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Fare rete: stereotipi dell’attivismo LGBT

Fare rete: stereotipi dell’attivismo LGBT

di Roberto Oddo in Das Kabarett, 12 dicembre 2014

[LGBT] Non sono un attivista: dico per carattere, non sul piano biografico. Nella mia storia c’è anzi una fase di militanza nell’Arcigay, o dovrei piuttosto dire di tesseramento, ovvero di mera adesione (e quanto convinta, allora?) a un pacchetto di idee. Ma parliamo degli anni Novanta, la propaganda omosessualista era ancora lungi dall’essere argomento di conciliaboli ansiosi nei salotti delle famiglie naturali. Il mondo era un altro, insomma.

ArieteDel resto, io sono sempre io e, se non sono stato un attivista, è perché fraintendo – fraintendiamo in molti, direi – il senso stesso della militanza, identificandola in lunghi cortei con bandiere e urla a squarciagola, in un’esposizione di sé che mi è estranea, anzi ostile. Direi che, nell’opinione pubblica, il modello più prossimo dell’attivismo, in ogni senso, è quello sindacale, così è più facile configurarlo.

Da questo punto di vista le sentinelle in piedi hanno trovato una forma di comunicazione che mi è più congeniale (peccato poi che strepitino subito fuori dei loro sit-in). Ma hanno anche un altro pregio, ben più importante per me: là dove ha fallito l’omofollia, questi lettori incalliti senza sgabelli sono riusciti a coinvolgere un militante assolutamente improbabile come me in una battaglia per i diritti civili.

Come si combatte? Voglio dire: combattere senza venire alle mani e senza urlare per forza ogni giorno Bandiera rossa. Si combatte intanto aderendo a iniziative di persone che, su questo piano, hanno fatto un cammino più lungo del tuo, hanno una storia, hanno un progetto, qualche idea operativamente più efficace. E poi si combatte svolgendo il proprio lavoro, il lavoro di sempre, con una marcia in più e mandando avanti i propri progetti.

Per questo si rinnova l’esigenza di fare rete, che vuol dire riconoscere la propria insufficienza, sia come energie, sia come capacità e temperamento. Il mio account Facebook e quello Twitter hanno preso un aspetto militante, tra il marziale e il festoso (ricordiamoci la policromia-arcobaleno della lotta LGBT), attirando anche l’ironia di una mia amica che mi ha detto; Hai aspettato i quarant’anni per cominciare a muoverti.

È tardi, lo so, ma non come canta Violetta Valéry in punto di morte (almeno spero). Ma riuscire a definirsi in un’armatura non è facile e l’armatura, per una persona intellettuale come me, è un dirottamento delle proprie letture: è facile e frivolo quanto divertente vedere Sex & the City, ma quest’immagine da sit-com è traditrice e inganna. Ed è la scusa di molti per parlare di monopolio gay dei media e così via.

È facile leggere romanzi dove l’identità LGBT non è problematica sul piano sociale ed esistono solo le relazioni sentimentali o le scorribande tra le lenzuola, direi addirittura che è un alibi, è anestetizzante. Bisogna scendere un po’ più giù, scrostare la vita dai romanzi più lontani nel tempo. Bisogna anche leggere filosofia, parlarne, perché non c’è militanza più audace e gagliarda della filosofia (per chi non lo sapesse).

Si combatte facendo ricerca, come ho imparato dagli amici di Intersexioni, scoperti per caso sintonizzandomi poco tempo fa su Radio Radicale in una diretta importante da Lamezia Terme. Interagendo, approfondendo, studiando, esponendosi, chiarendo, aprendosi al mondo. Si tratta di ammettere lo stato provvisorio delle proprie conoscenze e di tenere sotto controllo questo cantiere di lavoro e di saperi con un’idea chiara in mente.

Bisogna stare con gli altri, tra le persone. Bisogna comunicare con loro in ogni modo. Per questo sto orientando Das Kabarett a una lunghissima retrospettiva in merito: naturalmente il mio blog è e rimane anche altro, perché io sono anche altro. Ma un attivismo richiede una sterzata, un cambio di rotta, di narrativa. Richiede soprattutto il coraggio di un (più che eventuale) disaccordo con chi condivide le stesse battaglie.

Per questo la mia militanza nelle file dei gruppi e delle associazioni LGBT infastidirà molto qualcuno e sarà quasi trasparente per altri: perché sarò io a gestirla, sarò io a muovermi – e continuerò anche a parlare di cinema, di fotografia, di cucina, di scuola e della mia indispensabile letteratura. Continuerò a essere io, senza stendardi o gonfaloni se non sono necessari (ma con stendardi e pure pailliettes quando occorrerà),

A me sembra giusto che ciascuno, dopo aver riflettuto e ragionato con coscienza su di sé, ascoltandosi, senza forzature da parte di se stesso e ancor meno d’altri, possa vivere secondo coscienza e natura: solo una società nella quale l’autodeterminazione sia la strada istituzionale per l’essere umano può consentire a ciascuno di vivere secondo il proprio credo e il proprio progetto di esistenza.

E, se alcuni cittadini non sono pronti, se alcuni non hanno gli strumenti, bisogna darglieli: la battaglia è l’educazione, la scuola è la società che vorremmo nell’atto di formarsi. Non possiamo trincerarci dietro l’ovvietà che l’attrattiva del progresso individuale e collettivo non seduce tutti allo stesso modo e che dunque alcuni ne rimangono esclusi. Ogni battaglia è sempre una battaglia culturale, sia sul piano dell’istruzione, sia su quello antropologico.

Infine, un altro stereotipo vuole il militante in battaglia, concentrato sui propri nemici, come se la propria ragione dividesse, fosse causa di una rottura. Io credo che anche su questo punto dovremmo intenderci e prendere le distanze dal fervore incendiario di sentinelle ed estrema destra: il militante che io immagino non pungola gli avversari (né li teme), lavora piuttosto su un’alleanza, una ragione che ci unisca tutti. Il nostro è un attivismo innanzitutto inclusivo, non uno steccato o un ariete come vogliono dipingerlo.Non mi preoccupa sapere se sia o meno “una fase”, se “passerà” (prenderò altre diecimila strade, lo so bene). Credo che sia una cosa giusta e mi interessa solo che la militanza sia efficace e utile: perché l’attivismo ha un peso soprattutto nei confronti di coloro che dicono che “non ce n’è bisogno”, che la sessualità delle persone è questione privata. L’orientamento sessuale è un fatto privato, ovvio, ma qui si parla di diritti e di società.

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