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L’accidentato percorso per una scuola laica e plurale in Italia

La triste vicenda degli opuscoli UNAR e l’accidentato percorso per una scuola laica e plurale in Italia

di Massimo Modesti, pubblicato il 28 Febbraio 2014

La vicenda dei materiali didattici rivolti ad insegnanti di scuole primaria e secondaria inferiore e superiore per combattere le discriminazioni e, tra queste, l’omo-transfobia mi ha profondamente colpito e mi ha dato ulteriore prova di quanto la laicità sia un orizzonte lontano per la scuola pubblica in Italia. Riassumo brevemente i fatti.

Vengono lanciati in rete tre opuscoli realizzati dall’Istituto di terapia cognitivo-comportamentale A.T. Beck di Roma per conto dell’UNAR (Ufficio Nazionale Antidiscriminazioni Razziali), gratuitamente scaricabili, rivolti agli insegnanti dei tre diversi gradi scolastici. Si tratta di un progetto nazionale di ampio respiro che coinvolge anche il Ministero delle Pari Opportunità.

Il quotidiano cattolico “Avvenire” solleva polemiche sul progetto, in particolare il fatto che gli opuscoli mirino a diffondere “l’ideologia del gender” tra i bambini e che facciano riferimento alla religione come uno dei fattori che possono generare l’omo-transfobia. Segue l’interpellanza di sette senatori, il passo indietro della ministra con delega alle pari opportunità e l’intervento del sottosegretario al MIUR che dice di non aver saputo nulla di questo progetto.

Risultato? L’assegnazione della password per lo scaricamento degli opuscoli viene bloccata: ne ho fatto esperienza personale. La risposta alla mia richiesta è stata la seguente: “Siamo spiacenti nel non poter accogliere la richiesta essendo in corso degli approfondimenti con il Ministero dell’istruzione”. Diffondo immediatamente la notizia sui social media. Scopro che l’Istituto Beck ha emesso un comunicato ufficiale a difesa della correttezza e professionalità del suo operato mentre un lettore mi segnala l’articolo apparso sul sito dell’UAAR (Unione Atei Agnostici Razionalisti).

Che cosa mi ha colpito di questa vicenda? Da pedagogista, scienziato sociale e uomo gay – che ha fatto l’esperienza della discriminazione ed è aggiornato sulle conquiste sociali e istituzionali delle persone LGBT in Italia e nel mondo oltre che sugli studi scientifici su omosessualità e identità di genere – sono rimasto avvilito per la prepotenza dei poteri clericali e l’atteggiamento del tutto sorpreso e privo di punti di vista chiari e trasparenti delle autorità politiche e istituzionali italiane. Che una parte importante della politica tema le ritorsioni del Vaticano è noto: il senso di colpa trasmesso dai modelli culturali cattolici in cittadini che cattolici non si definiscono più ha ancora molta presa sulle coscienze e genera curiosi cortocircuiti a livello di opinione pubblica. Dio e famiglia, d’altra parte, sono un binomio inscindibile nella psiche di molti/e italiani/e: “tradire” il dettame religioso è equiparabile a tradire i legami di sangue e i propri genitori.

La battaglia del quotidiano “Avvenire” appare tipicamente anti-modernista e pregiudizialmente ideologica: lo rivelano il linguaggio e il tono degli articoli pubblicati tra il 13 e il 26 Febbraio intorno a tale questione. L’invettiva lanciata dagli autori ha il sapore della caccia alle streghe e della scomunica. L’impressione è che questi siano gli ultimi colpi di coda di un potere che ha i giorni contati e che sfrutta l’impianto istituzionale e mediatico nonché le alleanze politico-finanziarie per riconquistare un poco del terreno che ha ampiamente perduto in campo morale e sociale.

Le argomentazioni dei giornalisti sono palesemente senza fondamento e così ridicolmente insostenibili se non dentro la logica dello “scontro di civiltà” e di ideologie contrapposte. La tanto nominata e vituperata “teoria del gender” non esiste: è un nemico creato dai sostenitori della mono-cultura famigliare sessista per giustificare una battaglia persa in partenza.

Si tratta semplicemente di uno sfondo teorico che nasce dall’esperienza e dalla lotta per i diritti civili prima di tutto delle donne e poi delle persone gay, lesbiche, bisessuali e transgender dentro una profonda coscienza dei risvolti personali e sociali che tali diritti assumono per le persone coinvolte che non sono tutte – come si vorrebbe – “naturalmente” eterosessuali.

D’altra parte, gli studi di genere non sono un’invenzione delle associazioni gay italiane e tantomeno risultano recenti: hanno già qualche decennio di storia alle spalle. Anche gli studi sul benessere psico-evolutivo dei bambini e delle bambine cresciuti nelle famiglie omogenitoriali hanno ottenuto ampio riconoscimento a livello scientifico.

Tornando alla questione politica ed educativa, qual è il mandato della scuola pubblica italiana? Io credo che debba essere luogo di ricerca onesta e sincera del bene comune e non di indottrinamento ideologico. Fornire agli alunni e alle alunne uno sguardo plurale sulla famiglia, sull’orientamento sessuale e sull’identità di genere non genera certamente confusione di ruoli e di identità e non assume in sé un impianto ideologico bensì liberale.

Mette al centro dell’unione famigliare i legami di affetto, di amore e di cura e non semplicemente una relazione sessuale e di procreazione. Favorisce il benessere di quei bambini e di quelle bambine che già vivono in famiglie omogenitoriali oppure hanno un genitore che si è scoperto gay o lesbica dopo un’unione eterosessuale.

Offre la possibilità ai e alle preadolescenti di sentirsi cittadini al pari di tutti e di tutte e autorizzati ad innamorarsi del compagno piuttosto che della compagna di classe senza vergogna né sensi di colpa.

Sono sicuro e so per certo che nella chiesa cattolica italiana ci sono comunità e presbiteri, oltre che religiosi e religiose nonché insegnanti di IRC, ampiamente d’accordo con la promozione di un’educazione libera da stereotipi di genere, da posizioni omo-lesbo-trasfobe e aperta alle diverse forme di amore.

Anche nella scuola e nell’università vi sono gruppi di docenti e centri di ricerca che da anni promuovono progetti orientati in tale senso. Sarebbe bene che in circostanze come questa esprimessero apertamente il loro sostegno alla scuola laica e plurale, dando così la misura dell’intelligenza che anima anche la chiesa, la scuola e l’università contro la miopia degli opinion makers che dominano lo spazio pubblico e mediatico.

Come a livello internazionale fanno la differenza le cosiddette “LGBTQI-Straight Alliance” ovvero quelle organizzazioni o gruppi non LGBT che sostengono i diritti LGBT alleandosi alle loro cause, ci vorrebbero alleanze tra persone e organizzazioni che pensano onestamente le forme e i percorsi per un’educazione libera da pregiudizi non solo etnici e religiosi, ma anche di genere e sessuali. Forse così potremo uscire da sterili scenari “pro o contro il genere” oppure “pro o contro la famiglia” che alcuni desiderano dipingere come lo sfondo su cui si sta giocando la partita per la civiltà o la barbarie.

 

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