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Il genere, la denaturalizzazione dell’ordine sessuale e la reazione del Vaticano

Intersexioni ha il privilegio di poter pubblicare, per gentile concessione dell’autrice stessa, la trascrizione integrale dell’intervento che Sara Garbagnoli che tenuto durante l’incontro “Riflessioni conclusive intorno alla cosiddetta ‘teoria del gender’”. L’incontro era stato organizzato da Emanuela Abbatecola e Luisa Stagi nell’ambito del ciclo “Modelli familiari, ideologie, diritti”, 22 marzo 2016, Palazzo Ducale di Genova.

Buongiorno a tutte, a tutti, a tuttasterisco,

Ringrazio di cuore Emanuela Abbatecola e Luisa Stagi per l’invito e ringrazio Donatella Buongirolami e tutte, tutti e tuttasterisco coloro che, con il loro lavoro e con la loro passione, hanno reso possibile l’organizzazione di questo ciclo di incontri che ha, tra i tanti meriti, quello di aver aperto uno spazio di riflessione tra studiose, studiosi e militanti sulla questione dello statuto dell’ordine sessuale. Parlare di genere rimanda infatti a due questioni.

Una prima questione interroga lo statuto delle norme che definiscono e attraversano l’ordine sessuale: le norme che regolano i rapporti tra i gruppi di sesso (uomini e donne) e tra i gruppi di sessualità (eterosessuali, non-eterosessuali) sono proprie di un ordine naturale o si riferiscono ad un ordine storico e politico?

Una seconda questione interroga sullo statuto dei gruppi di sesso: qual è la natura dei gruppi di sesso e di sessualità? Si tratta di gruppi naturali? Di gruppi naturali co-determinati culturalmente? Oppure si tratta di gruppi sociali naturalizzati prodotti da determinate forme di oppressione?

Da circa 40 anni, gli studi di genere e sessualità, le ricerche femministe, gli studi gay e lesbici, gli studi queer, gli studi queer of colors, gli studi trans, gli studi intersex, gli studi intersezionali – la denominazione del campo di sapere (e dei sotto-campi) dipende (a) dal contesto nazionale in cui tale campo, laddove esiste, si è autonomizzato, (b) dal grado di istituzionalizzazione che il campo ha raggiunto e (c) dalle lotte politiche ed epistemologiche che lo attraversano e che determinano il grado di radicalità espresso da tali analisi e teorie – dicevo tali studi, tale campo hanno fatto emergere la questione dello statuto politico dell’ordine sessuale. Ciò era impensabile prima dell’avvento di tali studi: la naturalità dell’ordine sessuale era dell’ordine dell’evidenza: inquestionabile, ergo, inquestionata. Nella diversità dei concetti, degli approcci, degli oggetti, dei metodi, tali teorie e tali ricerche convergono a mostrare che sesso e sessualità hanno a che fare con rapporti storici e sociali di dominazione.

Parlare di genere, come ci viene chiesto di fare per quest’incontro, significa oggi, nel marzo del 2016, parlare di tre matrici di questioni tra loro articolate che saranno le direttrici del mio intervento:

1> Il genere come concetto. Esistono diverse definizioni del concetto di genere che producono differenti teorie sullo statuto dei gruppi di sesso.

2> Il genere come nozione concettuale chiave che rimanda ad altro da sé, cioè ad un campo di studi che si è maggioritariamente istituzionalizzato riferendosi a tale concetto, ma che non gli si riduce affatto.

3> Genere o meglio, come dice il Vaticano, l’“ideologia-gender” come sintagma, come etichetta deformante attorno alla quale è stato costruito dal Vaticano dalla metà degli anni ’90 un nuovo dispositivo discorsivo con due obiettivi: da un lato, riaffermare quanto negato dai saperi e dalle rivendicazioni dei minoritari sessuali ovvero riaffermare la natura trascendente dell’ordine sessuale. Dall’altro, delegittimare qualunque intervento politico, culturale, giuridico e teorico mirante, esplicitamente o implicitamente, alla denaturalizzazione delle norme che attraversano e definiscono l’ordine sessuale in vigore. Delegittimare le teorie antinaturaliste dell’ordine sessuale (usino o non usino il concetto genere), ma non solo! Si tratta anche, e in molti contesti nazionali soprattutto, di bloccare riforme giuridiche che denaturalizzino l’ordine familiare aprendo al riconoscimento dell’omogenitorialità, o di bloccare corsi di formazione per insegnanti o riforme di programmi scolastici che mirano a contrastare gli stereotipi sessisti e omotransfobi ancora così tremendamente radicati nel senso comune e così produttori di violenza su bambine, bambini e adolescenti.

Organizzerò il mio intervento in tre momenti analitici.

Una prima parte: “A proposito di genere”: sarà dedicata a evocare la portata epistemologica e politica dell’emergenza di un campo di studi dedicato all’analisi dell’ordine sessuale come ordine storico e politico e all’emergenza e agli usi del concetto di genere.

Una seconda parte: “A proposito di ‘Ideologia-gender’” sarà dedicata ad analizzare il dispositivo contro la denaturalizzazione dell’ordine sessuale prodotto dal Vaticano e brandito da un fronte di conservatori dell’ordine sessuale.

In conclusione proporrò qualche riflessione sulla natura controrivoluzionaria della crociata cosiddetta “anti-gender”.

Prima parte. A proposito di genere: un campo di studi, un concetto con diverse definizioni e teorizzazioni

La produzione di teorie e analisi sull’ordine sessuale come ordine immanente alla storia e alla politica si è dispiegata a partire dall’inizio degli anni ’70 in una relazione di filiazione diretta con le coeve lotte dei movimenti femministi, omosessuali e trans e in un rapporto di prolungamento analitico dell’approccio costruzionista al sesso e alla sessualità i cui gesti inaugurali sono rinvenibili tanto nel “Secondo sesso” di Simone de Beauvoir quanto nelle ricerche sulla storia della sessualità prodotte da Michel Foucault.  Tali analisi non intendono essere meramente additive (aggiungendo cioè un oggetto in più – “la donna”, “l’omosessuale” – agli oggetti di studio delle scienze sociali) ma intendono sovvertire il modo abituale di concepire sesso e sessualità. Intendono, cioè, indagare le forme storiche attraverso cui le istituzioni normative e il senso comune producono le gerarchie e le norme che definiscono e traversano l’ordine sessuale come se fossero “natura” e producono le classi di sesso che corrispondono a tali gerarchizzazioni e norme (uomini/donne, eterosessuali/omosessuali) come fossero gruppi naturali. Il valore euristico fondamentale di tali studi è stato, dunque, quello di attaccare il cuore del senso comune, della doxa. In questo senso tali studi sono para-dossali (in senso etimologico) perché vanno contro il senso comune, ovvero contro la credenza nella naturalità dei gruppi sessuali. Cito la sociologa femminista Colette Guillaumin a riguardo: 

«Con l’emergere dei saperi minoritari, i problemi non sono più posti allo stesso modo: le scienze umane hanno acquisito il fatto che i gruppi sociali sono l’esito di relazioni di dominazione e non meri “elementi” che preesistono a tali relazioni. Dalle oppresse e dagli oppressi (che sono i soggetti che producono tali saperi) viene la contestazione radicale del fatto che si possa pensare il mondo in termini di essenze, in termini di nature: da loro nasce il sapere che nulla di ciò che avviene non sia storia». 

questions_feministesPer pensare la natura e lo statuto dei gruppi di sesso è emerso, a partire dagli anni ’70 nell’ambito di tale campo di saperi, analisi e teorie, il concetto di genere. Il genere è un concetto critico ovvero una nozione che, a seconda di come è definito, incorpora e veicola una data teoria sull’ordine sessuale pensato come ordine immanente. Come concetto critico è stato forgiato da alcune teoriche femministe per mostrare e dimostrare come le norme sessuali siano l’esito di rapporti di oppressione e sfruttamento, di inferiorizzazione del gruppo delle donne.

Il genere ha diacronicamente avuto una traiettoria semantica (cioè ha avuto più significati nel corso dei decenni) ed è tutt’ora sincronicamente usato con significati diversi, concorrenti, e raramente esplicitati.

Riassumo le due principali definizioni:

(a) Prima definizione, primo gruppo di teorie: i generi come insieme di ruoli che sarebbero culturalmente determinati e culturalmente attribuiti a uomini e donne. Una tale definizione in cui sesso e genere sono indipendenti – il primo determinato dalla biologia e spiegato dalle scienze biologiche, il secondo determinato dai rapporti sociali e spiegato dalle scienze sociali. Tra le sociologhe e antropologhe femministe che hanno forgiato il concetto: Ann Oakley, Rayna Reiter, Sherry Ortner, Gayle Rubin.

(b) Nel corso degli anni ’80 si assiste ad una messa in questione radicale della separazione tra genere e sesso e all’emergere di una seconda definizione e a nuovi gruppi di teorie. Penso in particolare ai lavori di Christine Delphy e nel corso degli anni ’90 alla teorizzazione di Judith Butler che, in ragione della radicalità della sua teoria e della diffusione che ha avuto, è dal Vaticano pensata come la “Papessa-gender”, di Thomas Laqueur, di Anne Fausto Sterling.  Nella diversità e nella irriducibile specificità di tali teorie, il genere è pensato come l’insieme di strutture sociali che separano l’umanità in due parti asimmetriche e creano il “sesso” (fatto di indicatori diversi, la maggioranza dei quali si situa su un continuum) come dato coerente, socialmente pertinente, binario, esaustivo, naturale, pre-sociale. Lungi dal voler mostrare che non esistono differenze fisiologiche tra le persone – sarebbe come pensare che gli studi sociali sulla razializzazione avessero per obiettivo di negare l’esistenza del colore della pelle  –, tali ricerche indagano le modalità attraverso le quali differenze biologiche in sé non significative socialmente, lo diventano attraverso un sistema pervasivo di dispositivi che producono tali differenze come origine, come fondamento naturale (ovvero immutabile) del posto che gli individui occupano in seno alla società.

Dunque del genere esistono diverse definizioni, ognuna ha dato origine a diverse teorie. Alcune di esse denaturalizzano radicalmente l’ordine sessuale, pensando i gruppi di sesso come gruppi sociali naturalizzati, altre meno.

Esistono, poi, altre teorie che non impiegano il concetto di genere e che producono la denaturalizzazione dell’ordine sessuale. L’uso di genere come concetto cioè non è condizione né necessaria, né sufficiente alla denaturalizzazione dell’ordine sessuale tanto più che il Vaticano stesso, lo vedremo fra poco, propone una sua definizione di genere (la terza dunque).

Seconda parte. A proposito di “ideologia gender

Passo alla seconda parte per presentare qualche riflessione a proposito di cosa dice il Vaticano quando dice “gender”, di come funziona il dispositivo discorsivo costruito sui sintagmi “ideologia-gender” e “teoria-gender”, di quali siano i suoi obiettivi e di come tale dispositivo discorsivo reazionario sia stato messo in scena e in azione più di dieci anni dopo la sua invenzione in imponenti manifestazioni organizzate dall’associazionismo cattolico che stanno avendo luogo in diversi contesti nazionali mietendo inquietanti successi politici.

Il dispositivo retorico centrato sul sintagma “ideologia-gender” – in tutte le sue varianti che il Vaticano usa in modo sinonimico: “teoria del genere” (espressione che, come abbiamo visto, ha, naturalmente, un senso analitico, ma non nel pastrocchio del Vaticano), “ideologia gender” (sic!), “ideologia del genere sessuale” (sic sic), “teoria soggettiva del genere sessuale” (sic sic sic), e così via,  in un crescendo di creatività che dà la misura dell’accuratezza teorica del suo discorso!) – tale dispositivo discorsivo, dicevo, comincia a diffondersi all’inizio degli anni 2000 in concomitanza con la pubblicazione del Lexicon dei termini ambigui e controversi pubblicato sotto l’egida del Concilio Pontificio per la Famiglia. Tuttavia alcuni collaboratori del Vaticano vicini all’Opus Dei, alle associazioni antiabortiste o promotrici delle cosiddette “teorie riparative dell’omosessualità” si dedicano a questo lavoro di etichettatura-deformazione di un fronte eterogeneo di attori a loro avverso dalla metà degli anni ’90 in reazione ai documenti discussi e votati alla quarta conferenza mondiale sulle donne tenutasi a Pechino nel 1995, dove il termine genere fu impiegato benché, sotto pressione della delegazione Vaticana, tra virgolette.

Occorre ricordare che un discorso apertamente antifemminista che oppone “femminismo sano” a “cattivo femminismo” caratterizza le prese di posizioni del Vaticano da Pio XII in poi e culmina nel 1985 (dieci anni prima della conferenza di Pechino) con l’accorata denuncia di Joseph Ratzinger della “trivializzazione”, della distruzione della differenza sessuale prodotta dalle “femministe radicali”. Nel corso del pontificato di Giovanni Paolo II si assiste, poi, ad un importante cambio nel registro discorsivo sull’ordine sessuale: il riferimento alla teologia si accompagna ormai progressivamente al riferimento all’“antropologia umana” (con cui il Vaticano intende lo studio della natura umana conforme ai dettami della “legge naturale”) e al riferimento alle “vere scienze” contro le “ideologie relativiste”. Teologia, “antropologia” e “vere scienze” sono diventate per il Vaticano tre linguaggi differenti che esprimerebbero la stessa “verità di ragione”: uomini e donne son gruppi naturali per natura complementari. Pensate alle dichiarazione del Ministro dell’Interno dopo il voto al disegno di legge Cirinnà sul blocco di una “rivoluzione contro natura e antropologica” o all’impiego di riferimenti supposti scientifici fatti da medici e avvocati anti-abortisti nel corso delle conferenze cosiddette anti-gender.

Rimando agli studi di Odile Fillod, sociologa della scienza, che hanno implacabilmente dimostrato l’inconsistenza scientifica dei fondamenti delle argomentazioni mobilizzate dagli esperti del Vaticano sulla supposta origine biologica delle diverse disposizioni tra i due sessi – geni, cervello, ormoni e altre amenità reazionarie di simile foggia. Dunque per il Vaticano e i suoi esperti in “antropologia” ed esperti in scienza, qualunque analisi, teoria o lotta che contrasti con questo supposto “dato” di natura è tacciata di essere lo strumento di una potentissima lobby femministomosessualistagenderqueer che mira a produrre via una manipolazione linguistica la “colonizzazione della natura umana” e alla messa in opera del regno  del “transumano”.

Quanto alle sue proprietà formali ‘Ideologia-gender’ si configura come un dispositivo retorico reazionario – nei plurimi sensi dell’aggettivo.

Tre osservazioni su questo aspetto:

1) Il dispositivo “Ideologia-gender” è prodotto in reazione a tre processi storici differenti le cui articolazioni sono variabili a seconda dei contesti nazionali:

a> in reazione alle mobilitazioni femministe e lgbtqi che rivendicano la denaturalizzazione dell’ordine sessuale e la sovversione dell’ordine eteronormativo;

b> in reazione all’autonomizzazione di un nuovo ambito del sapere che studia le forme attraverso cui l’ordine sessuale con le sue gerarchizzazioni e norme funziona, è rappresentato, è naturalizzato;

c> in reazione al dispiegarsi di riforme giuridiche o di politiche pubbliche volte a contrastare discriminazioni perpetrate nei confronti di donne e persone non-straight.

Usando il label “gender” il Vaticano reagisce cioè a tre processi storici differenti (benché interrelati) e prende di mira una compagine di attori eterogenei che non possono o non intendono (in ragione proprio dei disaccordi che li separano – ad esempio, sul significato del termine genere stesso) reagire all’unisono, soprattutto davanti ad una polpetta avvelenata quale “Ideologia-gender” in cui falso, grottesco, vero , verosimile e trash sono sapientemente mescolati.

2) “Ideologia-gender” è poi un dispositivo reazionario nel senso politico del termine: sulla questione della natura e dello statuto dei gruppi sessuali, il Vaticano esprime, l’ho detto, un pensiero della trascendenza: uomini e donne sono gruppi naturali con corpi e anime, disposizioni e missioni ontologicamente diversi e complementari.

Basta pensare alla «teologia della donna», costrutto intellettuale che Giovanni Paolo II ha elaborato per riessenzializzare il gruppo delle donne sotto la figura tutelare de «la» donna, del “genio femminile”, de “la differenza femminile”, passando dall’idea di subordinazione delle donne agli uomini (tradizionalmente veicolata dal Vaticano) a quella di “complementarietà naturale” e di “uguaglianza nella differenza”.

La Teologia della donna e l’“Ideologia-gender” vanno pensate insieme come le due parti complementari attraverso cui il Vaticano ha riformulato il suo discorso di riessenzializzazione dell’ordine sessuale sotto i nuovi vincoli espressivi emersi grazie alle lotte femministe e lgbtqi che hanno reso la sua argomentazione tradizionale irricevibile.

Più specificatamente, il Vaticano lotta contro la produzione di nuove categorie teoriche prodotte dai minoritari sessuali (genere, ma non solo) per disinvisibilizzare la subordinazione materiale e simbolica che subiscono/subiamo. Il Vaticano prova, così, che è ben cosciente della portata sovversiva che è propria delle categorie teoriche (in senso etimologico) ovvero far vedere (théorein) e per tale via rendere pensabili e contrastabili le oppressioni che non si vedono perché ben naturalizzate. Usare il genere come concetto che denaturalizza l’ordine sessuale permette di far vedere che il genere come struttura sociale che produce i sessi come gruppi naturali e complementari è incessantemente inculcato nei nostri automatismi corporei, categoriali e linguistici da quando apriamo gli occhi in questo modo (anzi prima ancora di aprirli).

3) Terza osservazione tale dispositivo si costruisce ricostruendo la posizione dell’avversario. Attraverso strategie di torsione, d’invisibilizzazione, di omogenizzazione le molteplici interrogazioni, gli strumenti di analisi e i risultati prodotti in un campo di studi eterogeneo sono stati ridotti ad una (sola) teoria, a una “ideologia”. Tali «tecniche di captazione del discorso nemico» e una tale reductio ad unum hanno per funzione non quella di convincere gli avversari captati e deformati, che non possono riconoscersi nella caricatura fatta delle loro posizioni, mai i terzi: i legislatori, i parlamentari, gli elettori, i genitori, sono i veri destinatari dell’“Ideologia-gender”.

Evoco ora rapidamente alcune tra le principali torsioni e deformazioni che gli inventori del dispositivo “Ideologia-gender” fanno subire alle teorie o alle ricerche sull’ordine sessuale :

1. L’uso di «teoria» al singolare e come sinonimo di «ideologia» mira a destituire un campo di sapere della sua legittimità, ad occultarne la storia sociale ed intellettuale che ha prodotto la struttura delle posizioni (più o meno radicali) e delle prese di posizione teoriche (più o meno radicali) degli agenti che lo animano.

2. L’uso della parola inglese «gender» riattiva il topos conservatore che fa di tali ricerche un regalo avvelenato dell’imperialismo culturale americano, tanto più irricevibile che non ci sarebbe nemmeno una parola per tradurlo – come se – Christine Delphy lo scrive da anni – genere o genre non esistessero in italiano o in francese e non derivassero, come gender, dalla stessa radice indoeuropea gen…. O come se l’uso femminista del termine gender non avesse sollevato (lo ricorda  Joan Scott nel suo celebre articolo sul genere come categoria analitica utile nell’analisi storica) altrettante resistenze nel mondo anglosassone.

3. La fabbricazione di un repertorio sinonimico di sintagmi quali «ideologia gender» & co. è una strategia di labellizzazione politica: tali forme di etichettatura sono pseudo-concetti che in assenza di vigilanza epistemologica circolano nello spazio politico come fossero concetti e operano: 1. come label deformante per creare un nemico, 2. come un segnale di adunata per costituire e accreditare un gruppo di mobilizzazione, 3. come termini-spaventapasseri per impressionare i terzi.

4. Quando il Vaticano dice che “Ideologia-gender” vuol dire che ognuno è “libero di scegliere la sua identità sessuale” invisibilizza il costruttivismo che caratterizza i lavori prodotti in tale ambito di studi. Lungi dall’affermare che ciascuno può scegliere la sua identità sessuale a partire dalle sue pulsioni «edoniste e egoiste», tali ricerche mostrano che le norme e le gerarchie che definiscono l’ordine sessuale sono, ad un tempo, storicamente costruite e assai solidamente naturalizzate.

5. Quanto al « genere » come concetto nei testi del Vaticano si ritrovano mal mischiati i due diversi significati che circolano nel campo di sapere e che ho presentato prima. Il Vaticano conosce male le teorie del genere (anche se le conosce meglio di tanti altri…). Per il Vaticano non parlerei di ignoranza, ma di ignoranza strategica: le conosce male, ma conoscerle bene non è il suo obiettivo.

Il Vaticano non solo si oppone ferocemente a quelle che definisce «femministe gender» tra cui mette Butler, Delphy e Wittig (che tra l’altro non ha impiegato nelle sue analisi il concetto di genere), ma auspica dal 1995 la creazione di «nuovo femminismo» che «non calpesti le specificità del genio femminile» e valorizzi la differenza sessuale. Pochi anni dopo è creata a tal fine l’associazione «Nuovo Femminismo europeo». Nella stessa direzione, il Vaticano elabora dal 1995 una propria definizione di genere (la terza dunque): il genere – per il Vaticano è una nozione accettabile se viene definita come “la dimensione trascendente della sessualità che si conforma all’ordine naturale già scritto nel corpo”. Ovvero il genere è il riflesso del sesso come fatto di natura. Nessun bisogno del genere nella teoria del genere del Vaticano!

Tali torsioni e tali deformazioni concettuali, così come il loro successo mediatico, ci ricordano che le definizioni, gli usi sociali e, dunque, la radicalità critica stessa del concetto di genere restano le poste in gioco di questa battaglia che riguarda le modalità attraverso cui una società pensa l’ordine sessuale, le sue divisioni, le sue relazioni – e dimenticarlo rende la delegittimazione di tali concetti critici più facile e la loro deradicalizzazione più probabile.

manif_bavagliA partire dal 2011 si è assistito in Francia e pochi mesi dopo in Spagna, in Polonia, in Slovacchia, in Slovenia, in Italia a ondate di manifestazioni contro riforme giuridiche – in primis il cosiddetto “Mariage pour tous” che come sappiamo tutti è un’applicazione della teoria delle femministe gender… – o riforme scolastiche miranti alla riduzione di forme di inferiorizzazione delle persone non-eterosessuali – anch’esse corollario della teoria femminista gendersoggettivosessualequeer…

Gli attori delle manifestazioni usano lo stesso arsenale retorico del Vaticano – il gender come cavallo di Troia della potente “lobby omosessualista” ecc ecc ecc –. Si tratta di associazioni familialiste e anti-abortiste legate a vario titolo alle Conferenze episcopali nazionali o ai Dicasteri vaticani. Si pensi in Italia a Giuristi per la Vita, Scienza e Vita, Notizie Pro-Vita che insieme ai cattolici tradizionalisti di Alleanza Cattolica sono il motore delle proteste cosiddette “anti-gender”.

Per sapere “di chi parliamo quando parlano di gender” in Italia rimando allo splendido lavoro prodotto da Yàdad de Guerre presentato nel suo blog “Playing the gender card”. E’ interessante e inquietante vedere le connessioni che tali gruppi intrattengono con organizzazioni reazionarie statunitensi, russe, brasiliane. E’ interessante e inquietante scoprire come la retorica “anti-gender” in Italia entri in risonanza con le posizioni delle teoriche del  “pensiero della differenza”, con quelle degli “atei-devoti” o sia ripresa da gruppi identitari o neofascisti sotto forma di discorso nazionalista, xenofobo e anti-capitalista che impiega “gender” come simbolo e sintomo dell’“occidente laicista omosessualista capitalista” e lo paragona al pericolo civilizzazionale rappresentato dai terroristi dello Stato Islamico…

Quattro brevi osservazioni sulle specificità delle manifestazioni cosiddette “antigender” che hanno adattato il dispositivo retorico vaticano.

1. Si è assistito ad una riformulazione retorica del discorso omotransfobo attraverso una captazione di modi di presentazione e di azione dei gruppi lgbtq o femministi. Ciò prolunga l’operazione di lifting e restyiling dell’arsenale retorico omotransfobo iniziata con la Génération Anti-Pacs nel 1999 o con i Family Day di Roma e Madrid del 2007. Sono spuntati ex nihilo nuovi gruppi militanti. In Francia penso agli Hommen, alle Antigones, ai Veilleurs debout. In Italia al gruppo delle “Sentinelle in piedi”.

2. Il focus dell’argomentazione si è tendenzialmente spostato dal registro del «pathos» (l’omosessuale come criminale e malato) a quello del «logos» (uso dell’argomentazione antropologica e “scientifica”). Ad un tempo, ci si dice non omofobi, e si afferma che, per natura la «famiglia naturale esiste», è coniugale e eterosessuale e il bambino ha diritto a un papà e una mamma, il primo portatore “per determinismo biologico e in accordo con la legge naturale” di disposizioni maschili, la seconda portatrice “per determinismo biologico e in accordo con la legge naturale” di disposizioni femminili che – o miracolo dell’armonia e della complementarietà! – si armonizzano in un’armonica complementarietà che come sanno le donne e le persone non-straight non ha assolutamente niente di gerarchico o di oppressivo…

3. In periodo di crisi economica, è riattivato il topos populista che lega ed oppone questioni sessuali (che preoccuperebbero solo le élite) e questioni economiche (le vere priorità). I cartelli esposti alle manifestazioni francesi riprendono adattandoli slogan e grafica dei partiti di sinistra.

4. I manifestanti non sarebbero solamente “il popolo”, ma rappresenterebbero i “veri rivoluzionari”, i “veri resistenti” che si oppongono alla “dittatura gender”. Cartelli e slogan riprendono immagini di manifestazioni del ‘68, della Primavera araba, della Resistenza francese al Nazi-fascismo. Si invoca l’intervento dei caschi blu, ci si presenta come gli eredi di Gandhi, eroe della resistenza non violenta contro gli abusi di uno Stato totalitario e colonizzatore.

Così formulata, ritualizzata e performata questa battaglia di riessenzializzazione dei gruppi sessuali ha funzionato come un atto di istituzione – “ideologia-gender” esiste ormai nello spazio pubblico di molti contesti nazionali come l’ha costruita il Vaticano – e funziona ad animos permovendos.  “Ideologia-gender” tocca i cuori, i muscoli, ha a che fare con gli automatismi di pensiero e azione, con le categorie pratiche dell’intellezione, ha a che fare con il panico perché ha a che fare con ciò che ha la più bassa probabilità ad essere pensato come storico e politico: l’ordine sessuale. Sulla forza delle resistenze a vedere la natura politica e storica dell’ordine sessuale, scrive la femminista Christine Delphy (che ha formulato una teoria radicalmente antinaturalista del genere): Il genere come struttura sociale gerarchica che crea i sessi come socialmente pertinenti opera come una cosmologia. È molto difficile immaginare un mondo “senza genere” in ragione della forza della naturalizzazione dei gruppi di sesso.  Senza il sistema di genere – continua Delphy – per la maggior parte delle persone non ci sarebbe più né alto, né basso, né sole, né luna, né uccelli, né fiori, né, beninteso, amore. L’umanità stessa sarebbe in pericolo.

In Francia il successo di queste ingenti manifestazioni ha fortemente condizionato il dibattito parlamentare francese che ha portato all’adozione di un testo di legge sul matrimonio egualitaria molto deficitario sulla questione del riconoscimento dei diritti di filiazione con, in particolare, il mantenimento del divieto di procreazione medicalmente assistita per le coppie di donne. Tra gli altri effetti della campagna “anti-gender”, ricordo il rinvio della discussione di una legge sulla famiglia, la censura del termine genere (considerato troppo sulfureo) da documenti ministeriali e il ritiro del programma ABCD de l’égalité sperimentato in alcune scuole francesi.

In Italia, il progetti di legge contro l’omotransfobia si è perso per la via, il disegno di legge Cirinnà ha perso per strada pezzi importanti tra cui  l’adozione da parte del genitore sociale, la diffusione dei libretti UNAR per i corsi di formazione degli insegnanti è stata bloccata poco dopo un intervento del Presidente della CEI, che rivendicava – lo cito – il «diritto ad una scuola non ideologica» erigendosi contro la «dittatura del genere» che trasforma le scuole pubbliche in «campi di rieducazione e di indottrinamento». E tutto ciò, in un paese in cui i crocifissi campeggiano nelle aule come “simbolo idoneo ad esprimere i valori che delineano la laicità nell’attuale ordinamento dello Stato” (cito la sentenza del Consiglio di Stato del 2006) e gli studi su genere e sessualità, malgrado timidi vagiti, stentano ad esistere o esistono in forme domesticate e deradicalizzate che ignorano e/o invisibilizzano teorie e analisi che denaturalizzano radicalmente l’ordine sessuale – genere è spesso usato come sinonimo di donne intese come gruppo naturale. Siamo forti in Italia ad avere “ideologia-gender” e non le teorie antinaturaliste del genere, né studi di genere e sessualità degni di questo nome.

Conclusione: la retorica “anti-gender” come dispositivo controrivoluzionario

Concludo rapidamente. Una tale riformulazione della retorica e delle strategie di presentazione di sé ha prodotto un’eufemizzazione di un discorso di inferiorizzazione dei minoritari sessuali. Per tale via, ha creato una simmetrizzazione di posizioni non equivalenti, legittimando come interlocutori i portatori di un discorso di inferiorizzazione. Ha, infine, sdoganato una retorica fondata sul “rovesciamento vittimario” tra oppressi e oppressori, basti pensare all’uso della nozione di “eterofobia” fatto dagli utilizzatori della retorica “anti-gender”. 

In Italia, anche in ragione dell’evanescenza di un campo di studi e della bassissima circolazione di teorie antinaturaliste dell’ordine sessuale, si è assistito ad una proliferazione di discorsi sul genere – concetto che interessava poche studiose prima del 2013. Una tale proliferazione di discorsi sul genere non ha sempre aiutato a dissipare la confusione creata dalla crociata Vaticana, molti di essi non presentando purtroppo con la cura che sarebbe stata invece richiesta le diverse teorie del genere, le caratteristiche che definiscono il campo degli studi sull’ordine sessuale, lo specifico funzionamento del dispositivo discorsivo inventato dal Vaticano e le caratteristiche sociali e politiche degli attori che lo impiegano.

“Ideologia-gender” come invenzione vaticana è al cuore un dispositivo reazionario che mira, ad un tempo, a rinaturalizzare l’ordine sessuale attraverso nozioni quali “teologia della donna”, “nuovo femminismo”, “genio femminile”, “differenza sessuale”, “uguaglianza nella differenza”, “complementarietà” e a delegittimare quelle teorie e quelle lotte che sono da 40 anni portatrici di una rivoluzione estetica in senso forte  ovvero che tocca le categorie di percezione del mondo. Tali teorie e tali lotte fanno vedere ciò che non si vedeva: lo statuto storico e politico dell’ordine sessuale, la divisione socio-sessuata del lavoro, l’ineguale accesso alle risorse materiali e simboliche.

L’effetto “teorico” – del far vedere – nelle scienze sociali è ipso facto politico. Come scrive Pierre Bourdieu, se dopo la scoperta della legge di gravità le mele continuano a cadere come prima, ogni scoperta teorica nell’ambito delle scienze sociali apre uno spazio di possibilità, un margine di manovra perché le cose possano cominciare ad andare altrimenti.  Una tale sfida di denaturalizzazione contro il pensiero della trascendenza, contro “la ragione naturalista” dice Delphy, contro il “pensiero straight” dice Wittig non produce certo la fine del mondo, ma certamente segna la fine di un mondo. La sfida eretica delle teorie antinaturaliste sull’ordine sessuale (usino o meno il concetto di genere) spiega la reattività reazionaria del Vaticano e dei conservatori dell’ordine sessuale e invita tuttE noi ad essere politicamente e epistemologicamente consapevoli della posta in gioco almeno quanto lo sono gli inventori di “Ideologia-gender”.


Grazie per l’ascolto.

Riferimenti bibliografici

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