maschi e topi maschi che diventano topi femmine e poi ancora di specie che cambiano specie: sono alcuni esempi di ciò che succede in natura. La biologia ci fornisce un messaggio chiaro: «Il concetto di identitĂ  così come l’abbiamo conosciuto attraverso la filosofia, la letteratura e le scienze tradizionali – spiega – va completamente rivisto».

Per dimostrarlo Martino ricorre, tra gli altri esempi, alla plasticitĂ  sessuale, giĂ  dimostrata in forme di vita molto semplici, come gli organismi unicellulari, ma per la prima volta osservata anche in un topo, cioè in un mammifero. «Eliminando un solo gene dei 30 mila che compongono il suo genoma – dice – siamo in grado di attivare reazioni a cascata che hanno il risultato di cambiare fisicamente la composizione degli organi sessuali da maschili a femminili e viceversa».

Proprio l’identitĂ  sessuale, sulla quale le ideologie si scatenano, fornisce una laica presa d’atto della sua naturale «ambiguità». I comportamenti «multisessuali» sono non solo naturali ma, soprattutto, necessari alla sopravvivenza degli organismi. Martino ricorda che in Gran Bretagna – con il benestare del National Research Ethics Service – la clinica Tavistock and Portman Nhs Foundation Trust, giĂ  specializzata nella cura dei disordini delle identitĂ  di genere, è stata autorizzata a somministrare (sperimentalmente) iniezioni mensili a bambini di 12 anni per bloccare la pubertĂ . Somministrando testosterone nei maschi biologici ed estrogeni nelle ragazze biologiche, è possibile capire se questo tipo di trattamento possa aiutare i giovani «confusi» nel fare una scelta sessuale oculata [non si tratta affatto di “scelta sessuale” ma di capire la propria identitĂ  di genere, che è cosa ben diversa dall’orientamento sessuale, NdR.i.] prima che nell’organismo compaiano tratti spiccatamente maschili o femminili.

Ma non si tratta di «giocare» con la natura. Ed è questo il cuore del saggio di Martino: la scienza è una professione onesta, che racconta la biologia per come si mostra, non per come ci piacerebbe fosse. Lo scienziato non «manipola», ma cerca, solleva coperchi su contenuti di volta in volta diversi, procedendo per errori e appuntando sorprese sconcertanti. E a chi si scandalizza Martino accenna un concetto importante: «L’oscillazione di ciò che chiamiamo “identità” è la norma in natura: piante come orchidee e poi batteri e funghi sono in grado di cambiare specie, come singole cellule sono in grado di cambiare specializzazione anche dopo avere assunto forma e funzione definitive, considerate fino a poco tempo fa immutabili e irreversibili». Questa «labilità» organico-identitaria può apparire bizzarra, ma è necessaria: se non esistesse, la vita non potrebbe sopravvivere ai mutamenti dell’ambiente. Sulla natura agisce infatti un motore lento, quello dell’evoluzione, ma anche un altro – repentino e «opportunista» – conseguenza dell’indispensabile bisogno dei viventi di adattarsi e autoriprogrammarsi: la vita, infatti, non è semplicemente ospite dell’ambiente, ma ne è permeata. «Pensiamo – continua Martino – che l’organismo umano è formato sì da 100 mila miliardi di cellule, ma, contestualmente, contiene un milione di miliardi di microbi – per esempio quelli che vivono nell’intestino e ci permettono di digerire certi alimenti, ndr – . Questa simbiosi tra uomo e natura è una mutua collaborazione che consente l’adattamento».

La natura non è dunque un progetto, ma un architetto, che incessantemente toglie, mette, sostituisce e arrangia bulloni e meccanismi per permettere la simbiosi tra io biologico e ambiente che è alla base della nostra sopravvivenza: non una «natura indifferente» all’uomo di leopardiana memoria, ma indifferente, semmai, alle sue categorie. Quindi – conclude l’autore – «additare come “contronatura” certi comportamenti assolutamente naturali significa ignorare la realtĂ  delle cose, scegliendo, deliberatamente, di essere “contro la natura”».

 

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